La Valle d’Aosta cresce nei numeri, ma arranca nella struttura. Dietro il dato rassicurante del basso tasso di disoccupazione, del reddito pro capite tra i più alti d’Italia e di un turismo in salute, si nasconde una realtà più complessa. È quanto emerge dalla ricerca “L’economia valdostana nei dati. Prospettive e chiavi di lettura per imprese e informazione”, promossa dalla Chambre Valdôtaine e presentata nei giorni scorsi al Salone Maria Ida Viglino di Palazzo regionale ad Aosta.
Nel suo intervento di apertura, il presidente della Chambre Roberto Sapia ha scelto parole dirette, quasi dure, per descrivere le contraddizioni del sistema economico valdostano: una regione “strutturalmente ricca”, ma con un tessuto produttivo fragile, poco innovativo e sempre più esposto alle sfide demografiche e tecnologiche.
Lo abbiamo intervistato partendo proprio da quelle contraddizioni.
Presidente Sapia, lei ha parlato di una Valle d’Aosta che “tiene” solo in superficie. Sta dicendo che i dati positivi raccontano una mezza verità?
“Sì, ed è un rischio fermarsi alla fotografia superficiale. I dati macroeconomici sono buoni e nessuno lo nega: crescita del valore aggiunto, disoccupazione bassa, turismo dinamico. Però dobbiamo chiederci cosa c’è sotto. E sotto troviamo una produttività stagnante, una popolazione che invecchia, imprese troppo piccole e un sistema che fatica a innovare. La Valle d’Aosta non è in crisi, ma rischia di vivere di rendita.”
Lei ha usato un’espressione forte: “polarizzazione silenziosa”. A cosa si riferisce?
“Al fatto che il credito cresce, ma non per tutti. I dati ci dicono che gli impieghi aumentano nel complesso, ma contemporaneamente il credito alle ditte individuali e alle micro-imprese cala quasi del 10%. Significa che chi è già strutturato riesce a crescere ancora, mentre chi sta alla base del sistema economico fatica ad accedere alle risorse. È una frattura che rischia di allargarsi.”
Il 71% delle imprese valdostane ha meno di dieci addetti. È ancora sostenibile un modello economico così frammentato?
“La micro-impresa non è un male in sé. Fa parte della nostra identità economica e territoriale. Il problema nasce quando quella dimensione impedisce di investire, innovare, pianificare. Un imprenditore che fa tutto da solo spesso non ha il tempo materiale per ragionare sul futuro dell’azienda. Ecco perché quei tanti ‘non so’ emersi dall’indagine non li considero un fallimento degli imprenditori, ma un segnale che le istituzioni devono leggere con attenzione.”
Però quasi metà delle imprese non ha pianificato il ricambio generazionale. Non è un dato allarmante?
“Lo è. Perché dietro quel numero c’è il rischio concreto di perdere competenze, attività economiche e presidio del territorio. Molte imprese non hanno successione, soprattutto nei settori tradizionali. E questo si intreccia con il problema demografico: meno giovani, meno forza lavoro, meno possibilità di continuità.”
Lei ha detto che la Valle d’Aosta è meno esposta ai rischi dell’intelligenza artificiale. Non dovrebbe essere una buona notizia?
“Nel breve periodo può sembrare rassicurante. Ma se un territorio è poco esposto ai rischi dell’IA spesso significa anche che è poco pronto a sfruttarne le opportunità. L’intelligenza artificiale può aumentare produttività, efficienza, competitività. Se restiamo ai margini rischiamo di accumulare ulteriore ritardo.”
Sulla digitalizzazione il quadro che emerge è piuttosto debole. Solo il 30% delle imprese utilizza strumenti di automazione. Perché siete così indietro?
“Perché il nostro sistema produttivo è fatto soprattutto di piccole realtà che hanno difficoltà a investire in innovazione. Non basta comprare un software: servono competenze, formazione, accompagnamento. E serve anche una cultura del cambiamento che non si costruisce dall’oggi al domani.”
Nel suo intervento lei sembra quasi mettere in discussione il modello autonomistico valdostano basato su spesa pubblica e protezione sociale.
“No, assolutamente. Ho detto l’opposto: la nostra Autonomia speciale è una risorsa preziosa e il welfare ha garantito stabilità e coesione sociale. Però dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che, in alcuni casi, questa protezione ha attenuato le spinte competitive che altrove hanno obbligato le imprese a innovare più rapidamente. Non è una critica all’Autonomia. È un invito a usarla meglio per accompagnare la trasformazione economica.”
Lei chiede anche di rafforzare il ruolo della Chambre nella programmazione economica regionale. Qualcuno potrebbe leggerla come una richiesta di maggiore peso politico.
“Non è una questione di potere, ma di funzione. La Chambre rappresenta il sistema produttivo e dispone di dati, competenze e relazioni che possono essere utili alla programmazione regionale. La legge istitutiva ha più di vent’anni: il mondo economico nel frattempo è cambiato radicalmente. Aggiornare quel quadro significa costruire strumenti più efficaci di collaborazione istituzionale.”
Siete pronti a dire che il modello economico valdostano va ripensato?
“Sì, se per ripensare intendiamo evolvere. La Valle d’Aosta ha ancora enormi punti di forza: qualità della vita, coesione sociale, capacità finanziaria, attrattività turistica. Ma non possiamo pensare che bastino da soli. Oggi servono produttività, innovazione, capitale umano, capacità di trattenere giovani competenti. Le sfide globali arrivano anche qui, in montagna. Ignorarle sarebbe il vero errore.”
Qual è il rischio più grande nei prossimi dieci anni?
“L’abitudine alla stabilità. Quando un sistema regge a lungo tende a pensare che reggerà sempre. Ma i dati ci dicono che alcune fragilità stanno crescendo lentamente: demografia, dimensione d’impresa, innovazione, ricambio generazionale. Se interveniamo ora possiamo governare questi processi. Se aspettiamo troppo, rischiamo di subirli.”













