Da oggi, 7 aprile, lo smart working entra ufficialmente in una nuova fase, molto meno “leggera” di quanto molte aziende abbiano finora considerato. Il lavoro agile, diventato ormai una componente strutturale dell’organizzazione produttiva, viene infatti accompagnato da un rafforzamento deciso degli obblighi in materia di sicurezza. E questa volta non si tratta solo di principi: chi non si adegua rischia sanzioni pesanti, fino all’arresto.
Il punto centrale è uno solo, ma tutt’altro che formale: il datore di lavoro deve consegnare ai dipendenti in smart working e ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza un’informativa scritta sui rischi legati all’attività svolta da remoto. Senza questo documento, si apre la porta a conseguenze serie: arresto da due a quattro mesi oppure una sanzione economica che può arrivare fino a 7.403,96 euro.
Attenzione però, perché non si tratta di una novità assoluta. L’obbligo esisteva già, previsto dall’articolo 22 della legge 81 del 2017. La vera svolta arriva con la legge n. 34 del 2026, approvata l’11 marzo, che ha trasformato quel dovere in una prescrizione pienamente sanzionabile. In altre parole: prima era una regola, oggi è una regola con i denti.
Alla base della stretta normativa c’è un principio semplice ma spesso sottovalutato: lavorare da casa o da remoto non significa lavorare senza tutele. Il lavoratore resta a tutti gli effetti inserito nel perimetro del lavoro subordinato, con diritti e garanzie che non si dissolvono fuori dall’ufficio. È su questa linea che si inserisce l’aggiornamento dell’impianto del decreto legislativo 81 del 2008, adattato a un mondo del lavoro profondamente cambiato.
Il problema, semmai, è pratico. Se il lavoratore non si trova più sotto lo stesso tetto dell’azienda, il controllo diretto diventa inevitabilmente più debole. Ed è qui che entra in gioco l’informativa: non un semplice foglio da firmare, ma uno strumento centrale di prevenzione. Serve a trasferire conoscenze, indicazioni operative e consapevolezza dei rischi, sostituendo — almeno in parte — quella vigilanza quotidiana che in ufficio era implicita.
Nel concreto, il datore di lavoro dovrà consegnare questo documento almeno una volta all’anno, includendo sia i rischi generali sia quelli specifici del lavoro agile. Parliamo di aspetti molto concreti: affaticamento visivo, postura scorretta, stanchezza mentale, stress legato alla connessione continua. Non basta però la carta: serve anche una valutazione preventiva dei rischi e la garanzia che gli strumenti tecnologici utilizzati siano sicuri ed efficienti.
E qui emerge un altro nodo spesso trascurato: cosa succede quando il lavoratore utilizza dispositivi propri? In quel caso, l’azienda deve comunque verificare che rispettino i requisiti di sicurezza previsti dalla normativa. Non solo: resta l’obbligo di formazione sui rischi e, quando necessario, anche la sorveglianza sanitaria, con visite mediche dedicate.
Sul fronte operativo, arriva in aiuto anche la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che ha predisposto un modello standard di informativa. Un documento che non si limita ai doveri del datore di lavoro, ma richiama anche le responsabilità del lavoratore, chiamato a collaborare attivamente alla propria sicurezza.
Dentro quell’informativa deve esserci di tutto: dall’idoneità degli ambienti domestici alla sicurezza degli impianti elettrici, dalla gestione degli spazi fino ai comportamenti quotidiani che possono prevenire incidenti, anche banali ma tutt’altro che rari, come le cadute in casa.
Un capitolo a parte riguarda poi l’uso dei videoterminali. Ore davanti a schermi, tastiere e smartphone possono tradursi in problemi alla vista, dolori alla schiena, sovraccarico cognitivo. E poi c’è il fenomeno sempre più diffuso del tecnostress, alimentato dalla sindrome dell’“always on”: la sensazione di dover essere sempre disponibili, sempre connessi, sempre reperibili.
Per questo, tra le righe — ma neanche troppo — la normativa richiama anche il diritto alla disconnessione, che non è un lusso ma una condizione essenziale per la salute psicofisica.
In sostanza, il messaggio è chiaro: lo smart working non è più una zona grigia. È lavoro a tutti gli effetti, con regole precise e responsabilità definite. E per le aziende che finora lo hanno gestito con leggerezza, il tempo delle interpretazioni elastiche sembra essere finito.













