Stessa malattia, stesso Paese, stesso anno. Politiche diverse, a volte opposte, decise regione per regione in base ai fondi disponibili, alla pressione degli allevatori e alla sensibilità politica locale. Chi porta il proprio bestiame da una regione all’altra deve destreggiarsi tra moduli di accettazione, tempi di attesa di 28 o 60 giorni, deroghe e certificazioni sierologiche differenti a seconda del confine amministrativo attraversato.
Bastano pochi chilometri, in Italia, per cambiare le regole del gioco su un vaccino per bovini. In Piemonte la vaccinazione contro la blue tongue è obbligatoria per gli ovini, ma soltanto facoltativa per i bovini, che possono essere immunizzati su base volontaria e a spese dell’allevatore. In Emilia-Romagna, invece, l’intera campagna contro il sierotipo BTV8 è facoltativa e sostenuta da un finanziamento regionale di appena 100 mila euro per il biennio 2025-2026. Nelle Province autonome di Trento e Bolzano e in Friuli Venezia Giulia la vaccinazione è obbligatoria per tutte le specie sensibili — bovini, bufalini, ovini e caprini. In Sardegna lo è da anni per l’intero patrimonio zootecnico. In Valle d’Aosta, dal 2026, si aggiunge l’obbligo vaccinale contro la dermatite nodulare contagiosa (LSD) per gli animali destinati alla salita in alpeggio.
Chi pensa che questa frammentazione sia un problema circoscritto al mondo agricolo si sbaglia. È lo specchio fedele di quanto accade nella sanità umana. Lo ha ammesso anche il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, parlando della necessità di superare la logica dei compartimenti separati in cui è divisa la spesa farmaceutica, in un Paese dove la sanità è organizzata attraverso 21 diversi sistemi regionali.
I dati confermano il quadro: la spesa farmaceutica pubblica varia dal 9,18% del fondo sanitario regionale in Lombardia fino a superare il 12-13% in Campania, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Abruzzo. E l’accesso alle nuove cure, tra autorizzazione nazionale e recepimento regionale, richiede in Italia mediamente 14 mesi, ai quali se ne aggiungono altri 10 per la disponibilità effettiva sul territorio, con differenze che oscillano tra 4 e 16 mesi a seconda della regione. In Germania bastano circa quattro mesi.
Un vaccino per i bovini che cambia regime a seconda del confine regionale e un farmaco salvavita che arriva prima o dopo in base al codice postale sono due facce della stessa medaglia: un sistema sanitario che sembra aver smarrito l’idea stessa di uniformità come diritto.
Dietro questa frammentazione c’è una scelta più profonda, fatta di numeri che raramente arrivano sui giornali locali. L’Italia investe in ricerca e sviluppo appena l’1,4% del Pil, contro il 2,2% della Francia e il 3% della Germania. E anche di questa quota già modesta, oltre la metà — il 52,8% — è costituita da capitale privato, non pubblico.
La spesa sanitaria pubblica italiana si ferma al 6,2-6,3% del Pil, contro il 9-10% della Francia, il 10,1-10,6% della Germania e l’8,9% del Regno Unito: un divario che, secondo il Forum delle società scientifiche dei clinici ospedalieri, si è ulteriormente ampliato durante la pandemia, quando altri Paesi hanno investito molto più dell’Italia.
Nello stesso periodo, il settore farmaceutico privato italiano ha raggiunto numeri record: 56 miliardi di euro di produzione e 54 miliardi di euro di export nel 2024, con una crescita del valore aggiunto del 18% in tre anni, dieci volte superiore al ritmo del Pil nazionale.
Le domande di brevetto farmaceutico italiane sono aumentate del 33% in cinque anni. A livello globale, l’industria farmaceutica resta il primo settore al mondo per investimenti in ricerca e sviluppo, con una previsione di 2 mila miliardi di dollari investiti tra il 2025 e il 2030. L’80% di queste risorse sarà destinato a reti di ricerca costruite sul modello dell’open innovation, cioè partnership tra aziende, università e centri pubblici, ma con una regia prevalentemente privata e con la proprietà intellettuale che resta nelle mani delle multinazionali.
Il messaggio è chiaro, anche se raramente compare nei comunicati ufficiali: dove arretra la mano pubblica, avanza quella privata. E la ricerca privata, per sua natura, non segue soltanto l’interesse della salute collettiva: segue anche il ritorno sull’investimento.
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui la scienza medica rispondeva a un’altra logica. Albert Sabin, il virologo che nel 1956 mise a punto il vaccino orale contro la poliomielite — la stessa malattia che in Italia, tra il 1958 e il 1966, provocò quasi 10 mila casi, oltre mille morti e circa 8 mila paralisi, anche a causa dei ritardi nell’adozione — scelse deliberatamente di non brevettare la propria scoperta.
Rifiutò ogni royalty dalle case farmaceutiche, continuando a vivere del proprio stipendio da professore universitario, e durante la Guerra Fredda donò persino i ceppi virali del proprio vaccino allo scienziato sovietico Mikhail Čumakov, superando la cortina di ferro pur di garantirne la diffusione. La sua spiegazione fu semplice: «È il mio regalo a tutti i bambini del mondo».
Oggi quella frase rischierebbe di apparire quasi ingenua in un settore nel quale un singolo farmaco innovativo può incidere, soltanto in Italia, sui bilanci sanitari per miliardi di euro l’anno. Nel 2024 la spesa farmaceutica pubblica ha superato i 23 miliardi di euro, sforando di 2,9 miliardi il tetto programmato, con l’immissione di nuovi farmaci ad alto costo che, secondo le stesse agenzie di monitoraggio, sottrae risorse all’assistenza e al personale.
Non è complottismo osservare che il baricentro si sia spostato: dallo scienziato che regala un brevetto all’umanità all’azienda che negozia con il ministero il prezzo di un farmaco salvavita; dallo Stato che finanzia la ricerca come bene pubblico allo Stato che spesso si limita a rimborsare — parzialmente, in ritardo e con modalità diverse da regione a regione — ciò che il mercato ha già deciso di produrre.
Il payback, il meccanismo attraverso cui le aziende farmaceutiche restituiscono al Servizio sanitario nazionale una parte dello sforamento dei tetti di spesa, ha raggiunto 1,8 miliardi di euro nel 2024. Le imprese ricorrono regolarmente contro questa norma, dimostrando come anche lo strumento pensato per riequilibrare il sistema sia diventato terreno di confronto permanente tra logiche di profitto e sostenibilità dei bilanci pubblici.
Il cittadino, nel mezzo, si trova a fare i conti con due sistemi che dovrebbero rappresentare un unico presidio di salute pubblica — quello umano e quello animale, sempre più interconnessi come dimostrano le epidemie zoonotiche degli ultimi vent’anni — ma che di fatto rispondono a ventuno regie regionali differenti e a interessi industriali che non sempre coincidono con quelli collettivi.
La domanda che resta, dopo aver messo in fila i numeri, non è se i vaccini funzionino: funzionano, ed è un fatto scientifico non negoziabile.
La vera domanda è chi decide come, dove, quando e a quale prezzo arrivino a chi ne ha bisogno. E su questo la politica, nazionale e regionale, ha responsabilità che non può continuare a scaricare né sul mercato né, tantomeno, sul silenzio.












