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Chez Nous | 28 marzo 2026, 09:08

Couteaux et responsabilités

Coltelli e responsabilità

Couteaux et responsabilités

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel dover raccontare l’ennesima violenza che nasce tra i banchi di scuola. Un tredicenne che accoltella una professoressa non è solo una notizia di cronaca: è un cortocircuito sociale. È il punto in cui tutte le nostre omissioni si incontrano.

La tentazione, come sempre, è quella di cercare un colpevole rapido, possibilmente semplice: il ragazzo, la “devianza”, magari qualche etichetta rassicurante. Ma la verità è molto meno comoda. Perché un gesto così non nasce mai da solo.

Nasce, prima di tutto, dentro una famiglia. La famiglia resta la prima cellula della società, anche quando fingiamo che non sia più così. È il luogo dove si imparano i limiti, il rispetto, la gestione della rabbia. Se lì qualcosa si rompe – per assenza, superficialità o incapacità – il vuoto non resta vuoto: viene riempito da altro. Spesso da modelli sbagliati, da solitudine, da frustrazione che cresce senza filtro.

Ma fermarsi alla famiglia sarebbe troppo facile, e anche ingiusto. Perché poi c’è una società intera che ha smesso di farsi carico delle fragilità. Ragazzi sempre più soli, più arrabbiati, più confusi, lasciati a navigare in un mondo complesso senza bussola. Servizi insufficienti, ascolto raro, prevenzione quasi inesistente. Si interviene sempre dopo, quando il danno è fatto. Prima, silenzio.

E poi c’è la scuola che dovrebbe essere presidio educativo, spazio di crescita, luogo di relazione vera. E invece troppo spesso rincorre programmi, scadenze, burocrazia. Fatica a leggere il disagio, a intercettare i segnali, a parlare il linguaggio di una generazione che vive altrove, soprattutto fuori dall’aula. Non è colpa degli insegnanti, o almeno non solo. È un sistema che chiede loro tutto, senza dar loro strumenti adeguati.

Gli insegnanti e gli educatori, infatti, restano spesso soli. Senza supporto psicologico strutturato, senza formazione continua sulle nuove fragilità, senza una rete che li sostenga davvero. Eppure sono in prima linea ogni giorno, a contatto diretto con tensioni, rabbia, disagio. Chiediamo loro di essere docenti, psicologi, mediatori, punti di riferimento. Ma li lasciamo scoperti.

E infine, l’ultimo livello. Quello che nessuno vuole davvero toccare; i social.

Un universo che gli adolescenti abitano più della realtà. Un mondo dove la violenza diventa spettacolo, dove l’odio genera engagement, dove il conflitto viene premiato e amplificato. I gestori di queste piattaforme parlano di libertà, di connessione, di innovazione. Ma nei fatti inseguono il profitto, e poco altro.

Dentro quei flussi incontrollati passano modelli tossici, aggressività, disprezzo, umiliazione. Senza filtri reali, senza responsabilità proporzionate all’impatto che hanno sulle vite di milioni di ragazzi. È lì che spesso si costruisce una percezione distorta del mondo, dove la violenza smette di essere un limite e diventa un’opzione.

E allora quel coltello non è solo un oggetto. È il simbolo di una catena di responsabilità spezzate.

Famiglia, società, scuola, educatori, piattaforme digitali: ognuno ha ceduto qualcosa. O ha scelto di non vedere. O di rimandare. Fino a quando un gesto estremo ci costringe, ancora una volta, a fare i conti con quello che non abbiamo voluto affrontare.

Il punto  è semplice e scomodo insieme: non possiamo continuare a indignarci ogni volta e poi tornare esattamente come prima. Perché la prossima volta non sarà un’eccezione.

Sarà solo la conferma.

Coltelli e responsabilità

Il y a quelque chose de profondément troublant dans le fait de devoir raconter, une fois de plus, une violence qui naît sur les bancs de l’école. Un adolescent de treize ans qui poignarde une professeure n’est pas seulement un fait divers : c’est un court-circuit social. C’est le point où toutes nos omissions se rencontrent.

La tentation, comme toujours, est de chercher un coupable rapide, si possible simple : le garçon, la « déviance », peut-être une étiquette rassurante. Mais la vérité est bien moins confortable. Car un geste comme celui-ci ne naît jamais seul.

Il naît d’abord au sein d’une famille. La famille reste la première cellule de la société, même lorsque nous faisons semblant que ce n’est plus le cas. C’est là que l’on apprend les limites, le respect, la gestion de la colère. Si quelque chose s’y brise – par absence, superficialité ou incapacité – le vide ne reste pas vide : il est rempli par autre chose. Souvent par de mauvais modèles, par la solitude, par une frustration qui grandit sans filtre.

Mais s’arrêter à la famille serait trop facile, et aussi injuste. Car il y a ensuite une société entière qui a cessé de prendre en charge les fragilités. Des jeunes de plus en plus seuls, plus en colère, plus perdus, laissés à naviguer dans un monde complexe sans boussole. Des services insuffisants, une écoute rare, une prévention presque inexistante. On intervient toujours après, quand le mal est fait. Avant, le silence.

Et puis il y a l’école, qui devrait être un rempart éducatif, un espace de croissance, un lieu de relations authentiques. Et pourtant, trop souvent, elle court après les programmes, les échéances, la bureaucratie. Elle peine à lire le malaise, à capter les signaux, à parler le langage d’une génération qui vit ailleurs, surtout en dehors de la salle de classe. Ce n’est pas la faute des enseignants, ou du moins pas seulement. C’est un système qui leur demande tout, sans leur donner les outils adéquats.

Les enseignants et les éducateurs, en effet, sont souvent laissés seuls. Sans soutien psychologique structuré, sans formation continue sur les nouvelles fragilités, sans un réseau qui les soutienne réellement. Et pourtant, ils sont en première ligne chaque jour, au contact direct des tensions, de la colère, du malaise. On leur demande d’être enseignants, psychologues, médiateurs, repères. Mais on les laisse démunis.

Et enfin, le dernier niveau. Celui que personne ne veut vraiment aborder : les réseaux sociaux.

Un univers que les adolescents habitent plus que la réalité. Un monde où la violence devient spectacle, où la haine génère de l’engagement, où le conflit est récomp

piero.minuzzo@gmail.com

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