La notizia è arrivata quasi in punta di piedi, com’è abitudine delle notizie che cambiano le cose senza fare rumore: la SEV, la Société Energie Valdostane, ha affidato la gestione dei depuratori e delle reti fognarie della Valle a un consorzio privato guidato da Iseco. Un appalto. Una firma. E così, un altro pezzo di infrastruttura collettiva — quella che porta via le nostre acque reflue, che tratta i liquami prima che raggiungano i nostri fiumi — cambia gestione. Non cambia padrone, certo, ma assume un gestore privato.
Niente di illegale, sia chiaro. Niente di scandaloso, in apparenza. Eppure quella firma vale la pena di leggerla come si legge l’ultima riga di una storia più lunga. Una storia che ha inizio decenni fa e che riguarda tutti noi: cittadini, contribuenti, ma soprattutto lavoratori.
Una volta, essere assunti dal Comune o dalla Regione significava qualcosa. Significava un reddito stabile, una pensione, la possibilità di guardare al futuro senza il terrore del lunedì mattina.
Facciamo un passo indietro. Anzi, molti passi indietro, fino a una Valle d’Aosta in cui le bidelle pulivano le aule con la scopa e il secchio e nessuno ci trovava nulla di strano. Io sono figlio di una madre che faceva la bidella e, con il suo lavoro, mi ha permesso di studiare e avere un futuro.
Non era il paradiso. Non erano tempi privi di inefficienze. Ma erano tempi in cui il lavoro di cura dell’ambiente, della scuola, delle strade aveva un nome, un cognome, un contratto collettivo nazionale e, per quanto possa sembrare bizzarro dirlo oggi, una dignità.
Un tempo le bidelle erano dipendenti comunali, con contratto stabile e mansioni precise. Oggi le scuole vengono pulite da cooperative e imprese esterne, spesso con lavoratori a termine, pagati poche ore al giorno e pochissimi euro l’ora.
Le mense avevano cucine comunali, cuochi assunti, menù pensati localmente. Oggi il cibo arriva in vaschette da laboratori centralizzati, gestiti da aziende di catering in appalto. Il cuoco del Comune è diventato un operatore con contratto part-time involontario.
La gestione dell’acquedotto e della rete idrica era municipale, diretta. Oggi operano società partecipate, con soci spesso privati, in un territorio di confine tra pubblico e mercato che rende difficile stabilire chi risponde davvero ai cittadini.
Fogne e depurazione, un tempo gestiti dagli uffici tecnici comunali, erano parte integrante dell’amministrazione del territorio. Con la recente decisione della SEV, anche questo servizio essenziale passa in mano a un consorzio privato. Un appalto. Una firma. Un precedente.
I netturbini comunali, figure riconoscibili e responsabili di un quartiere preciso, sono stati sostituiti da lavoratori di consorzi e cooperative, con contratti meno tutelanti e nessun legame diretto con l’ente pubblico.
Il cantoniere statale o comunale conosceva ogni metro di asfalto del suo tratto. Era lì d’inverno a spalare e d’estate a tappare le buche. Oggi la manutenzione è affidata a imprese esterne tramite appalto, con risultati che chiunque abbia guidato in Valle a febbraio conosce bene.
I giardinieri comunali sono quasi scomparsi. Al loro posto, cooperative sociali e ditte esterne, spesso con lavoratori in situazioni di fragilità, inquadrati in contratti che poco hanno a che fare con quelli del pubblico impiego.
L’assistenza ad anziani e disabili, un tempo appannaggio di personale ASL e comunale con formazione e continuità garantite, oggi è svolta in gran parte da cooperative sociali, spesso sottopagate, con alta rotazione del personale e contratti precari.
Gli uscieri, i custodi, le portinerie degli uffici pubblici: figure sparite o quasi, sostituite da agenzie di vigilanza privata o semplicemente eliminate, lasciando gli edifici — e i cittadini — senza un punto di riferimento umano.
La lista potrebbe continuare, ma mi fermo qui e lascio a voi i vostri ricordi.
L’appalto costa meno al Comune. La differenza la paga qualcuno. Quel qualcuno, quasi sempre, è il lavoratore.
Non è nostalgia. Non è difesa a priori di uno Stato elefantiaco e clientelare. È una domanda semplice, concreta, che merita risposta: quando privatizziamo un servizio, sappiamo davvero chi paga il conto? Sappiamo quante famiglie, qui in Valle, vivono con lo stipendio di chi lavora in appalto? Sappiamo cosa significa, per quelle famiglie, non avere la certezza del rinnovo del contratto, dipendere dalla sorte dell’ennesima gara, sapere che se cambia l’azienda aggiudicataria il proprio posto di lavoro non è detto che ci sia ancora?
La notizia della SEV e di Iseco è una notizia piccola. Un appalto, una firma, poche righe sui giornali locali. Ma è anche uno specchio. Ci dice dove stiamo andando. Ci dice, se vogliamo ascoltare, che il servizio pubblico — quello vero, fatto di persone con un contratto e una dignità — si è rimpicciolito.
E che forse è il momento di chiedersi fino a dove vogliamo che si rimpicciolisca.













