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Chez Nous | 12 luglio 2026, 08:00

Une montagne à habiter

Montagna da abitare

Une montagne à habiter

C'è una frase che, più di ogni altra, è rimasta impressa ai lettori dell'editoriale pubblicato ieri: «La politica finisce per privilegiare la montagna da attraversare rispetto alla montagna da abitare.» È probabilmente qui che si concentra il nodo del futuro della Valle d'Aosta. Perché una montagna attraversata produce numeri, passaggi, fotografie e statistiche. Per non citare ingorghi, code obblighi di contingentamento dei veicoli e modificazioni alla viabilità nei giorni festivi. Una montagna abitata, invece, produce comunità, identità, sicurezza del territorio, cultura e futuro. Eppure da troppo tempo il dibattito politico sembra misurare il successo esclusivamente con il numero dei turisti, degli impianti realizzati, delle cabine inaugurate e dei collegamenti sciistici progettati. Tutto importante, certo. Ma non sufficiente. Perché nessuna funivia potrà mai sostituire una famiglia che decide di restare a vivere in un villaggio di montagna. Nessuna pista da sci potrà sostituire una scuola che continua a restare aperta. Nessun impianto di risalita potrà prendere il posto di una stalla che continua a produrre latte o di un giovane allevatore che sceglie di investire il proprio futuro in una valle laterale invece di trasferirsi altrove.

La vera sfida non è rendere la montagna più visitabile. Quella, tutto sommato, la Valle d'Aosta ha già dimostrato di saperla affrontare. La sfida è renderla abitabile 365 giorni all'anno. Per una giovane coppia che vuole mettere al mondo dei figli senza dover percorrere decine di chilometri per trovare un pediatra. Per un anziano che non dovrebbe vedere scomparire uno dopo l'altro tutti i servizi essenziali. Per chi lavora nei boschi, nei pascoli, negli alpeggi o nelle piccole aziende agricole e chiede semplicemente di poter vivere con dignità del proprio lavoro. Una montagna viva non si costruisce soltanto con il turismo, ma soprattutto con residenti che ogni mattina aprono le finestre delle proprie case. Dove si spegne una luce in un villaggio non si perde soltanto un abitante: si perde un presidio umano, un pezzo di memoria, una rete di relazioni che nessun investimento milionario riuscirà più a ricostruire.

Se davvero la politica volesse invertire la rotta dovrebbe avere il coraggio di cambiare il metro con cui valuta i propri successi. Accanto agli investimenti turistici dovrebbero trovare spazio un grande piano per la residenzialità in montagna, contributi destinati a chi ristruttura e abita stabilmente le case dei piccoli comuni, incentivi fiscali per le attività economiche delle vallate laterali, sostegni concreti agli allevatori e agli agricoltori che mantengono il territorio, servizi sanitari di prossimità, scuole da considerare un investimento e non una voce da tagliare, connessioni digitali efficienti che permettano anche a professionisti e imprese di lavorare senza essere costretti a trasferirsi nel fondovalle. E ancora, procedure amministrative più semplici per chi vuole aprire un'azienda agricola, recuperare un alpeggio o rimettere in funzione un terreno abbandonato. Non servono slogan sulla montagna. Servono condizioni che rendano possibile viverci.

Esiste poi un tema che troppo spesso viene affrontato come se fosse esclusivamente ambientale, mentre è profondamente economico. Ogni euro investito per mantenere un allevatore, un agricoltore o una famiglia residente in montagna produce un beneficio collettivo enorme. Significa prati sfalciati, boschi curati, sentieri mantenuti, dissesto idrogeologico contenuto, incendi più facilmente prevenuti, biodiversità conservata e un paesaggio che continua a essere la principale ricchezza turistica della regione. Quando una stalla chiude, il danno non riguarda soltanto il proprietario. Lo paga tutta la comunità. Eppure questo lavoro di manutenzione quotidiana del territorio continua a essere dato quasi per scontato, come se fosse un fatto naturale e non il risultato di sacrifici che durano dodici mesi all'anno.

