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FACEBOOK | 16 marzo 2026, 19:47

Separazione delle carriere, la riforma raccontata male: cosa c’è davvero dietro il referendum

L’avvocato Roberto Cataldi smonta la narrazione politica sulla separazione delle carriere: la riforma non accelererà i processi né ridurrà gli errori giudiziari. Il vero nodo, sostiene, riguarda l’equilibrio tra poteri dello Stato e il rischio di un maggiore controllo politico sulla magistratura

Separazione delle carriere, la riforma raccontata male: cosa c’è davvero dietro il referendum

Il dibattito sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, destinato a sfociare in un referendum costituzionale, è stato accompagnato negli ultimi mesi da una narrazione politica potente e facilmente comprensibile: la riforma servirebbe a rendere la giustizia più rapida e più giusta. Una promessa che intercetta il malcontento diffuso dei cittadini verso i tempi lunghi dei processi e la paura degli errori giudiziari.

Secondo l’avvocato Roberto Cataldi, però, questa narrazione rischia di deformare la realtà. Nel suo intervento analitico sulla riforma, Cataldi sostiene che il problema non sia tanto il merito della proposta, quanto il modo in cui viene presentata all’opinione pubblica. «Ci sono riforme che nascono per risolvere un problema e riforme che nascono perché quel problema viene raccontato in modo diverso», osserva. «La separazione delle carriere appartiene alla seconda categoria».

Il primo equivoco, secondo il giurista, riguarda proprio la promessa di una giustizia più veloce. Nel dibattito pubblico si è lasciato intendere che separare le carriere dei magistrati possa incidere direttamente sulla durata dei processi. Eppure, ricorda Cataldi, la stessa maggioranza che sostiene la riforma ha finito per ridimensionare questa tesi. Il ministro della Giustizia ha ammesso apertamente che la separazione delle carriere «non c’entra niente con l’efficienza della giustizia», mentre altri esponenti della maggioranza hanno definito «ignorante» chi pensa che possa avere effetti sui tempi dei procedimenti.

La ragione è semplice e riguarda il funzionamento concreto dei tribunali. La lentezza della giustizia italiana dipende soprattutto da fattori strutturali: carenze di personale, arretrati accumulati negli anni, organizzazione degli uffici giudiziari e complessità delle procedure. Separare le carriere, in sostanza, non aumenterebbe il numero dei magistrati, non ridurrebbe i fascicoli pendenti e non semplificherebbe il processo. «È una riforma che riguarda l’assetto dell’ordine giudiziario, non il funzionamento quotidiano delle aule di tribunale», sottolinea Cataldi.

Un secondo equivoco riguarda gli errori giudiziari. Anche in questo caso il racconto pubblico è suggestivo: un sistema accusatorio più marcato renderebbe il giudice più distante dall’accusa e quindi più imparziale. Ma, secondo Cataldi, la realtà è più complessa. Gli errori giudiziari non derivano tanto dall’organizzazione delle carriere dei magistrati quanto da fattori umani e probatori: testimonianze false, perizie sbagliate, valutazioni errate delle prove.

La storia giudiziaria italiana offre esempi noti, come il caso Tortora, ma il fenomeno è tutt’altro che limitato ai sistemi giudiziari simili al nostro. L’esperienza internazionale dimostra infatti che i Paesi che adottano una separazione netta tra giudici e pubblici ministeri non sono affatto immuni da errori giudiziari. Gli Stati Uniti, spesso citati come modello di sistema accusatorio puro, registrano uno dei più alti numeri di condanne ingiuste al mondo.

Per Cataldi, quindi, pensare di eliminare gli errori modificando l’architettura istituzionale significa «confondere la struttura con la qualità delle decisioni».

Il punto più delicato della riforma, però, sarebbe un altro e riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Separando le carriere si modificherebbe infatti l’intero sistema di autogoverno della magistratura, introducendo nuovi organi e nuove modalità di composizione.

Secondo l’analisi dell’avvocato, i magistrati verrebbero scelti in parte tramite sorteggio mentre i membri laici sarebbero nominati dal Parlamento. In assenza di una garanzia costituzionale che richieda maggioranze qualificate per queste nomine, la maggioranza di governo potrebbe determinare da sola la composizione degli organi di controllo. Il risultato sarebbe un peso politico molto più forte nelle decisioni che riguardano la carriera e la disciplina dei magistrati.

«In questo senso la separazione delle carriere non appare come una riforma della giustizia in senso stretto, ma come una riforma degli equilibri tra poteri», sostiene Cataldi. In altre parole, non si tratterebbe tanto di migliorare il funzionamento dei tribunali quanto di ridefinire il rapporto tra magistratura e politica.

L’avvocato richiama anche alcune dichiarazioni pubbliche che, a suo avviso, renderebbero esplicito questo obiettivo. In un intervento pubblico il ministro della Giustizia ha posto una domanda diretta: «Chi controlla la magistratura?», arrivando poi ad ammettere che la riforma servirebbe proprio a rafforzare questo controllo. Un’affermazione che, nel dibattito politico, ha suscitato reazioni imbarazzate anche tra gli stessi alleati di governo.

C’è poi un ulteriore elemento di riflessione che riguarda il mondo dell’avvocatura. La separazione delle carriere viene spesso presentata come una conquista del garantismo, cioè come un rafforzamento delle tutele per gli imputati. Cataldi, però, teme l’effetto opposto: un pubblico ministero completamente separato dalla cultura della giurisdizione potrebbe percepirsi sempre più come una parte puramente accusatoria.

«Per chi difende i diritti degli imputati, non è di certo un progresso», osserva.

Secondo il giurista, un’alternativa esisteva ed era stata proposta durante le audizioni parlamentari: rafforzare costituzionalmente l’obbligo del pubblico ministero di cercare anche le prove favorevoli all’indagato, principio già previsto dall’articolo 358 del codice di procedura penale. Una soluzione che avrebbe potuto rafforzare le garanzie senza modificare gli equilibri istituzionali.

Alla fine, la questione centrale torna ad essere quella del rapporto tra informazione e voto democratico. Per Cataldi il rischio non è soltanto quello di una riforma inefficace rispetto agli obiettivi dichiarati, ma soprattutto quello di una scelta compiuta dai cittadini senza piena consapevolezza delle sue conseguenze.

«Quando una riforma costituzionale viene presentata come risposta a problemi che non può risolvere», conclude, «il rischio non è soltanto la delusione. È che l’equilibrio tra i poteri venga ridisegnato senza che i cittadini ne siano pienamente consapevoli».

Ed è proprio questo, secondo l’avvocato, il vero nodo del referendum: non la promessa di una giustizia più veloce o più giusta, ma la trasformazione silenziosa dell’equilibrio istituzionale su cui si fonda lo Stato di diritto. (fonte Studio Cataldi - Il Diritto quotidiano)

pi.mi.

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