Non basta indignarsi. Non basta contare l'ennesima aggressione e attendere che l'attenzione mediatica si sposti altrove. Per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, quanto accaduto a Torino impone una riflessione molto più profonda sulle responsabilità educative della società contemporanea.
Il riferimento è alla brutale aggressione subita da un giovane di ventisei anni, pestato violentemente dopo essere stato identificato attraverso la propria provenienza geografica. Un episodio che ha suscitato sgomento e preoccupazione e che il presidente del CNDDU, il professor Romano Pesavento, invita a non liquidare come un semplice fatto di cronaca.
«Un ragazzo che aveva semplicemente chiesto un'informazione si è ritrovato a terra, privo di sensi, con il volto devastato. Una vicenda che non può essere archiviata come un semplice episodio di violenza urbana», afferma Pesavento.
Secondo il presidente del Coordinamento, il punto centrale non riguarda soltanto l'identificazione e la punizione dei responsabili. Occorre interrogarsi sulle cause profonde che generano comportamenti tanto estremi.
«Ogni volta che un giovane sceglie di colpire un altro essere umano fino a ridurlo in fin di vita, la domanda non dovrebbe essere soltanto chi siano gli aggressori. La domanda più scomoda è un'altra: chi li ha educati?»
Una riflessione che chiama in causa l'intera comunità educante. Per il CNDDU, infatti, da anni si assiste a una progressiva normalizzazione dell'aggressività e della sopraffazione.
«Da troppo tempo assistiamo a una progressiva banalizzazione dell'aggressività. L'insulto è diventato spettacolo, l'umiliazione una forma di intrattenimento, la sopraffazione un linguaggio sociale accettato e perfino ammirato», osserva Pesavento.
Parole che fotografano una realtà nella quale, secondo il docente, molti ragazzi finiscono per costruire la propria identità attraverso la prevaricazione anziché attraverso il merito, l'impegno o la capacità di costruire relazioni positive.
L'episodio di Torino assume inoltre una particolare gravità per le motivazioni che hanno accompagnato l'aggressione. L'insulto rivolto alla vittima, legato alla sua provenienza geografica, viene interpretato come il segnale di un più ampio impoverimento culturale.
«Quando un individuo riduce una persona al luogo da cui proviene, dimostra di non possedere strumenti sufficienti per comprenderne la complessità. Chi conosce davvero il valore della cultura, della storia e delle relazioni umane non sente il bisogno di classificare le persone attraverso etichette.»
Particolarmente significativa, secondo il Coordinamento, è l'età dei protagonisti. Troppo spesso episodi simili vengono presentati come deviazioni individuali o gesti isolati, mentre rappresenterebbero il riflesso di un contesto più ampio.
«Essi raccontano qualcosa dell'ambiente nel quale maturano. Raccontano il silenzio educativo di molti adulti, la rinuncia a trasmettere il senso del limite, la difficoltà di insegnare che la libertà non coincide con l'arbitrio e che la forza non consiste nel dominare qualcuno più vulnerabile.»
In questo contesto, la scuola è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale, pur senza sostituirsi alle famiglie. Per Pesavento è necessario recuperare il valore dell'educazione civica, emotiva e relazionale.
«Oggi più che mai è necessario restituire centralità all'educazione emotiva, alla capacità di riconoscere l'altro come persona, alla costruzione di una coscienza civile che non si limiti all'apprendimento delle norme ma si traduca in comportamenti quotidiani.»
Un richiamo che si lega direttamente alla missione del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, impegnato da anni nella promozione della cultura del rispetto e della cittadinanza attiva.
«I diritti umani non si difendono soltanto nei tribunali o nelle dichiarazioni solenni. Si difendono nei cortili, nelle strade, nei gruppi di amici, nei social network, nelle parole che scegliamo e in quelle che decidiamo di non pronunciare.»
Il CNDDU ha infine espresso vicinanza al giovane aggredito e alla sua famiglia, ma ritiene che la solidarietà da sola non sia sufficiente. Serve una presa di coscienza collettiva capace di prevenire nuovi episodi di violenza.
«Una comunità che si limita a indignarsi dopo ogni episodio di violenza senza interrogarsi sulle proprie responsabilità educative rischia di diventare spettatrice della propria deriva.»
Da qui la conclusione, che assume il valore di un monito rivolto all'intera società: «La vera emergenza non è soltanto la violenza che vediamo. È l'incapacità di riconoscerne le radici prima che esploda.»













