Nei giorni scorsi, dopo aver ricevuto la bolletta, mia moglie ha intercalato alcune parole poco eleganti, sventolandola come fosse un randello. Alla frase «…ma che vadano a farsi…», l’ho calmata, ho preso in mano il foglio e, con la flemma dell’ormai rassegnato pensionato, ho sospirato, leggendo lentamente solo la cifra finale.
Ho convinto corpo e cervello a entrare in una sorta di ascesi trascendentale, ispirandomi a una versione casalinga di yoga. Dopo alcuni profondi respiri, ho espresso la mia opinione — che, per educazione, non riferisco.
Ma quella cifra mi ha perseguitato a lungo. Così, la sera, con l’aiuto di alcune delle tante intelligenze artificiali, mi sono divertito a fare qualche domanda per togliermi un paio di dubbi.
In Italia il settore dell’energia vive in un equilibrio che definire complesso sarebbe un eufemismo. Da un lato, lo Stato è azionista di maggioranza nelle principali aziende energetiche: ENI (circa il 30% tra MEF e CDP), ENEL (circa il 23,6%), Terna (circa il 29,8%).
Dall’altro lato, lo stesso Stato, attraverso procedure istituzionali, nomina i vertici dell’ARERA, che dovrebbe vigilare sul mercato e tutelare i consumatori.
Un modello che richiede una fiducia quasi mistica nella capacità di separare i ruoli.
Eppure, come ricordano molti analisti, quando lo Stato è contemporaneamente giocatore e arbitro, qualche domanda sorge spontanea.
Nel 2023, ad esempio, ENI ha registrato utili per oltre 8 miliardi di euro, mentre ENEL ha superato i 6 miliardi. Utili che, in parte, finiscono nelle casse pubbliche sotto forma di dividendi.
È quindi naturale chiedersi quanto sia semplice, per un regolatore nominato dal Governo, spingere con decisione su politiche che riducono i consumi, favoriscono l’autoproduzione o tagliano gli oneri di sistema, quando quegli stessi consumi e quegli stessi oneri contribuiscono alle entrate dello Stato.
Il paradosso è evidente:
lo Stato invita i cittadini a risparmiare energia, ma incassa di più se ne consumano.
Le rinnovabili diffuse, l’efficienza energetica e l’autoconsumo sono strumenti fondamentali per la transizione ecologica. Ma sono anche strumenti che, inevitabilmente, erodono quote di mercato alle grandi utility.
È difficile immaginare un consigliere di una società energetica — nominato proprio dal potere politico — entusiasta all’idea di accelerare processi che riducono i margini dell’azienda che deve tutelare. Non per malafede, ma per semplice logica industriale.
Sul fronte regolatorio, ARERA gestisce voci delicate come gli oneri di sistema, che nel 2022 hanno superato i 10 miliardi di euro. Una parte di queste risorse finanzia infrastrutture e meccanismi di interesse pubblico, ma resta il fatto che ogni riduzione significativa avrebbe un impatto diretto sulle entrate complessive del sistema.
Anche qui, la domanda è legittima: quanto spazio reale ha un’autorità nominata dal Governo per spingere verso una tutela più aggressiva del consumatore?
Il cittadino, intanto, osserva.
Osserva le bollette che salgono e scendono come un’altalena, osserva i comunicati che parlano di “transizione”, “sostenibilità”, “tutela” e osserva, soprattutto, che alla fine il sistema sembra progettato per non scontentare nessuno.
O quasi.
Perché, se c’è un soggetto che non può permettersi di protestare troppo, quello è proprio il consumatore finale. Quello che paga la bolletta, gli oneri, le accise e che dovrebbe fidarsi di un meccanismo in cui chi regola e chi viene regolato spesso risponde allo stesso azionista.
È un equilibrio raffinato, certo.
Un capolavoro di ingegneria istituzionale, se vogliamo essere generosi.
Ma resta un fatto: in un sistema dove tutti devono essere soddisfatti, il rischio è che l’unico a non essere davvero tutelato sia proprio chi accende la luce.













