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ATTUALITÀ | 21 giugno 2026, 09:14

Aosta, capitale dell'asfalto?

Mentre in Europa e in molte città italiane si comincia finalmente a togliere asfalto e cemento per restituire spazio agli alberi, al verde e alla natura, ad Aosta sembra ancora prevalere una filosofia urbanistica figlia del Novecento: se c'è uno spazio disponibile, si asfaltano metri quadrati.

Aosta, capitale dell'asfalto?

La recente decisione del Comune di Genova di inserire il "depaving" nel proprio Piano urbanistico comunale rappresenta una piccola rivoluzione culturale. Non limitarsi a consumare meno suolo, ma restituire alla terra ciò che negli anni è stato ricoperto da cemento e bitume. Un concetto semplice: meno superfici impermeabili, più verde, più ombra, più qualità della vita.

Guardando Aosta, però, la sensazione è che si proceda ancora nella direzione opposta.

Basta percorrere alcune zone della città per accorgersene. L'area della stazione ferroviaria e buona parte degli spazi limitrofi sono dominati da piazzali, parcheggi e superfici asfaltate. Molti parcheggi pubblici appaiono come grandi distese nere prive di alberature capaci di offrire ombra durante i mesi estivi. Diverse sistemazioni urbane degli ultimi anni hanno privilegiato pavimentazioni e superfici minerali rispetto alla creazione di vere aree verdi.

Non si tratta di una questione estetica. È una questione ambientale, sanitaria e perfino economica.

Le temperature estive ad Aosta stanno aumentando anno dopo anno. Chiunque attraversi a piedi piazza della Repubblica, l'area della stazione, alcuni parcheggi cittadini o determinate zone commerciali durante le giornate più calde conosce bene l'effetto forno prodotto dall'asfalto. Il fenomeno delle cosiddette "isole di calore" non riguarda soltanto le grandi metropoli. Colpisce anche una città di dimensioni contenute come Aosta.

L'asfalto accumula il calore durante il giorno e lo rilascia lentamente durante la notte. Il risultato è che le temperature percepite aumentano, peggiora il comfort urbano e crescono i rischi per anziani, bambini e persone fragili.

A questo si aggiunge il problema delle precipitazioni sempre più intense. Negli ultimi anni la Valle d'Aosta ha sperimentato fenomeni meteorologici estremi che fino a poco tempo fa apparivano eccezionali. Quando il terreno viene impermeabilizzato, l'acqua non riesce a infiltrarsi naturalmente e finisce nelle reti di raccolta, aumentando il rischio di allagamenti e criticità idrauliche.

Eppure le alternative esistono.

Molte città europee stanno sostituendo l'asfalto con prati, alberature, pavimentazioni drenanti, giardini della pioggia e piccoli boschi urbani. Non per moda ambientalista, ma perché questi interventi costano meno di molte opere tradizionali e producono benefici misurabili sulla qualità della vita.

La domanda che molti cittadini si pongono è allora semplice: perché ad Aosta non si apre una riflessione seria sul depaving?

Perché non avviare un censimento delle superfici asfaltate inutilizzate o sottoutilizzate? Perché non prevedere un piano pluriennale di rinaturalizzazione delle aree pubbliche? Perché non trasformare alcuni parcheggi in spazi alberati, capaci di mantenere la stessa funzione ma con una qualità ambientale nettamente superiore?

Ma soprattutto, perché non cogliere l'occasione storica rappresentata dall'interramento della ferrovia?

Da anni si discute della possibilità di eliminare la barriera ferroviaria che divide parti della città. Se il progetto dovesse concretizzarsi, si libererebbe una superficie straordinaria nel cuore di Aosta. Una ferita urbana potrebbe trasformarsi in una grande opportunità.

La domanda che i cittadini pongono fin da ora è cruciale: cosa sorgerà sopra quei binari?

Nuovo cemento? Nuovi parcheggi? Nuove colate di asfalto?

Oppure un grande parco lineare urbano, capace di collegare quartieri, creare percorsi pedonali e ciclabili, aumentare la presenza di alberi e migliorare il microclima cittadino?

Le esperienze di città come Torino, Trento e molte realtà europee dimostrano che la rigenerazione urbana del XXI secolo passa dalla restituzione di spazio alla natura, non dalla sua ulteriore compressione.

Fra poche settimane entreremo nel vivo della campagna elettorale per il rinnovo dell'amministrazione comunale. Sarebbe auspicabile che il tema trovasse spazio nel dibattito pubblico.

Perché una città non si misura soltanto dalle opere che costruisce. Si misura anche da quelle che decide di non costruire.

I cittadini chiedono una città più fresca, più verde e più vivibile. Chiedono alberi invece di catrame, ombra invece di superfici roventi, spazi pubblici pensati per le persone prima che per le automobili.

Non è una battaglia ideologica. È una questione di buon governo.

Forse è arrivato il momento di capire che il vero lusso urbano del futuro non sarà avere un parcheggio in più, ma un albero in più.

red

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