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Chez Nous | 10 luglio 2026, 08:00

Aoste – Strasbourg – Bruxelles

Aosta – Strasburgo – Bruxelles

Aoste – Strasbourg – Bruxelles

C'è un filo che unisce la capitale della Valle d'Aosta alle istituzioni europee. È il filo dell'autonomia, della montagna e della difesa delle comunità locali. Se quel filo dovesse spezzarsi, non perderemmo soltanto qualche finanziamento europeo: perderemmo una parte della nostra identità.

La politica, quella vera, si misura quando riesce a guardare oltre la prossima scadenza elettorale. È allora che le parole assumono un peso diverso e le battaglie cessano di essere patrimonio di un singolo partito per trasformarsi in questioni che riguardano un intero popolo.

L'intervento di Aurelio Marguerettaz al Comitato europeo delle Regioni merita di essere letto proprio in questa prospettiva. Non tanto perché provenga da un esponente dell'Union Valdôtaine, quanto perché riporta al centro un tema che la Valle d'Aosta sembra avere progressivamente accantonato: la difesa della propria specialità all'interno di un'Europa sempre più orientata a uniformare regole, procedure e strumenti finanziari.

Quando a Bruxelles qualcuno immagina di fondere la Politica Agricola Comune e la Politica di Coesione in un unico contenitore, il rischio non è soltanto amministrativo. Il rischio è culturale. Significa considerare le montagne come una periferia qualsiasi, dimenticando che le Alpi non sono un problema da gestire ma una ricchezza da preservare.

Ed è qui che emerge tutta l'attualità della cultura autonomista valdostana.

Per decenni qualcuno ha raccontato l'autonomia come un insieme di privilegi da difendere. È stata una narrazione comoda per chi non ha mai vissuto cosa significhi amministrare un territorio alpino, garantire servizi in vallate isolate, mantenere aperta una scuola con pochi bambini o sostenere un'agricoltura che non potrà mai competere con quella delle grandi pianure europee.

La verità è un'altra.

L'autonomia non nasce per concedere vantaggi alla Valle d'Aosta. Nasce per ristabilire un equilibrio che la geografia, la storia e la cultura hanno reso inevitabilmente diverso dal resto del Paese.

Chi vive la montagna sa che uguaglianza non significa trattare tutti nello stesso modo. Significa dare a ciascuno gli strumenti per partire dalle stesse opportunità. È questo il principio che ha ispirato lo Statuto speciale e che continua a rappresentare il cuore della tradizione autonomista.

Non è un caso che proprio l'Union Valdôtaine, fin dalla sua nascita, abbia sempre guardato all'Europa delle Regioni prima ancora che questa diventasse un concetto di moda nei palazzi comunitari. L'idea era semplice ma rivoluzionaria: un continente forte non nasce cancellando le identità locali, bensì mettendole in rete, valorizzandole e facendole diventare una risorsa.

Oggi quella visione torna di straordinaria attualità.

Troppo spesso anche noi valdostani rischiamo di osservare il nostro territorio attraverso una lente deformata. Pensiamo alle grandi stazioni sciistiche, agli alberghi, ai comprensori turistici, agli eventi internazionali. Tutto importante. Tutto indispensabile.

Ma la Valle d'Aosta non finisce lì.

La vera ossatura della regione continua a essere fatta di piccoli comuni, villaggi aggrappati ai versanti, aziende agricole familiari, allevatori, giovani che cercano di restare, sindaci che combattono ogni giorno contro lo spopolamento e la riduzione dei servizi.

È lì che si misura la sopravvivenza della montagna.

Una stazione turistica può produrre ricchezza. Un paese abitato produce comunità.

La differenza è enorme.

Quando un villaggio perde l'ultima famiglia, non chiude soltanto una casa. Si spegne una parte della memoria collettiva della Valle d'Aosta. Si perde un dialetto, una tradizione, un alpeggio, un sentiero mantenuto vivo, un presidio contro il dissesto idrogeologico. Si perde, in definitiva, un pezzo di civiltà alpina.

Per questo il dibattito aperto a Bruxelles riguarda tutti noi.

Riguarda Aosta, chiamata a esercitare con convinzione il proprio ruolo istituzionale.

Riguarda Strasburgo, simbolo dell'Europa delle autonomie, delle minoranze linguistiche e dei popoli che hanno scelto di costruire il proprio futuro senza rinunciare alle proprie radici.

Riguarda Bruxelles, dove troppo spesso le decisioni vengono prese osservando il continente dall'altezza delle statistiche e non dalla realtà quotidiana delle comunità.

La Valle d'Aosta dovrebbe avere il coraggio di alzare la voce.

Non per rivendicare privilegi.

Non per chiedere eccezioni.

Ma per pretendere il rispetto di ciò che la Costituzione italiana e lo Statuto speciale già riconoscono: il diritto di una comunità alpina, francofona e autonoma a essere governata secondo le proprie peculiarità.

È arrivato il momento che questa consapevolezza esca dalle aule istituzionali.

Serve una mobilitazione civile. Serve che i sindaci parlino con una sola voce. Serve che il mondo agricolo, le categorie economiche, i giovani, il volontariato e le forze politiche comprendano che la difesa della montagna non appartiene a una maggioranza o a un'opposizione.

Appartiene ai valdostani.

Le grandi conquiste dell'autonomia non sono mai nate nell'indifferenza. Sono nate quando un popolo ha saputo dimostrare di essere unito davanti alle questioni fondamentali.

Forse è arrivato il tempo di riscoprire quello spirito.

Perché se Aosta smette di dialogare con Strasburgo e Bruxelles da protagonista, altri decideranno quale dovrà essere il futuro delle nostre montagne.

E quando ce ne accorgeremo, potrebbe essere troppo tardi.

