L’Union Valdôtaine lo sapeva. Il Consiglio regionale lo sapeva. Ma nessuno ha deciso.
Si è preferito rinviare, attendere, lasciare che fosse il voto a coprire il problema. Come se il consenso potesse sanare ciò che la legge non consente.
Non lo ha fatto. E infatti sono arrivati i ricorsi. Poi la magistratura.
A questo punto emergono anche conseguenze immediate. Le competenze del Presidente transiteranno, per l’ordinaria amministrazione, al vicepresidente pro tempore, Luigi Bertschy, in attesa dell’appello.
Ma Bertschy si trova nella stessa identica situazione rispetto al limite dei mandati.
Ed è qui che si apre un nodo istituzionale ancora più delicato, spesso sottovalutato: in Valle d’Aosta il Presidente della Regione esercita anche funzioni prefettizie, un unicum nel panorama italiano.
Non si tratta quindi di un semplice passaggio di deleghe politico-amministrative, ma di un trasferimento di poteri che attengono anche alla rappresentanza dello Stato sul territorio, alla sicurezza e al coordinamento istituzionale.
Il fatto che queste competenze possano transitare, anche temporaneamente, su una figura coinvolta nello stesso contenzioso giuridico apre un problema di stabilità e di legittimazione che va ben oltre il piano regionale.
C’è poi un tema ancora più grave. Questa vicenda si inserisce nel dibattito sulla riforma dello Statuto di autonomia.
Ma se una Regione autonoma è costretta a chiedere a un tribunale di interpretare una propria legge, e se tra le linee difensive compare persino l’ipotesi di portare quella legge davanti alla Corte costituzionale per dichiararla incostituzionale, allora il problema non è più solo giuridico. È politico. È istituzionale. È una questione di credibilità.
Non è la magistratura ad aver invaso il campo. La magistratura ha fatto il suo mestiere: applicare la legge su un ricorso.
È la politica che ha rinunciato al proprio. Ha scelto di non decidere, di non assumersi la responsabilità di sciogliere un nodo evidente, scaricandolo su un giudice.
E questo è il punto più serio. Una democrazia matura non delega ai tribunali la gestione dei propri problemi interni. Non utilizza la giustizia come luogo di compensazione delle proprie ambiguità.
Qui non c’è stato uno scontro tra partiti e loro rappresentanti. C’è stato un vuoto. E quel vuoto è stato riempito.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: una legge chiara, un problema noto, una politica che non decide e una magistratura chiamata a farlo al suo posto.
Non è la giustizia ad aver creato il caso.
È la politica che, non avendo avuto il coraggio di affrontarlo, ha costretto la giustizia ad occuparsene.













