C’è qualcosa di positivo – e non scontato – nel fatto che l’apertura dei lavori del Consiglio Valle abbia dedicato uno spazio vero alla Giornata internazionale della donna. Non tanto per la ritualità della ricorrenza, che spesso rischia di trasformarsi in una sequenza di frasi di circostanza, quanto per il fatto che alcune consigliere hanno scelto di affrontare il tema con toni diretti, senza rifugiarsi nella sola retorica celebrativa.
La seduta dell’11 e 12 marzo si è aperta proprio con il ricordo dell’8 marzo, occasione che ha offerto alle rappresentanti politiche presenti in aula la possibilità di raccontare cosa significhi oggi parlare di parità, libertà e diritti delle donne in una società che continua a definirsi moderna ma che, nei fatti, non sempre lo è fino in fondo.
La prima a intervenire è stata Eleonora Baccini, che ha scelto una chiave molto netta, quasi identitaria, per descrivere il senso della ricorrenza. «Le donne non sono una categoria da salvaguardare: siamo metà del genere umano. Per questo è fondamentale riconoscere la piena libertà di scelta di ogni donna. Le politiche per le pari opportunità devono quindi servire a rimuovere gli ostacoli che impediscono il libero sviluppo della persona.» Un intervento che ha messo al centro una parola precisa: libertà. Non protezione, non tutela paternalistica, ma la possibilità di decidere della propria vita senza dover rispondere a modelli precostituiti. «Non chiediamo concessioni: chiediamo spazio. Lo spazio di decidere della nostra vita senza dover rispondere a un copione scritto da altri.»
Se Baccini ha parlato di libertà individuale, Clotilde Forcellati ha invece scelto di mettere il dito su una contraddizione spesso evocata ma raramente esplicitata con tanta chiarezza: quella della meritocrazia. «In un sistema che si definisce meritocratico, una donna deve essere eccezionale per essere considerata pari a un uomo medio, deve dimostrare competenze doppie.» Una frase che in aula è risuonata con un certo peso, perché racconta bene una percezione diffusa: l’idea che per una donna l’asticella resti più alta. «La meritocrazia diventa un filtro che lascia passare solo le “super donne”. La sfida politica non è premiare il merito ma renderlo possibile per tutti.»
Non una celebrazione quindi, ma un promemoria. «L'8 marzo non festeggiamo un traguardo ma rinnoviamo una promessa contro l'indifferenza di un sistema che si dice neutro ma continua a scegliere per noi.»
Uno sguardo più storico e legato alla dimensione sociale della montagna è arrivato invece da Loredana Petey, che ha ricordato il ruolo delle donne nelle comunità alpine. «Les femmes ont toujours été des actrices essentielles de la cohésion sociale de la montagne.» Un richiamo anche simbolico, arrivato nell’anno in cui ricorre l’ottantesimo anniversario del primo voto femminile in Italia. «La présence féminine est aujourd’hui une force motrice dans la société.» Ma Petey ha anche messo in guardia da un rischio che spesso divide il dibattito politico: quello delle quote. «La politique ne peut se limiter à des quotas numériques, qui risquent de dévaluer la perception du talent et des compétences féminines.» La questione, insomma, non è contare le donne ma valorizzarle davvero.
Più istituzionale ma altrettanto incisivo l’intervento di Chiara Minelli, che ha riportato il discorso sul terreno delle responsabilità pubbliche. «A 80 anni dal primo voto delle donne, il significato dell'8 marzo non sta nella celebrazione ma nella responsabilità anche delle istituzioni di continuare a dare attuazione concreta ai principi di uguaglianza e libertà che la Costituzione afferma.» Minelli ha insistito soprattutto su un punto spesso sottovalutato: le leggi da sole non bastano. «Serve un lavoro costante sul piano culturale, educazione al rispetto e alle relazioni realmente paritarie. Una strada lunga e complicata che dovremo percorrere fino in fondo.» Un ragionamento che sposta l’attenzione dal diritto scritto alla società reale.
Sul piano della memoria storica si è collocato invece l’intervento di Luisa Trione, che ha ricordato come i diritti oggi dati per scontati siano il frutto di battaglie lunghe e spesso dimenticate. «I diritti di cui godiamo oggi — di votare, di essere elette, di studiare — non sono gentili concessioni della storia, sono conquiste.» Trione ha evocato le tante donne che, spesso lontano dai riflettori, hanno costruito quei cambiamenti. «La libertà attuale è il risultato di battaglie combattute da donne nelle piazze, nelle case, nelle aule di tribunale.» Un passaggio che restituisce l’idea di una genealogia femminile della democrazia. «Noi siamo le eredi di quella forza: non è una forza muscolare, ma la capacità di resistere agli urti della vita senza spezzarsi.»
Infine Josette Borre ha scelto una prospettiva istituzionale e costituzionale, riportando l’attenzione alla svolta rappresentata dall’Assemblea costituente. «L’égalité entre hommes et femmes est un principe qui paraît aujourd’hui évident, mais qui est le résultat d’un long chemin de conquêtes.» Un principio che ha cambiato il ruolo delle donne nella vita pubblica. «En 1947, au sein de l’Assemblée constituante, un principe fort a été affirmé: les femmes ne sont plus les objets des lois, mais deviennent des actrices de leur élaboration.» Una frase che, riletta oggi, ricorda quanto recente sia questo passaggio nella storia democratica. «La démocratie n’est jamais un acquis définitif: c’est un processus qui exige un engagement constant pour rendre les droits effectifs.»
Ed è forse proprio questo il filo che ha unito gli interventi ascoltati in aula: l’idea che la parità non sia un punto di arrivo ma un processo continuo. L’8 marzo, in fondo, serve proprio a questo. Non a chiudere una discussione, ma a riaprirla ogni anno con qualche consapevolezza in più — e con la speranza che, prima o poi, non serva più ricordarlo.













