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Le Messager Campagnard | 27 febbraio 2026, 20:47

Agri28, l’agricoltura alpina si interroga sul futuro tra fondi europei e identità di montagna

Sintesi pubblica degli Stati Generali, prime ipotesi sulla PAC 2028-2034 e un confronto aperto su burocrazia, giovani e sostenibilità del modello valdostano

Speranza Girod

Speranza Girod

A Palazzo regionale, venerdì 27 febbraio, non è andata in scena una semplice restituzione tecnica. L’incontro “AGRI28: a che punto siamo?” è stato piuttosto un passaggio politico e culturale, un momento in cui l’agricoltura alpina ha provato a guardarsi allo specchio dopo gli Stati Generali di ottobre e a misurarsi con una domanda cruciale: quale spazio avrà la montagna nella futura Politica agricola comune 2028-2034?

L’iniziativa, promossa dall’Assessorato dell’Agricoltura e Risorse naturali insieme all’Università della Valle d’Aosta e con il coinvolgimento dell’intero sistema agricolo valdostano, ha messo in fila risultati, timori e ambizioni. Non solo una fotografia dell’esistente, ma un tentativo di incidere sul dibattito nazionale ed europeo, dopo la pubblicazione delle prime proposte regolamentari della Commissione.

L’assessore Speranza Girod ha rivendicato l’impostazione del percorso: «con il progetto Agri28 abbiamo voluto mettere il sistema agricolo alpino al centro del dibattito, ascoltarlo e costruire contenuti prima ancora che posizioni». Una frase che dice molto del metodo scelto: prima l’ascolto, poi le scelte. E ancora: «abbiamo voluto anche dare voce ai giovani», ricordando il confronto con cinquanta studenti delle classi IV e V dell’Institut Agricole Régional. Un segnale non secondario, perché se l’agricoltura di montagna non intercetta le nuove generazioni, la partita è persa in partenza.

Girod ha poi allargato lo sguardo oltre i confini regionali: «oggi rendiamo utilizzabile questo percorso non solo per orientare le scelte regionali, ma anche per contribuire al dibattito nazionale ed europeo sulla futura PAC e per rafforzare il ruolo dell’agricoltura di montagna come interesse generale». Il punto politico è chiaro: le sfide non sono locali, ma strutturali, e «richiedono alleanze politiche e tecniche tra territori con caratteristiche simili». Tradotto: la montagna deve fare rete se non vuole restare marginale nei grandi equilibri comunitari.

Sulla stessa linea il presidente della Regione, Renzo Testolin, che ha ricordato come «nella nostra regione l’agricoltura riveste un ruolo cruciale, con connessioni profonde con molti altri settori, e un contributo fondamentale all’attrattività e alla sicurezza del territorio». Non solo produzione, dunque, ma presidio, paesaggio, prevenzione del dissesto, identità. Testolin ha sottolineato l’importanza della collaborazione con l’ateneo valdostano, «che introduce un approccio di studio e di ricerca, nell’ascolto e nella condivisione con tutto il mondo rurale», ribadendo che l’obiettivo è «creare le condizioni, economiche e sociali, affinché gli agricoltori, e soprattutto le nuove generazioni, possano continuare ad investire e a credere nel futuro di questo settore».

Ma il nodo vero resta la nuova PAC. Alessandro Rota, dirigente delle Politiche regionali di sviluppo rurale, ha fatto il punto sul percorso di costruzione della politica agricola 2028-2034, illustrando le novità contenute nelle proposte della Commissione europea del luglio 2025 e le possibili ricadute sulle aree alpine. Un passaggio tecnico, certo, ma denso di implicazioni: tra le righe sono emersi timori anche a livello regionale rispetto a un impianto che potrebbe non tenere pienamente conto delle specificità della montagna.

A controbilanciare queste preoccupazioni, l’intervento in remoto di Andrea Incarnati, della Direzione generale Agricoltura della Commissione europea, che ha rimarcato «le novità e la sostanziale efficacia delle proposte» per il periodo 28/34, fornendo ulteriori elementi sul percorso in atto. Un dialogo a distanza che fotografa bene la fase: Bruxelles disegna cornici generali, i territori alpini chiedono flessibilità e riconoscimento delle proprie fragilità strutturali.

Il contributo scientifico è arrivato dalla docente di Antropologia alpina Valentina Porcellana e dal gruppo di ricercatori coinvolti nel progetto, che hanno restituito i risultati dei tavoli di lavoro del 10 ottobre e degli approfondimenti successivi, compreso il workshop di gennaio con gli studenti dell’Institut Agricole Régional. Ne esce un ritratto nitido del modello valdostano: piccole e medie aziende familiari, forte multifunzionalità, capacità di adattamento. Un sistema che regge grazie a una flessibilità quasi artigianale, ma che rischia di soffocare sotto il peso della burocrazia.

È proprio questo uno dei punti più sensibili: la sostenibilità del modello dipende dalla capacità di ridurre la pressione amministrativa. Senza una semplificazione concreta, il rischio è che l’energia venga assorbita dalle carte invece che investita nei campi, nelle stalle, nella trasformazione.

Altro tema emerso è quello della comunicazione. Non più semplice promozione, ma «strumento di riconoscimento». Produrre qualità non basta se il valore del lavoro agricolo non viene percepito e remunerato. In un territorio dove il legame tra agricoltura e turismo costituisce una vera filiera di valore, l’assenza di allevatori e agricoltori significherebbe perdita di attrattività, degrado del paesaggio, impoverimento sociale.

La sfida, allora, è trasformare passione e savoir-faire in riconoscimento economico tangibile, garantire dignità al lavoro rurale e qualità della vita in montagna. Parole che suonano quasi come un manifesto.

Agri28 non chiude un percorso, lo apre. La vera domanda, ora, è se alle dichiarazioni seguiranno scelte coerenti quando si tratterà di negoziare risorse, semplificare norme, sostenere davvero chi vive e lavora in quota. Perché l’agricoltura alpina non è solo un settore produttivo: è un interesse generale. E dalla sua tenuta dipende molto più del bilancio di una singola azienda.

pi.mi.

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