Ci sono momenti in cui la storia smette di essere un’astrazione polverosa e ti colpisce dritto al cuore. È quello che mi è successo navigando sul sito della Regione Valle d’Aosta dedicato ai Lieux de Mémoire de la Résistance – i luoghi della Resistenza e dell’antifascismo.
Un archivio magnifico, un tributo digitale a chi diede la vita perché noi potessimo vivere liberi.
Lì, tra quelle pagine dense di memoria, ho ritrovato i cognomi dei miei nonni. Dei miei zii. Nomi che da bambino sentivo pronunciare durante le cene di famiglia, oggi incisi nella pietra della storia: Bionaz, Cheney, Rosset, Desandré, Breuvé, Fruttaz, Pasquettaz, Perron, Cerise, Cuaz, Nex, Isabel, Bétemps, Tibone…
Un elenco che risuona come una litania dolorosa e orgogliosa.
Uomini e donne che hanno conosciuto i lager nazisti. Che sono stati deportati, affamati, picchiati. Che sono scappati sotto le raffiche. Che hanno scelto la montagna, il freddo, la fame volontaria pur di non servire la Repubblica di Salò. E che, in molti casi, non sono mai tornati.
Ma ecco il paradosso che mi ha fatto sorridere amaramente.
Mentre leggevo quei nomi – partigiani che diedero tutto per la libertà – non ho potuto fare a meno di notare una cosa: molti di quei cognomi oggi li sento urlare ben altro. Li sento invocare il pugno di ferro contro le manifestazioni. Li sento inneggiare all’ordine, alla disciplina, al controllo. Li sento parlare come se la Resistenza fosse solo un capitolo di storia da studiare per l’interrogazione, non il sangue dei loro bisnonni.
Come è possibile?
Come si può portare lo stesso cognome di chi combatté il fascismo e poi, ottant’anni dopo, flirtare con le stesse retoriche autoritarie?
Forse è proprio questo il punto: i giovani fascisti di oggi non conoscono davvero il passato che credono di celebrare. Per loro il Ventennio è estetica, nostalgia di un ordine mai vissuto, romanticismo da tastiera. Non sanno cosa significasse davvero. Non hanno mai letto le testimonianze di Bionaz Agostino, che mangiava patate sporche di terra, o di Cheney Augusto, che sputava sangue dopo essere stato colpito con il calcio di un fucile.
Voglio riportare qui alcune delle testimonianze che ho letto. Non per retorica, ma perché queste parole pesano come macigni.
«Per ripararmi dal freddo gelido usavo la carta dei sacchi di cemento. Avevo anche la fortuna di avere la taglia del piede piccola e le scarpe abbondanti, così potevo fasciare i piedi con quella carta.»
Cheney Augusto, internato militare
«Quando trovavamo un prigioniero morto eravamo svelti a svestirlo e a prenderne gli indumenti.»
Bionaz Agostino, campo di concentramento in Germania
Queste non sono scene di un film. Sono i ricordi di uomini che portavano cognomi che oggi, in alcuni casi, urlano slogan che quei nonni avrebbero considerato tradimenti.
Il nipote che tradisce il nonno.
Mi è venuto da sorridere – un sorriso amaro – pensando a questa possibilità: che il giovane fascista che oggi inneggia a un passato che non ha vissuto e non conosce possa essere proprio il discendente diretto di un martire della libertà.
Che Stefano Plat, trucidato a sangue freddo dai fascisti il 20 maggio 1944 a Sorreley, possa avere un pronipote che oggi inneggia al “ripristino dell’ordine”.
Che Adriano Abram, morto a 22 anni, dilaniato da una bomba mentre combatteva per la libertà, possa avere un discendente che sui social inneggia al Duce.
È questo il paradosso più crudele della memoria: si può ereditare un cognome senza ereditarne la coscienza.
I partigiani del 13° gruppo Émile Chanoux – Bétemps, Rosset, Chenal, Pasquettaz, Pallais, Tibone – il 12 aprile 1945 liberarono i prigionieri dalle carceri di Aosta rischiando la vita.
Oggi, alcuni di quei cognomi vorrebbero riempire di nuovo quelle celle.
Il sito Lieux de Mémoire de la Résistance non è solo un archivio. È uno specchio. E quello che riflette non è sempre confortante. Riflette quanto sia facile dimenticare. Quanto sia comodo tradire. Quanto sia tentante voltare le spalle alle lezioni della storia.
Ma lo specchio riflette anche altro: il fatto che quegli uomini e quelle donne – Desandré Ida, deportata a Ravensbrück; Perron Maurizio, scappato dai nazisti; Croci Pietro, combattente in Jugoslavia; Vuillermoz Ettore, morto sotto la valanga al Col du Mont – hanno vinto.
Hanno vinto perché noi siamo qui, liberi di scrivere, di pensare, di dissentire.
E forse è proprio questo che dà più fastidio a certi nipoti smemorati: il fatto che i loro nonni abbiano combattuto contro ciò che loro oggi vorrebbero riportare in vita.
Il passato, a volte, ti prende davvero a schiaffi. E fa male.
Ma è un dolore necessario. Perché solo ricordando chi eravamo possiamo capire chi non dobbiamo più diventare.
Questa riflessione nasce da una scoperta personale e dolorosa: ritrovare i cognomi dei propri antenati tra i partigiani e i deportati, e riconoscere quegli stessi cognomi tra chi oggi inneggia a ideologie opposte.
Non è un attacco a famiglie o persone specifiche, ma una riflessione sulla fragilità della memoria collettiva.
Il sito Lieux de Mémoire de la Résistance della Regione Valle d’Aosta è una risorsa straordinaria che tutti dovrebbero consultare. Perché i nomi che vi sono incisi non sono solo storia: sono i nostri nonni, i nostri bisnonni, le nostre radici.
E dimenticarli significa tradirli.