L'autonomia speciale dovrebbe servire proprio a questo: costruire politiche che nessun'altra regione potrebbe permettersi, perché nessun'altra vive le stesse condizioni della Valle d'Aosta. Sarebbe un errore utilizzare questa straordinaria opportunità quasi esclusivamente per finanziare opere pubbliche, infrastrutture o interventi che producono consenso nell'immediato. L'autonomia dovrebbe diventare lo strumento per sperimentare un modello nuovo di montagna, dove chi sceglie di restare riceva un riconoscimento concreto. Non assistenzialismo, ma una vera politica di riequilibrio territoriale che premi chi mantiene vivi i villaggi e custodisce un patrimonio che appartiene a tutti.

Forse è arrivato il momento di cambiare anche il linguaggio. Per anni abbiamo parlato di sviluppo della montagna come se la montagna fosse un luogo da conquistare, da valorizzare, da sfruttare o da rendere competitivo. Forse dovremmo iniziare a parlare semplicemente di persone. Perché una montagna senza persone non è più montagna: è un paesaggio. Bellissimo, certamente. Ma vuoto. E una Valle d'Aosta che rinunciasse alle proprie comunità per inseguire soltanto il turismo rischierebbe di diventare un grande parco tematico alpino, perfetto nelle fotografie e sempre più fragile nella realtà quotidiana.

La politica ama spesso ripetere che la montagna è il cuore della Valle d'Aosta. Se lo crede davvero, lo dimostri. Non con un'altra inaugurazione, non con un nuovo rendering, non con un'altra conferenza stampa ai piedi di una funivia. Lo dimostri facendo della montagna abitata la priorità assoluta della prossima legislatura. Perché i turisti possono innamorarsi delle nostre montagne per una settimana. Ma soltanto chi le abita tutto l'anno può continuare a tenerle vive. E se un giorno dovessero venir meno queste persone, ci accorgeremmo troppo tardi che il vero patrimonio della Valle d'Aosta non era fatto di acciaio, cemento e cabine sospese nel vuoto, ma di uomini e donne che, in silenzio, hanno continuato ogni giorno a rendere possibile quella bellezza che tutti davamo per scontata.

Montagna da abitare

Il est une phrase qui, plus que toute autre, est restée gravée dans l'esprit des lecteurs de l'éditorial publié hier : « La politique finit par privilégier la montagne que l'on traverse plutôt que la montagne que l'on habite. » C'est sans doute là que se concentre tout l'enjeu de l'avenir de la Vallée d'Aoste. Car une montagne que l'on traverse produit des chiffres, des passages, des photographies et des statistiques. Sans parler des embouteillages, des files d'attente, des limitations de circulation et des modifications du trafic lors des journées de forte affluence. Une montagne habitée, en revanche, produit des communautés, une identité, la sécurité du territoire, de la culture et un avenir. Pourtant, depuis bien trop longtemps, le débat politique semble mesurer le succès uniquement au nombre de touristes, aux remontées mécaniques réalisées, aux télécabines inaugurées et aux nouvelles liaisons skiables projetées. Tout cela est important, bien sûr. Mais cela ne suffit pas. Car aucun téléphérique ne remplacera jamais une famille qui choisit de rester vivre dans un village de montagne. Aucune piste de ski ne remplacera une école qui continue à rester ouverte. Aucune remontée mécanique ne pourra prendre la place d'une étable qui continue à produire du lait ou d'un jeune éleveur qui choisit d'investir son avenir dans une vallée latérale plutôt que de partir ailleurs.

Le véritable défi n'est pas de rendre la montagne plus accessible aux visiteurs. Sur ce point, la Vallée d'Aoste a déjà démontré son savoir-faire. Le véritable défi est de la rendre habitable 365 jours par an. Pour un jeune couple qui souhaite fonder une famille sans devoir parcourir des dizaines de kilomètres pour trouver un pédiatre. Pour une personne âgée qui ne devrait pas voir disparaître, les uns après les autres, tous les services essentiels. Pour ceux qui travaillent dans les forêts, les pâturages, les alpages ou les petites exploitations agricoles et qui demandent simplement de pouvoir vivre dignement de leur travail. Une montagne vivante ne se construit pas uniquement grâce au tourisme, mais surtout grâce aux habitants qui ouvrent chaque matin les volets de leur maison. Lorsqu'une lumière s'éteint dans un village, ce n'est pas seulement un habitant qui disparaît : c'est une présence humaine, une part de mémoire et un réseau de relations qu'aucun investissement de plusieurs millions d'euros ne pourra jamais recréer.