Aosta – Strasburgo – Bruxelles

Un fil relie la capitale de la Vallée d’Aoste aux institutions européennes. C’est le fil de l’autonomie, de la montagne et de la défense des communautés locales. Si ce fil venait à se rompre, nous ne perdrions pas seulement quelques financements européens : nous perdrions une partie de notre identité.

La politique, la vraie, se mesure lorsqu’elle est capable de regarder au-delà de la prochaine échéance électorale. C’est alors que les paroles prennent une autre dimension et que les combats cessent d’être l’apanage d’un seul parti pour devenir des enjeux qui concernent tout un peuple.

L’intervention d’Aurelio Marguerettaz au Comité européen des Régions mérite d’être lue dans cette perspective. Non pas simplement parce qu’elle émane d’un représentant de l’Union Valdôtaine, mais parce qu’elle remet au centre du débat une question que la Vallée d’Aoste semble avoir progressivement reléguée au second plan : la défense de sa spécificité au sein d’une Europe de plus en plus portée vers l’uniformisation des règles, des procédures et des instruments financiers.

Lorsque, à Bruxelles, certains envisagent de fusionner la Politique agricole commune et la Politique de cohésion dans un fonds unique, le risque n’est pas seulement administratif. Il est aussi culturel. Cela revient à considérer les territoires de montagne comme une périphérie parmi d’autres, en oubliant que les Alpes ne sont pas un problème à gérer, mais une richesse à préserver.

C’est précisément là que toute l’actualité de la pensée autonomiste valdôtaine apparaît.

Pendant des décennies, certains ont présenté l’autonomie comme un ensemble de privilèges à défendre. Une lecture commode pour ceux qui n’ont jamais eu à administrer un territoire alpin, à garantir des services dans des vallées isolées, à maintenir une école ouverte avec quelques élèves ou à soutenir une agriculture qui ne pourra jamais rivaliser avec celle des grandes plaines européennes.

La réalité est tout autre.

L’autonomie n’a pas été conçue pour accorder des avantages à la Vallée d’Aoste. Elle est née afin de rétablir un équilibre rendu nécessaire par la géographie, l’histoire et la culture, qui font de cette région un territoire profondément différent.

Ceux qui vivent la montagne savent que l’égalité ne consiste pas à traiter tout le monde de la même manière. Elle consiste à donner à chacun les moyens de bénéficier des mêmes chances. C’est ce principe qui a inspiré le Statut spécial et qui demeure au cœur de la tradition autonomiste.

Ce n’est pas un hasard si l’Union Valdôtaine, dès sa création, a toujours regardé vers une Europe des Régions, bien avant que cette idée ne devienne un concept à la mode dans les institutions communautaires. Son intuition était simple, mais visionnaire : une Europe forte ne se construit pas en effaçant les identités locales, mais en les mettant en réseau, en les valorisant et en les transformant en une véritable richesse.

Aujourd’hui, cette vision retrouve toute sa pertinence.

Trop souvent, nous autres Valdôtains regardons notre territoire à travers une image déformée. Nous pensons d’abord aux grandes stations de ski, aux hôtels, aux domaines skiables, aux événements internationaux. Tout cela est important. Tout cela est indispensable.

Mais la Vallée d’Aoste ne s’arrête pas là.

Son véritable socle demeure constitué de petites communes, de villages accrochés aux versants, d’exploitations agricoles familiales, d’éleveurs, de jeunes qui choisissent de rester, de maires qui luttent chaque jour contre le dépeuplement et la disparition progressive des services.

C’est là que se joue l’avenir de la montagne.

Une station touristique peut produire de la richesse.

Un village habité produit une communauté.

La différence est immense.

Lorsqu’un village perd sa dernière famille, ce n’est pas seulement une maison qui ferme ses portes. C’est une partie de la mémoire collective de la Vallée d’Aoste qui s’éteint. C’est un parler local, une tradition, un alpage, un sentier entretenu, un rempart contre les risques naturels qui disparaissent. C’est, en définitive, un fragment de la civilisation alpine qui s’efface.

C’est pourquoi le débat ouvert à Bruxelles nous concerne tous.

Il concerne Aoste, appelée à exercer pleinement son rôle institutionnel.

Il concerne Strasbourg, symbole de l’Europe des autonomies, des minorités linguistiques et des peuples qui ont choisi de construire leur avenir sans renoncer à leurs racines.

Il concerne Bruxelles, où les décisions sont trop souvent prises à partir de statistiques plutôt qu’à partir de la réalité quotidienne des communautés.

La Vallée d’Aoste devrait avoir le courage de faire entendre sa voix.

Non pour réclamer des privilèges.

Non pour demander des exceptions.

Mais pour exiger le respect de ce que la Constitution italienne et le Statut spécial reconnaissent déjà : le droit d’une communauté alpine, francophone et autonome à être gouvernée selon ses propres particularités.

Il est temps que cette conscience dépasse les seules institutions.

Une mobilisation civique est nécessaire. Les maires doivent parler d’une seule voix. Le monde agricole, les acteurs économiques, les jeunes, le bénévolat et les forces politiques doivent comprendre que la défense de la montagne n’appartient ni à une majorité ni à une opposition.

Elle appartient aux Valdôtains.

Les grandes conquêtes de l’autonomie ne sont jamais nées dans l’indifférence. Elles sont nées lorsqu’un peuple a su se rassembler autour de l’essentiel.

Il est peut-être temps de retrouver cet esprit.

Car si Aoste cesse de dialoguer en protagoniste avec Strasbourg et Bruxelles, d’autres décideront de l’avenir de nos montagnes.

Et lorsque nous en prendrons conscience, il sera peut-être déjà trop tard.

piero.minuzzo@gmail.com

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