C’è una frase, buttata lì con leggerezza ma carica di significato politico, che fotografa meglio di tante analisi il clima che si respira in queste ore in Valle d’Aosta: “Se il consulente terzo si mette a commentare la sentenza si rischia di perdere la sua terzietà”.
Una battuta, pronunciata da un consigliere regionale, che più che un principio giuridico suona come un avvertimento. O forse, più semplicemente, come un tentativo di mettere il silenziatore a chi osa dire qualcosa di scomodo.
Perché è esattamente questo il punto: quando la “terzietà” diventa un pretesto per evitare il confronto, non siamo più nel campo del diritto, ma in quello – ben più scivoloso – della convenienza politica.
Il costituzionalista Nicola Lupo, professore ordinario alla LUISS, non ha fatto altro che ciò che fanno da sempre gli studiosi: leggere una sentenza e commentarla. E lo ha fatto con parole tutt’altro che accomodanti: “Ho letto la sentenza e, sinceramente, la trovo assai deludente nelle argomentazioni di merito”, arrivando a parlare di “grave strafalcione” nel passaggio sulla mancata rimessione alla Corte costituzionale.
Un giudizio netto, argomentato, persino didattico quando ricorda che un giudice non deve ritenere una questione “manifestamente fondata”, ma semplicemente “non manifestamente infondata”. Una distinzione che, come sottolinea lo stesso Lupo, “chiunque possegga anche solo rudimentali nozioni di diritto costituzionale” dovrebbe conoscere.
Eppure, invece di entrare nel merito di queste osservazioni – che riguardano un punto cruciale della sentenza – la reazione dell’istituzione è stata un’altra: prendere le distanze.
L’Ufficio di Presidenza del Consiglio Valle – con Stefano Aggravi, Loredana Petey, Massimo Lattanzi, Laurent Viérin e Corrado Bellora – ha parlato di dichiarazioni “totalmente inopportune e fuori luogo in un momento così delicato”, ribadendo il “massimo rispetto nei confronti delle sentenze” e precisando che il professor Lupo non ha più alcun rapporto con il Consiglio.
Una presa di posizione che, letta così, appare più come una difesa d’ufficio che come una risposta nel merito. Perché il rispetto delle sentenze non è in discussione: nessuno le sta violando. Qui si discute della loro qualità, della loro coerenza giuridica, della loro tenuta costituzionale.
E questo, in uno Stato di diritto, non solo è legittimo: è necessario. Il punto è un altro, ed è politico fino al midollo. Perché mentre si alza il polverone sulla “terzietà” del consulente, dentro la maggioranza si consuma un confronto ben più concreto: quello sul ricorso.
Da un lato il presidente Renzo Testolin, deciso ad andare in Appello per sospendere gli effetti della decadenza e tornare alla guida del governo regionale. Dall’altro, pezzi significativi del fronte autonomista che frenano.
Il gruppo dell’Union Valdôtaine ha chiesto esplicitamente che il ricorso non includa la questione di costituzionalità della legge regionale 21/2007. Ancora più netta la posizione del centro autonomista, contrario anche all’idea che sia la Regione a impugnare la decisione con cui il Tribunale l’ha estromessa dal giudizio.
Tradotto: non tutti sono disposti a seguire fino in fondo la linea del ricorso. E non tutti sono convinti che questa battaglia sia politicamente – oltre che giuridicamente – sostenibile.
E allora la domanda viene quasi spontanea: è davvero la “terzietà” di un professore il problema? O piuttosto il fatto che le sue parole rischiano di dare argomenti a chi, dentro la maggioranza, ha già deciso di sfilarsi?
Perché il cortocircuito è evidente. Quando un consulente esprime un parere che fa comodo, viene valorizzato. Quando invece alza il livello del dibattito e mette in discussione una sentenza, diventa improvvisamente “inopportuno”.
Una terzietà a geometria variabile, insomma.
Eppure, se c’è una cosa che questa vicenda dimostra, è che il problema non sono le parole di Nicola Lupo, ma il vuoto di coraggio politico che le circonda. Perché contestare una sentenza nel merito richiede competenze e responsabilità. Molto più facile, invece, spostare il tiro su chi la commenta.
Nel frattempo, fuori dalle stanze del potere, resta una certezza: una democrazia che teme il dibattito giuridico è una democrazia più fragile. E una politica che invoca il silenzio degli esperti quando parlano troppo chiaro è, semplicemente, una politica in difficoltà.













