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ATTUALITÀ | 21 febbraio 2026, 12:00

l silenzio che alimenta l’odio

Saremo protagonisti, ma solo come osservatori, al Board of Peace del presidente Trump.Queste parole del nostro Ministro degli Esteri hanno incendiato non solo il Parlamento, ma l’intero dibattito pubblico nel Paese. E, volenti o nolenti, rimettono in discussione gli equilibri della politica internazionale su uno dei drammi più complessi e dolorosi di questo secolo

l silenzio che alimenta l’odio

“Odio”. Una parola bruttissima. E non è solo una parola: è un sentimento che si insinua piano piano, quasi senza che te ne accorga, e ti porta a odiare certi comportamenti, certe azioni, certi volti.

Una persona intelligente, si dice, non dovrebbe mai lasciarsi prendere da questo istinto. Ed è facile dirlo quando sei seduto comodamente su un divano, al sicuro, con i tuoi cari vicini. Ma saresti della stessa opinione se quella casa fosse la tua? Se, oltre a sfasciarti l’abitazione, ti uccidessero i figli? Se a farlo non fosse un singolo squilibrato, ma il rappresentante di un esercito che esegue gli ordini del proprio governo?

Non finiresti, prima o poi, per odiare quell’esercito, quel governo e (nella disperazione più buia) anche quel popolo?

Questo è il meccanismo più pericoloso e meno discusso dei conflitti prolungati: non è la violenza in sé a generare l’odio più duraturo, ma il silenzio attorno ad essa.

Quando una violenza viene taciuta (dalle istituzioni, dai media, dalla comunità internazionale), chi la subisce si trova solo davanti a un dolore che nessuno riconosce. E il dolore non riconosciuto non scompare: fermenta. Si trasforma lentamente in rabbia, e la rabbia senza ascolto diventa odio. Non necessariamente verso chi ha premuto il grilletto, ma verso tutto ciò che quel gesto rappresenta.

È un processo psicologico documentato e comprensibile. Non è giustificabile nella sua deriva collettiva — l’odio verso un intero popolo non lo sarà mai — ma è umano nel suo punto di partenza.

Quello che sta accadendo oggi, con una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale che riversa ostilità verso il popolo ebraico nel suo insieme, non nasce dal nulla. Nasce da immagini di bambini sotto le macerie, da ospedali colpiti, da numeri di morti che continuano a salire. Nasce dalla percezione (reale o amplificata) che quelle morti vengano sistematicamente minimizzate, giustificate o semplicemente non conteggiate allo stesso modo delle altre.

Non stiamo dicendo che questa deriva sia giusta. Non lo è. Confondere un governo con un popolo, una politica militare con una cultura, un esercito con ogni singolo essere umano che parla quella lingua è un errore morale gravissimo, ed è esattamente la logica che alimenta ogni forma di razzismo e persecuzione.

Ma ignorare da dove nasce quell’odio significa non volerlo davvero combattere.

Troppo spesso si scambia il silenzio per equilibrio. Si tace per non schierarsi, per non offendere, per non complicarsi la vita. Ma il silenzio davanti alla violenza non è neutro: è una scelta. E quella scelta ha conseguenze.

Ogni volta che una morte viene taciuta perché scomoda, ogni volta che una vittima viene resa invisibile perché riconoscerla sarebbe politicamente costoso, si aggiunge un mattone a quel muro di frustrazione e dolore che prima o poi crolla — e crolla male, travolgendo anche chi non c’entrava nulla.

L’odio antisemita che sta risorgendo in molte parti del mondo è una tragedia. Ma altrettanto tragica è la violenza che, quando viene silenziata invece di essere condannata con chiarezza, diventa il terreno fertile in cui quell’odio cresce.

La risposta non è semplice, ma un punto di partenza esiste: nominare la violenza, tutta la violenza, con lo stesso metro.

Piangere ogni bambino morto, indipendentemente dalla sua nazionalità. Condannare ogni crimine, indipendentemente da chi lo commette. Distinguere sempre — con cura, con fermezza — tra un governo e il popolo che rappresenta, tra una politica e una cultura, tra un esercito e un’intera civiltà.

Non è ingenuità. È l’unico argine che abbiamo contro il meccanismo che trasforma il dolore in odio collettivo.

Perché l’odio, una volta che prende il sopravvento, non distingue più tra chi ha torto e chi ha ragione. Divora tutto. E la storia — quella che dovremmo conoscere meglio di chiunque altro — ce lo ha già mostrato.

Questo articolo non intende giustificare nessuna forma di odio collettivo né minimizzare nessuna violenza. Intende invece aprire una riflessione su come il silenzio, più della parola, sia spesso il vero carburante dell’odio.

Vittore Lume-Rizoli

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