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ATTUALITÀ ECONOMIA | 23 aprile 2026, 10:13

Quando il privato decide per tutti: il caso SAV e la resa della politica

La Società Autostrade Valdostane (SAV) ha annunciato la chiusura della galleria della Cote di Sorelley per un intero anno. Una decisione che colpisce un’arteria strategica per un’intera comunità

Vignetta realizzata da IA

Vignetta realizzata da IA

Eppure, prima di comunicarla, nessuno si è preoccupato di consultare i sindaci dei comuni interessati, né la Regione né alcuna altra istituzione locale. Nessun progetto presentato, nessun piano alternativo condiviso, nessuna documentazione resa pubblica. Una scatola nera calata dall’alto, con la forza dei fatti compiuti.

È la stessa dinamica che un sindaco del territorio ha sintetizzato con parole che fanno riflettere: decisioni «intoccabili e improcrastinabili». O si fa così, o si fa così. La democrazia locale ridotta a notifica.

Il caso SAV (società partecipata “collegata”) mette in luce un paradosso sempre più diffuso nel sistema italiano: le aziende a partecipazione pubblica — nate per servire l’interesse collettivo — finiscono per sottrarsi al controllo democratico proprio in nome dell’efficienza gestionale. Il pubblico cede la governance, ma non la responsabilità politica. Anzi, paga ancora le conseguenze, mentre altri decidono.

La SAV non è una società privata qualunque. Gestisce infrastrutture che appartengono, nei fatti e nello spirito, alla comunità valdostana. Eppure agisce come se rispondesse solo al proprio consiglio di amministrazione. I cittadini, i sindaci, i rappresentanti eletti diventano spettatori. Hanno il diritto di protestare, ma non quello di essere ascoltati prima.

Questo è il punto critico: non si tratta solo di un problema di comunicazione o di cortesia istituzionale. È una questione di potere. Chi decide davvero sul territorio?

Questo caso non è un’anomalia. È il sintomo di una tendenza strutturale: la politica che delega sempre più ai privati — o alle aziende partecipate che ne adottano logiche e linguaggi — rinunciando progressivamente al governo del bene comune.

Appalti, concessioni, esternalizzazioni: le pulizie delle scuole, le mense, l’assistenza socio-sanitaria affidata a cooperative. Ogni delega nasce con una giustificazione razionale — ridurre i costi, aumentare l’efficienza, alleggerire la burocrazia. Ma il risultato cumulativo è una politica che non governa più, che non sceglie più, che non si assume più la responsabilità di nulla.

E quando qualcosa va storto — quando una galleria chiude senza preavviso, quando un servizio essenziale viene ridotto — il politico può sempre scrollare le spalle: «Non dipende da noi, è una decisione aziendale». Il perfetto alibi istituzionale.

C’è però un’altra faccia della medaglia, che riguarda non solo i politici ma anche una parte del sistema pubblico nel suo complesso. Chi lavora nel pubblico conosce bene la tentazione — e a volte la realtà — dell’appiattimento: fare lo stretto indispensabile, aspettare lo stipendio, non esporsi. «Fregatene, aspetta il 27»: una filosofia che, nata come cinismo individuale, è diventata quasi una cultura condivisa in certi ambienti.

Non è un giudizio sui singoli — ci sono funzionari pubblici straordinari, capaci e appassionati. Ma il sistema di incentivi spesso non li premia, e chi si impegna davvero lo fa nonostante tutto, non grazie a tutto. Quando la politica non offre visione, quando i dirigenti non chiedono responsabilità, quando il risultato non conta, l’inerzia diventa razionale.

E così il circolo vizioso si chiude: la politica delega perché il pubblico “non funziona”, il pubblico non funziona perché la politica non lo guida né lo responsabilizza, e nel mezzo ci sono i cittadini — che pagano le tasse, subiscono le decisioni e non contano più nulla.

Nessun partito, ad oggi, ha il coraggio di dire con chiarezza: riprendiamo in mano la gestione del nostro territorio. Non si tratta di nostalgia statalista né di rifiuto del privato in quanto tale.

Si tratta di riaffermare un principio elementare: chi gestisce beni e servizi pubblici deve rispondere ai cittadini, non solo agli azionisti o ai consigli di amministrazione. E fra tutti i primi a rispondere devono essere i rappresentati della Regione nei vari e lucrosi consigli di amministrazione.

Nel caso SAV, questo significa almeno tre cose concrete: trasparenza totale sui lavori previsti (progetti, tempi, costi), coinvolgimento obbligatorio delle istituzioni locali prima di qualsiasi decisione che impatti la mobilità di un territorio e un piano alternativo condiviso per ridurre i disagi durante la chiusura.

Più in generale, significa che la politica smetta di rifugiarsi nella delega come scusa. Che torni a fare il suo mestiere: scegliere, assumersi responsabilità, rendere conto.

Qualcuno, forse, aspetta ancora il 27. Ma i cittadini aspettano qualcosa di molto più difficile: qualcuno che abbia ancora il coraggio di governare davvero.

Vittore Lume-Rezoli

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