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Chez Nous | 26 maggio 2026, 08:00

L’héritage politique d’Augusto Rollandin

L’eredità politica di Augusto Rollandin

L’héritage politique d’Augusto Rollandin

Ci sono alberi che fanno ombra anche dopo essere stati abbattuti. Le loro radici continuano a trattenere il terreno, a impedire che la montagna frani, a nutrire ciò che cresce attorno. Augusto Rollandin, nel bene e nel male, è stato uno di questi alberi della politica valdostana. E il primo congresso di Pour l’Autonomie celebrato dopo la sua scomparsa, avvenuta il 22 dicembre 2024, non poteva che trasformarsi inevitabilmente in qualcosa di più di una semplice assise politica: un momento di passaggio, quasi un testamento ideale.

Per anni Rollandin è stato raccontato soltanto attraverso le polemiche, i processi mediatici, le contrapposizioni personali e le divisioni interne al mondo autonomista. Ma il tempo, spesso, ha una capacità che la politica non possiede: quella di separare il rumore dalla sostanza. E oggi, leggendo il documento conclusivo del congresso di Pour l’Autonomie, emerge con chiarezza quanto molte delle intuizioni di Rollandin fossero avanti rispetto al clima politico che lo circondava.

“L’autonomia vive se la comunità la difende e la rinnova”. Non è soltanto una frase evocativa. È probabilmente la sintesi più moderna del pensiero autonomista valdostano degli ultimi decenni. Perché dentro quella frase c’è già tutto: la consapevolezza che l’autonomia non è un monumento immobile da celebrare una volta all’anno, ma un organismo vivo che sopravvive soltanto se riesce ad essere utile, concreta, percepita come necessaria dai cittadini.

Ed è esattamente questo il cuore politico del “Printemps Valdôtain” evocato dal congresso. Una nuova stagione che prova a superare il vecchio autonomismo difensivo, spesso chiuso nella conservazione delle competenze e nella gestione degli equilibri di potere, per aprirsi invece ad una autonomia pragmatica, territoriale e contemporanea. In fondo era ciò che Rollandin aveva compreso da tempo: che la specialità valdostana non può sopravvivere soltanto attraverso i richiami identitari o le liturgie istituzionali. Sopravvive se migliora concretamente la vita delle persone.

Quando il documento parla di giovani che devono poter restare in Valle d’Aosta, di servizi territoriali efficienti, di economia alpina integrata, di valorizzazione delle risorse energetiche, di sostegno alle imprese, all’agricoltura e alle comunità di montagna, non sta semplicemente elencando priorità amministrative. Sta ridefinendo il significato stesso dell’autonomia.

Per troppo tempo, infatti, il dibattito valdostano si è fermato alla superficie. L’autonomia è stata ridotta talvolta a slogan, talvolta a rendita politica, talvolta a bandiera da agitare contro Roma. Ma una autonomia che non produce sviluppo rischia di diventare folklore istituzionale. Rollandin questo lo aveva intuito molto prima di altri. E forse proprio per questo era diventato, negli ultimi anni, una figura sempre più scomoda: perché continuava a leggere la Valle d’Aosta come un territorio reale, non come un laboratorio ideologico.

Molti lo hanno definito uomo del passato. Eppure alcune delle idee che oggi vengono rilanciate come “nuova stagione autonomista” affondano direttamente nella sua visione politica: il radicamento territoriale, il rapporto diretto con le comunità locali, la centralità dei sindaci, l’importanza delle autonomie comunali, la necessità di usare l’autogoverno per dare risposte concrete e non semplicemente simboliche.

Ed è proprio qui che il congresso di Pour l’Autonomie assume anche il peso di una responsabilità umana e politica non indifferente. Perché raccogliere l’eredità di Augusto Rollandin non significa limitarsi a custodirne il ricordo o citarne le frasi nei congressi. Significa avere il coraggio di portare avanti una idea di autonomia concreta, popolare, radicata nei territori, anche quando questo diventa scomodo o controcorrente.

Toccherà inevitabilmente a Marco Carrel, ad Aldo Di Marco, a Morena Comoli e ai membri del nuovo comitato regionale — Cristina Camandona, Giorgio Giovinazzo, Roberto Montrosset e Jean Barocco — dimostrare che Pour l’Autonomie può essere qualcosa di più di un movimento nato attorno al carisma del suo fondatore. Su di loro pesa oggi una responsabilità silenziosa ma enorme: trasformare una eredità politica in una prospettiva credibile per la Valle d’Aosta contemporanea.

