Certe figure non si limitano a “fare”: costruiscono, tengono insieme, danno senso. Giovanna Rabbia era esattamente questo per la Valle d’Aosta. Non solo un punto di riferimento dell’equitazione, ma una presenza viva, quotidiana, capace di lasciare un segno profondo in chiunque abbia incrociato il suo cammino.
La notizia della sua improvvisa scomparsa ha attraversato il mondo sportivo e quello del volontariato come un colpo al cuore. Non è retorica dire che se ne va una guida. Perché Giovanna lo era davvero: “una Presidente immensa e straordinaria”, come la ricordano dalla delegazione regionale della FISE e dall’AVRES Onlus di Nus, realtà che lei stessa ha contribuito a far crescere e diventare un modello.
La sua storia è quella di un amore autentico, nato presto e mai abbandonato. Il cavallo, per Giovanna Rabbia, non è mai stato solo uno sport o una disciplina. È stato un linguaggio, un ponte, uno strumento per creare relazioni e opportunità. “Ha trasformato una passione in una missione”, raccontano oggi con commozione colleghi e collaboratori. E in quella missione ha messo tutto: competenza, visione, fatica, ma soprattutto umanità.
Da oltre trent’anni protagonista dell’equitazione valdostana, ha saputo guidare un intero movimento, accompagnandolo nella crescita e rendendolo qualcosa di più di un semplice ambito sportivo. Sotto la sua guida, infatti, l’equitazione è diventata anche educazione, formazione, inclusione. Un luogo dove i giovani non venivano solo ad allenarsi, ma a crescere. “Ha sempre creduto nei ragazzi, nella loro capacità di diventare non solo atleti, ma persone”, ricordano oggi in tanti.
E poi c’è l’altro grande pezzo della sua eredità, forse quello più silenzioso ma anche più potente: l’impegno nell’ambito della riabilitazione equestre. Un lavoro portato avanti con delicatezza, rispetto e straordinaria competenza, fino a diventare un riferimento anche a livello nazionale. Con AVRES Onlus, Giovanna Rabbia ha fatto del centro equestre di Nus un luogo speciale, dove il cavallo diventa cura, equilibrio, possibilità. Dove lo sport si fa inclusione vera, concreta, quotidiana.
Chi lavora nel sociale lo sa: non bastano le idee, servono costanza, pazienza e una capacità rara di guardare oltre. Giovanna quella capacità ce l’aveva. “Ha insegnato che lo sport può e deve essere per tutti”, è una delle frasi che circolano in queste ore, ed è forse la sintesi più semplice e più vera del suo impegno.
Il riconoscimento arrivato lo scorso 23 febbraio, con il titolo di “Chevalier de l’Autonomie”, aveva sancito anche a livello istituzionale ciò che il territorio sapeva da tempo: il suo contributo alla comunità era stato enorme. Ma chi l’ha conosciuta sa che i titoli, per lei, contavano fino a un certo punto. Contavano le persone, i percorsi, i risultati costruiti giorno dopo giorno.
Oggi resta un vuoto difficile da colmare. Ma resta anche, fortissima, un’eredità fatta di gesti, progetti, valori. Nei circoli ippici, tra gli istruttori, negli occhi degli atleti e nei sorrisi di chi, grazie a lei, ha trovato nello sport una strada di riscatto o semplicemente un po’ di serenità.
È lì che continuerà a vivere Giovanna Rabbia. Non nei ricordi formali, ma nelle pratiche quotidiane di chi crede ancora che lo sport possa essere uno spazio aperto, accogliente, umano.
Alla sua famiglia – al marito Alberto Piccolo, al figlio Andrea e ai suoi cari – si stringe oggi una comunità intera. Non solo quella equestre, ma tutte le persone che, in modi diversi, hanno incrociato la sua energia discreta e tenace.
L’ultimo saluto si terrà venerdì 17 aprile alle ore 14:30 nella chiesa parrocchiale di Nus. La sensazione è che un addio così non sia davvero un addio: è più una consegna. A chi resta, il compito di portare avanti quel modo di intendere lo sport e l’inclusione che Giovanna Rabbia ha saputo incarnare fino in fondo.













