C’è un teatro che non si limita a rappresentare, ma che interroga, scuote e, soprattutto, custodisce. È il teatro della memoria, quello che si nutre di storia vissuta e la restituisce come esperienza collettiva. In questa tradizione si colloca il Gruppo Teatro Angrogna, compagnia che da quasi cinquantacinque anni attraversa palcoscenici nazionali e internazionali con una coerenza rara, trasformando la scena in uno spazio di riflessione civile. Dal 23 al 25 aprile, a Basilea, saranno ospiti Maura Bertin e Jean Louis Sappé, interpreti e custodi di un percorso artistico che affonda le radici nella storia delle Valli Valdesi e si apre a un respiro universale.
Il primo appuntamento, in programma il 23 aprile presso il Zentrum Johannes, propone “Migranti: storia e canti delle migrazioni di ieri e di oggi”, uno spettacolo che si muove sul crinale sottile tra passato e presente. La narrazione, accompagnata dalla musica essenziale di una chitarra, rievoca le migrazioni italiane tra Ottocento e Novecento, quando partire non era una scelta ma una necessità dettata dalla fame, dalla miseria e dalle malattie. Le Valli Valdesi diventano così simbolo di una condizione più ampia, quella di un’umanità in cammino, sospesa tra perdita e speranza. Ma il valore dell’opera risiede soprattutto nella sua capacità di costruire un ponte con l’attualità: le storie di ieri si riflettono nei drammi contemporanei, in un cortocircuito emotivo che invita lo spettatore a riconoscere nella migrazione non un fenomeno astratto, ma una costante della storia umana.

Due giorni dopo, il 25 aprile, la scena si trasforma in un luogo di memoria attiva con “Bianca, Jenny e le altre: donne valdesi nella Resistenza”. Non si tratta soltanto di teatro storico, ma di un gesto profondamente politico nel senso più alto del termine: un atto di resistenza culturale. In un tempo in cui il passato rischia di essere semplificato o distorto, riportare alla luce le figure di donne come Jenny Cardon, Bianca, Reinette e Marina Jarre significa restituire complessità alla memoria collettiva. Queste donne incarnano una forma di coraggio che non ha bisogno di retorica: è il coraggio quotidiano di chi sceglie, di chi resiste, di chi paga un prezzo spesso altissimo per la libertà.
La forza dello spettacolo sta nella sua capacità di trasformare la memoria in una domanda aperta. “Perché è morta Jenny Cardon?” non è soltanto un interrogativo storico, ma una provocazione etica rivolta al presente. Non esiste una risposta univoca, e forse è proprio questa assenza a renderlo così potente. Ciò che resta è la consapevolezza che il sacrificio di queste donne non può essere relegato a una pagina chiusa della storia, ma continua a interrogare il nostro tempo, segnato ancora da conflitti e tensioni che rendono quel messaggio di “cessate il fuoco” drammaticamente attuale.

Il passaggio del Gruppo Teatro Angrogna a Basilea assume così un valore che va oltre l’evento culturale. È un incontro tra comunità, un dialogo tra memoria e presente, tra identità locale e dimensione europea. In un’epoca in cui il rumore spesso sovrasta il senso, questo teatro sceglie la via più difficile e necessaria: quella della parola consapevole, della memoria che resiste, della cultura come spazio di libertà. E forse è proprio qui, Piero, che sta la sua forza più autentica: nel ricordarci che il teatro, quando è davvero tale, non consola ma sveglia.