Non sarà semplice. Perché il rischio che accompagna ogni movimento nato attorno ad una figura forte è quello di sopravvivere soltanto nella nostalgia. Invece la vera sfida sarà proprio evitare la museificazione del rollandinismo. Far vivere il pensiero di Rollandin non vorrà dire replicarne i metodi o le stagioni politiche, ma conservarne la capacità di interpretare la Valle reale, quella delle famiglie, dei piccoli comuni, delle imprese, degli agricoltori, dei giovani costretti a partire e delle comunità che resistono in montagna.

Rollandin aveva compreso una verità semplice ma spesso ignorata dagli autonomisti contemporanei: la montagna si difende con la presenza umana. Non bastano le cartoline turistiche, non bastano gli eventi, non bastano gli slogan green. Una montagna senza famiglie, senza scuole, senza lavoro stabile, senza giovani, diventa un paesaggio vuoto. Bello da fotografare, ma morto socialmente.

Ecco allora che il congresso di Pour l’Autonomie assume un significato che va oltre la semplice riorganizzazione di un movimento politico. Diventa quasi un tentativo di recuperare una eredità politica che per anni è stata sottovalutata o volutamente emarginata. Non un ritorno nostalgico al passato, ma il riconoscimento che certe intuizioni avevano una profondità che oggi appare evidente.

Naturalmente nessuno può pensare di riproporre meccanicamente il “modello Rollandin”. La Valle d’Aosta del 2026 non è quella degli anni Novanta o Duemila. Le sfide sono cambiate: spopolamento, crisi demografica, trasformazione energetica, digitalizzazione, turismo fragile, precarietà sociale. Ma proprio per questo il richiamo ad un autonomismo concreto e non ideologico acquista ancora più forza.

Il rischio vero, oggi, non è perdere formalmente l’autonomia. Il rischio è svuotarla lentamente di significato, fino a renderla invisibile nella vita quotidiana dei valdostani. Ed è forse questa la lezione più importante lasciata da Augusto Rollandin: l’autonomia non sopravvive per diritto divino, ma soltanto se riesce ancora ad essere percepita come uno strumento utile per costruire futuro.

Le radici, appunto. Quelle che continuano a tenere insieme il terreno anche quando l’albero non c’è più.

 L’eredità politica di Augusto Rollandin

Il existe des arbres qui continuent à faire de l’ombre même après avoir été abattus. Leurs racines continuent de retenir la terre, d’empêcher la montagne de s’effondrer, de nourrir ce qui pousse autour d’eux. Augusto Rollandin, pour le meilleur et pour le pire, a été l’un de ces arbres de la politique valdôtaine. Et le premier congrès de Pour l’Autonomie célébré après sa disparition, survenue le 22 décembre 2024, ne pouvait inévitablement devenir quelque chose de plus qu’une simple assemblée politique : un moment de transition, presque un testament idéal.

Pendant des années, Rollandin n’a été raconté qu’à travers les polémiques, les procès médiatiques, les affrontements personnels et les divisions internes au monde autonomiste. Mais le temps possède souvent une capacité que la politique n’a pas : celle de séparer le bruit de la substance. Et aujourd’hui, à la lecture du document final du congrès de Pour l’Autonomie, il apparaît clairement combien plusieurs intuitions de Rollandin étaient en avance sur le climat politique qui l’entourait.

« L’autonomie vit si la communauté la défend et la renouvelle. » Ce n’est pas seulement une phrase évocatrice. C’est probablement la synthèse la plus moderne de la pensée autonomiste valdôtaine des dernières décennies. Car cette phrase contient déjà tout : la conscience que l’autonomie n’est pas un monument immobile à célébrer une fois par an, mais un organisme vivant qui ne survit que s’il parvient à être utile, concret et perçu comme nécessaire par les citoyens.

Et c’est précisément cela le cœur politique du « Printemps Valdôtain » évoqué par le congrès. Une nouvelle saison qui tente de dépasser l’ancien autonomisme défensif, souvent enfermé dans la conservation des compétences et la gestion des équilibres de pouvoir, pour s’ouvrir à une autonomie pragmatique, territoriale et contemporaine. Au fond, c’est ce que Rollandin avait compris depuis longtemps : la spécificité valdôtaine ne peut survivre uniquement grâce aux rappels identitaires ou aux liturgies institutionnelles. Elle survit si elle améliore concrètement la vie des personnes.

