C’eravamo tanto amati. Anzi, diciamola meglio: lei lo guardava con occhi pieni di ammirazione, lui la trattava come la sua “cocca europea”. Ora, però, la luna di miele tra Giorgia Meloni e Donald Trump sembra finita nel modo più rumoroso possibile: a colpi di dichiarazioni al vetriolo e retroscena da soap geopolitica.
La scena è degna di una rottura pubblica: Trump che, senza troppi giri di parole, affonda il colpo – “Sono scioccato da lei. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo” – e Meloni che prova a tenere la linea istituzionale dopo aver preso posizione su una vicenda delicata che coinvolge addirittura il Papa. Già, perché nel mezzo di questa telenovela c’è anche Papa Leone XIV, tirato dentro a forza in un triangolo che mescola politica internazionale, fede e ambizioni personali.
Il punto vero, però, è un altro. Trump non perdona. E soprattutto non dimentica. Dietro lo scontro ci sono dossier pesanti: il conflitto internazionale, la questione iraniana, il nucleare. Temi su cui Washington pretende allineamento totale e su cui Roma, almeno questa volta, ha provato a tenere una posizione più sfumata. Risultato? Scomunica politica immediata.
“Non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare”, accusa Trump, trasformando l’ex alleata modello in un problema. Altro che ponte tra Europa e Stati Uniti: qui siamo alla porta sbattuta in faccia.
E allora viene da chiedersi, Piero: davvero a Palazzo Chigi qualcuno pensava che Trump fosse un partner prevedibile? Davvero si credeva che bastasse qualche foto, qualche stretta di mano e una sintonia ideologica per garantirsi un rapporto stabile?
La verità – brutale ma necessaria – è che Meloni sta scoprendo solo ora quello che mezzo mondo sa da anni: Trump è un alleato finché gli conviene. Poi diventa un problema. Grosso.
E qui si apre il capitolo più interessante, quasi inquietante. Scaricata da Washington, isolata su alcuni dossier, la premier italiana potrebbe essere tentata di cercare nuovi interlocutori. Magari più “comprensivi”. Magari meno esigenti. Magari a Est.
Sì, perché il rischio – neanche troppo velato – è che, archiviata la delusione americana, qualcuno inizi a guardare con meno diffidenza verso Vladimir Putin. Non per convinzione, ma per convenienza. E sarebbe un salto politico che definire pericoloso è poco.
Intanto, nel teatrino globale, resta l’immagine di una premier che da “cocca” è diventata bersaglio. Una parabola rapida, quasi fulminea. E anche un po’ imbarazzante.
Perché se c’è una cosa che questa storia dimostra è che in politica estera non bastano le simpatie. Servono visione, autonomia e – soprattutto – memoria.
E forse, stavolta, la lezione è arrivata forte e chiara. Resta solo da capire se è stata capita davvero. O se il prossimo capitolo della velina rossonera ci racconterà un altro amore pericoloso.













