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CRONACA | 13 maggio 2026, 16:00

La morte di Ettore Jaccod e il silenzio che fa rumore

Ci sono silenzi che pesano più di molte parole. E quello calato attorno alla scomparsa di Ettore Jaccod rischia di trasformarsi in uno di quei silenzi che la comunità valdostana fatica a comprendere e ancora di più a giustificare

Ettore Jaccod

Ettore Jaccod

Non si tratta soltanto della morte di un uomo politico. Si tratta della scomparsa di una figura che, nel corso di una lunga stagione amministrativa e istituzionale, ha rappresentato un pezzo della storia della Valdigne e della Valle d’Aosta autonomista. Un uomo che ha ricoperto incarichi apicali, che ha dedicato anni al servizio pubblico, che ha attraversato epoche politiche diverse mantenendo un legame profondo con il territorio e con le istituzioni locali.

Eppure, attorno alla sua morte, molti hanno percepito un vuoto. Un’assenza. Quasi un imbarazzato silenzio istituzionale.

A rompere questo disagio collettivo è stata la lettera inviata da Guido Cesal al sindaco di Morgex e al presidente della Unité des Communes valdôtaines Valdigne-Mont-Blanc. Parole composte, rispettose, ma profondamente amare. Parole che danno voce a un sentimento che, evidentemente, non appartiene soltanto a lui.

Cesal parla di “profondo rammarico” e di “grave mancanza di attenzione”. Sottolinea come non vi sia stata una commemorazione ufficiale, né un gesto pubblico, né una presenza istituzionale capace di ricordare il percorso umano e politico di Jaccod. E centra un punto fondamentale: la memoria istituzionale non dovrebbe essere selettiva, né dipendere dalle convenienze del momento o dalle appartenenze politiche.

Perché qui non si parla di adesioni ideologiche. Si parla di rispetto.

In una piccola comunità come quella valdostana, dove la politica locale ha sempre avuto anche una dimensione umana e personale, ignorare il percorso di chi ha amministrato, deciso, rappresentato e servito le istituzioni lascia inevitabilmente l’amaro in bocca. Soprattutto in territori come la Valdigne, dove il rapporto tra amministratori e cittadini è sempre stato diretto, concreto, quasi familiare.

La sensazione diffusa è che si stia perdendo qualcosa. Non solo il ricordo delle persone, ma anche il senso della continuità istituzionale. Come se la politica valdostana fosse diventata incapace di fermarsi un momento per riconoscere il contributo di chi l’ha preceduta.

E invece la memoria pubblica è importante. Non per nostalgia. Non per ritualità vuote. Ma perché le istituzioni si rafforzano anche attraverso il riconoscimento di chi, nel bene o nel male, ne ha costruito la storia. Una comunità matura sa ricordare. Anche quando le stagioni politiche cambiano. Anche quando i protagonisti non appartengono più agli equilibri del presente.

Il rischio, altrimenti, è quello di una politica sempre più concentrata sull’immediato, incapace di custodire la propria storia e persino di rendere omaggio a chi ha dedicato parte della propria vita alla cosa pubblica.

Forse non servivano grandi cerimonie. Sarebbe bastato un gesto. Una presenza. Un messaggio ufficiale. Un minuto di umanità istituzionale.

Perché alla fine, al di là delle appartenenze, delle simpatie e delle stagioni politiche, resta una domanda semplice: che idea di comunità siamo, se non sappiamo nemmeno più ricordare chi quella comunità ha cercato di servirla?

pi.mi.

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