Lorsque le document parle des jeunes qui doivent pouvoir rester en Vallée d’Aoste, de services territoriaux efficaces, d’une économie alpine intégrée, de la valorisation des ressources énergétiques valdôtaines, du soutien aux entreprises, à l’agriculture et aux communautés de montagne, il ne se contente pas d’énumérer des priorités administratives. Il redéfinit le sens même de l’autonomie.

Pendant trop longtemps, en effet, le débat valdôtain est resté à la surface des choses. L’autonomie a parfois été réduite à un slogan, parfois à une rente politique, parfois à un drapeau agité contre Rome. Mais une autonomie qui ne produit pas de développement risque de devenir un folklore institutionnel. Rollandin l’avait compris bien avant beaucoup d’autres. Et c’est peut-être précisément pour cela qu’il était devenu, ces dernières années, une figure de plus en plus dérangeante : parce qu’il continuait à lire la Vallée d’Aoste comme un territoire réel et non comme un laboratoire idéologique.

Beaucoup l’ont défini comme un homme du passé. Pourtant, certaines des idées aujourd’hui relancées comme une « nouvelle saison autonomiste » plongent directement leurs racines dans sa vision politique : l’enracinement territorial, le rapport direct avec les communautés locales, la centralité des syndics, l’importance des autonomies communales, la nécessité d’utiliser l’autogouvernement pour apporter des réponses concrètes et non simplement symboliques.

Et c’est précisément ici que le congrès de Pour l’Autonomie prend aussi le poids d’une responsabilité humaine et politique considérable. Car recueillir l’héritage d’Augusto Rollandin ne signifie pas seulement préserver son souvenir ou citer ses phrases lors des congrès. Cela signifie avoir le courage de poursuivre une idée d’autonomie concrète, populaire et enracinée dans les territoires, même lorsque cela devient inconfortable ou à contre-courant.

Il reviendra inévitablement à Marco Carrel, à Aldo Di Marco, à Morena Comoli et aux membres du nouveau comité régional — Cristina Camandona, Giorgio Giovinazzo, Roberto Montrosset et Jean Barocco — de démontrer que Pour l’Autonomie peut être quelque chose de plus qu’un mouvement né autour du charisme de son fondateur. Sur leurs épaules repose aujourd’hui une responsabilité silencieuse mais immense : transformer un héritage politique en une perspective crédible pour la Vallée d’Aoste contemporaine.

Ce ne sera pas simple. Car le risque qui accompagne chaque mouvement né autour d’une figure forte est celui de survivre uniquement dans la nostalgie. Le véritable défi sera au contraire d’éviter la muséification du rollandinisme. Faire vivre la pensée de Rollandin ne signifiera pas reproduire ses méthodes ou ses saisons politiques, mais préserver sa capacité à interpréter la Vallée réelle : celle des familles, des petites communes, des entreprises, des agriculteurs, des jeunes contraints de partir et des communautés qui résistent en montagne.

Rollandin avait compris une vérité simple mais souvent ignorée par les autonomistes contemporains : la montagne se défend par la présence humaine. Les cartes postales touristiques ne suffisent pas, les événements ne suffisent pas, les slogans écologistes ne suffisent pas. Une montagne sans familles, sans écoles, sans travail stable, sans jeunes, devient un paysage vide. Beau à photographier, mais socialement mort.

Voilà alors que le congrès de Pour l’Autonomie prend une signification qui dépasse la simple réorganisation d’un mouvement politique. Il devient presque une tentative de récupérer un héritage politique qui, pendant des années, a été sous-estimé ou volontairement marginalisé. Non pas un retour nostalgique au passé, mais la reconnaissance que certaines intuitions avaient une profondeur qui apparaît aujourd’hui avec évidence.

Naturellement, personne ne peut penser reproposer mécaniquement le « modèle Rollandin ». La Vallée d’Aoste de 2026 n’est plus celle des années quatre-vingt-dix ou deux mille. Les défis ont changé : dépeuplement, crise démographique, transition énergétique, numérisation, fragilité du tourisme, précarité sociale. Mais c’est précisément pour cela que l’appel à un autonomisme concret et non idéologique acquiert encore plus de force.

Le véritable risque aujourd’hui n’est pas de perdre formellement l’autonomie. Le risque est de la vider lentement de son sens, jusqu’à la rendre invisible dans la vie quotidienne des Valdôtains. Et c’est peut-être là la leçon la plus importante laissée par Augusto Rollandin : l’autonomie ne survit pas par droit divin, mais seulement si elle continue à être perçue comme un instrument utile pour construire l’avenir.

Les racines, justement. Celles qui continuent à maintenir la terre unie même lorsque l’arbre n’est plus là.

piero.minuzzo@gmail.com

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