Prima di parlare di no vax, di libertà di scelta o di complotti farmaceutici, serve fare un passo indietro. Un passo lungo circa settecento anni.
Nel 1347 qualcosa di inimmaginabile cominciò a diffondersi dall’Asia centrale verso l’Europa. La chiamarono Morte Nera, e non era un’esagerazione: corpi anneriti dai bubboni, città svuotate, chiese piene di cadaveri. Il batterio Yersinia pestis, trasportato dalle pulci dei ratti e dalle navi mercantili in fuga da Caffa, in Crimea, arrivò prima a Messina e poi si diffuse in tutta la penisola.
In soli tre anni, dal 1347 al 1350, la peste uccise almeno un terzo della popolazione europea: circa venti milioni di persone. In alcune regioni, come la Toscana, si arrivò al 50–60% di morti. Firenze perse quasi due terzi dei suoi abitanti. La popolazione europea tornò ai livelli precedenti solo verso il 1550.
Non c’erano vaccini, né antibiotici. Solo preghiera, isolamento improvvisato e terrore. Eppure proprio allora nacquero le prime misure di quarantena e le prime idee di cordone sanitario, i rudimenti della sanità pubblica.
In Valle d’Aosta la peste non risparmiò nulla. Le vallate alpine, attraversate dalle grandi vie commerciali tra Italia e Francia, erano particolarmente esposte. Nel 1630, durante la peste manzoniana, il contagio si diffuse con il passaggio di quattro reggimenti di lanzichenecchi accampati nei dintorni di Aosta. Le truppe portarono la morte lungo le vallate, senza che le montagne potessero fermarla.
Tra il 1630 e il 1633 la Valle d’Aosta fu una delle aree più colpite del Nord Italia: le fonti storiche indicano una perdita di circa due terzi della popolazione, tra registri parrocchiali e cronache locali.
Saltiamo avanti di cinquecento anni. Siamo nel 1918. L’Europa è devastata dalla Prima guerra mondiale. In questo contesto si diffonde l’influenza spagnola. Il nome è ingannevole: il virus nasce negli Stati Uniti, nei campi militari. La Spagna è solo il primo Paese a parlarne apertamente, non essendo coinvolta nella censura bellica.
La pandemia colpisce duramente anche le vallate alpine. Senza antibiotici, antivirali o terapie intensive, le comunità montane sono vulnerabili quanto le città. L’isolamento non basta: il virus segue strade, commerci e movimenti militari.
Non c’erano vaccini, né cure efficaci. Solo isolamento e attesa. Morirono decine di milioni di persone nel mondo.
Qui arrivano i numeri, quelli che non lasciano spazio a interpretazioni.
Fine Ottocento, Italia: secondo ISTAT, nel 1880 la speranza di vita era di 35,4 anni. Nel 1872 era addirittura 29,7. Non perché non si potesse vivere più a lungo, ma perché la mortalità infantile e le malattie infettive colpivano in modo devastante. Intorno al 1900 si arrivò a circa 43 anni.
Oggi, Italia 2024: la speranza di vita è di 83,4 anni (81,4 uomini, 85,5 donne). L’Italia è tra i Paesi più longevi d’Europa.
Possiamo essere no vax per convinzione? In democrazia ogni opinione è legittima. Possiamo anche diffidare delle industrie farmaceutiche? Anche questo è un dubbio legittimo.
Ma c’è una cosa che non si può ignorare: i numeri.
Non si può mettere sullo stesso piano una vita media di 30–35 anni con una di oltre 83 e dire che la medicina non abbia cambiato il mondo. Non si può leggere la storia della Morte Nera o dell’influenza spagnola e concludere che le epidemie siano invenzioni.
La Valle d’Aosta stessa conserva le tracce di queste catastrofi: colli, vallate e villaggi attraversati da secoli di epidemie senza confini.
Si può discutere di tutto: politica sanitaria, obblighi vaccinali, libertà individuale e salute collettiva. Ma un dato resta fermo:
nel 1880 si viveva 35 anni, oggi oltre 83.
Non è un caso. Non è magia. È il risultato di generazioni di medicina, ricerca e scienza.
La storia parla chiaro. Basta volerla ascoltare.













