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ATTUALITÀ | 25 febbraio 2026, 12:00

Banchetti dal mercato alla piazza: quando raccogliere firme divide invece di unire

Dai banchetti nuziali a quelli del mercato, luoghi storici di incontro e comunità, fino ai tavoli per la raccolta firme che oggi animano le piazze. Lo slogan “Io sto con il poliziotto” apre una riflessione sul rischio di trasformare il sostegno alle forze dell’ordine in una contrapposizione forzata tra cittadini

Banchetti dal mercato alla piazza: quando raccogliere firme divide invece di unire

Banchetti. Una parola antica, piena di vita e di significati. C'erano i banchetti nuziali, rumorosi e festosi, dove il vino scorreva e le famiglie si univano attorno a tavole imbandite. C'erano i banchetti del mercato, dove la gente si ritrovava, contrattava, si scambiava non solo merci ma anche parole e sguardi. I banchetti erano luoghi di incontro, di comunità, di patto sociale. Punti di convergenza, non di divisione.

Oggi, percorrendo le strade delle nostre città — dalle grandi metropoli fino alla nostra piccola Valle d'Aosta — quei banchetti sono ancora lì. Ma il clima attorno a essi è cambiato. Proliferano ovunque, in queste settimane, i tavoli per la raccolta firme a sostegno di una proposta dai toni inequivocabili: «Io sto con il poliziotto».

In sé, sostenere le forze dell'ordine è un sentimento comprensibile e legittimo. Chi lavora in divisa, spesso in condizioni difficili e con mezzi insufficienti, merita rispetto, tutele adeguate e il riconoscimento della società civile. Su questo non vi è dubbio.

Eppure c'è qualcosa, in quella formula, che merita una riflessione più attenta. Perché lo slogan «Io sto con il poliziotto» porta con sé, quasi inevitabilmente, un sottinteso: che chi non firma stia dall'altra parte. Stia, cioè, con il delinquente.

È un meccanismo retorico potente, ma anche socialmente rischioso.

Costruisce una frattura immaginaria nella cittadinanza, dividendo la società in due campi contrapposti, come se il rispetto per chi garantisce la sicurezza pubblica fosse incompatibile con la tutela dei diritti, con la presunzione d'innocenza o semplicemente con una valutazione critica e democratica delle norme.

Eppure nessuno firmerebbe una petizione intitolata «Io sto con il giudice», come se chi non firma fosse contro la giustizia.
O «Io sto con il medico», come se il disaccordo su una riforma sanitaria significasse essere nemici della salute.
O «Io sto con il parroco», come se non frequentare la chiesa equivalesse a essere contrari alla morale.

Queste formulazioni ci sembrerebbero immediatamente eccessive, perché capiamo che la realtà è più complessa di una firma su un foglio.

Le categorie professionali che svolgono funzioni pubbliche (i magistrati, i medici, gli insegnanti, le forze dell'ordine) meritano tutte rispetto, sostegno e condizioni di lavoro dignitose.

Ma nessuna di esse dovrebbe diventare uno strumento di polarizzazione, un'etichetta da appiccicare addosso ai cittadini per distinguere i “buoni” dai “cattivi”.

Una democrazia sana si nutre di dialogo e di sfumature, non di semplificazioni che mettono gli uni contro gli altri. Il dibattito sulle tutele per le forze dell'ordine (su cosa prevedono le norme, su come si bilanciano con i diritti individuali, su quali strumenti siano davvero utili e quali no) è un dibattito serio e necessario. Ma per affrontarlo con onestà civile, occorre sottrarsi alla logica dello schieramento obbligato.

Quei banchetti nelle piazze potrebbero tornare a essere luoghi di incontro e di confronto, come nelle migliori tradizioni della nostra cultura pubblica. Basterebbe cambiare il titolo sul cartello.

Vittore Lume-Rezoli

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