Si la politique voulait réellement changer de cap, elle devrait avoir le courage de modifier les critères avec lesquels elle mesure ses succès. À côté des investissements touristiques, il faudrait mettre en œuvre un vaste plan en faveur de la résidence permanente en montagne, des aides destinées à ceux qui rénovent et habitent durablement les maisons des petites communes, des incitations fiscales pour les activités économiques des vallées latérales, un soutien concret aux éleveurs et aux agriculteurs qui entretiennent le territoire, des services de santé de proximité, des écoles considérées comme un investissement plutôt qu'une dépense à réduire, ainsi que des connexions numériques performantes permettant aux professionnels et aux entreprises de travailler sans être contraints de s'installer dans la plaine. Il faudrait également simplifier les procédures administratives pour ceux qui souhaitent créer une exploitation agricole, remettre en activité un alpage ou valoriser une terre abandonnée. La montagne n'a pas besoin de slogans. Elle a besoin de conditions qui permettent réellement d'y vivre.

Il existe également une question qui est trop souvent abordée comme si elle relevait uniquement de l'environnement, alors qu'elle est profondément économique. Chaque euro investi pour permettre à un éleveur, à un agriculteur ou à une famille de continuer à vivre en montagne produit un bénéfice collectif considérable. Cela signifie des prairies entretenues, des forêts soignées, des sentiers praticables, une meilleure prévention des risques hydrogéologiques, une réduction du risque d'incendie, une biodiversité préservée et un paysage qui demeure la première richesse touristique de la région. Lorsqu'une étable ferme ses portes, les conséquences ne concernent pas seulement son propriétaire. C'est toute la communauté qui en paie le prix. Pourtant, ce travail quotidien d'entretien du territoire continue d'être considéré comme allant de soi, comme s'il était naturel et non le fruit de sacrifices qui durent douze mois par an.

L'autonomie spéciale devrait précisément servir à cela : construire des politiques qu'aucune autre région ne pourrait mettre en œuvre, parce qu'aucune autre ne connaît les mêmes réalités que la Vallée d'Aoste. Ce serait une erreur de limiter cette opportunité exceptionnelle au financement d'ouvrages publics, d'infrastructures ou de projets qui produisent un consensus immédiat. L'autonomie devrait devenir l'outil permettant d'expérimenter un nouveau modèle de montagne, dans lequel ceux qui choisissent d'y rester reçoivent une véritable reconnaissance. Non pas de l'assistanat, mais une politique authentique de rééquilibrage territorial qui récompense ceux qui maintiennent les villages en vie et préservent un patrimoine appartenant à toute la collectivité.

Il est peut-être temps de changer aussi notre manière de parler de la montagne. Pendant des années, nous avons évoqué son développement comme s'il s'agissait d'un espace à conquérir, à valoriser, à exploiter ou à rendre plus compétitif. Peut-être devrions-nous commencer à parler tout simplement des personnes. Car une montagne sans habitants n'est plus une montagne : ce n'est plus qu'un paysage. Magnifique, certes. Mais vide. Et une Vallée d'Aoste qui renoncerait à ses communautés pour ne poursuivre que le développement touristique risquerait de devenir un immense parc alpin, parfait sur les photographies, mais de plus en plus fragile dans la réalité quotidienne.

La politique aime souvent répéter que la montagne est le cœur de la Vallée d'Aoste. Si elle le croit vraiment, qu'elle le prouve. Non pas avec une inauguration de plus, un nouveau projet en images de synthèse ou une nouvelle conférence de presse au pied d'un téléphérique. Qu'elle le démontre en faisant de la montagne habitée la priorité absolue de la prochaine législature. Car les touristes peuvent tomber amoureux de nos montagnes pendant une semaine. Mais seuls ceux qui y vivent toute l'année peuvent continuer à les faire vivre. Et si un jour ces femmes et ces hommes venaient à disparaître, nous comprendrions trop tard que la véritable richesse de la Vallée d'Aoste n'était ni l'acier, ni le béton, ni les cabines suspendues dans le vide, mais ces hommes et ces femmes qui, dans le silence, ont continué chaque jour à rendre possible cette beauté que nous avons tous fini par considérer comme acquise.

piero.minuzzo@gmail.com

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