Diciamolo chiaramente: i fatti accaduti negli ultimi giorni meriterebbero un’analisi profonda, rigorosa e soprattutto oggettiva. Ed è proprio qui che nasce il problema, perché l’oggettività, nel clima attuale, è diventata una merce rara. Le immagini viste nella sala stampa della Camera dei Deputati, in occasione della conferenza convocata da CasaPound, rappresentano “l’ennesimo episodio di basso livello in un luogo istituzionale carico di significati”, come sottolinea senza giri di parole l’onorevole Franco Manes, deputato della Valle d’Aosta.
Un episodio che non arriva per caso. “Purtroppo, dall’inizio di questa legislatura lo scontro ideologico ha superato la decenza”, osserva Manes, indicando una responsabilità che non può essere scaricata su una sola parte politica. “La responsabilità va ripartita tra tutte le forze politiche, che dovrebbero sempre condannare azioni e atteggiamenti estremisti sia di destra che di sinistra”. Un principio semplice, spesso tradito.
Perché invece di spegnere il fuoco, troppo spesso lo si alimenta. “Assistiamo a partiti che cavalcano questi episodi a esclusivo interesse del proprio elettorato, anche attraverso azioni, eventi e ostruzionismi all’interno dell’Aula parlamentare”, denuncia il deputato valdostano. Ed è qui che arriva una delle accuse più dure: “Una parte di queste situazioni deplorevoli ha regie ben codificate ed è nelle mani dei partiti”.
Secondo Manes, il meccanismo è ormai chiaro e perverso. “Si cavalcano le paure e le incertezze del popolo, si gioca con il popolo stesso per strappare qualche consenso elettorale in più o per alimentare odio non solo verso l’avversario politico, ma soprattutto verso chi non la pensa allo stesso modo”. Una strategia che trova nei social il suo terreno ideale: “Ormai diventati dei veri ‘letamai ideologici’, del non sapere e della violenza fai-da-te”.
Il giudizio sulle modalità di confronto è netto. “Condanno queste forme di scontro all’interno di un luogo istituzionale, usato per amplificare idee ed estremismi, sia in attacco che in difesa”, afferma Manes, che però va oltre la denuncia e chiama in causa le regole. “A questo punto credo sia necessario aggiornare e contestualizzare i regolamenti sull’utilizzo degli spazi interni della Camera”, chiarendo che “estremismi fascisti, neonazisti e di estrema sinistra non possono e non devono utilizzare sedi istituzionali a fini ideologici e propagandistici”.
Il filo che lega Roma a Torino è evidente. “Non possiamo poi stupirci se nelle nostre città esplodono atti di pura guerriglia urbana”, avverte il deputato, riferendosi alle violenze andate in scena nel capoluogo piemontese. Scene che “non possono far piacere a nessuno”, ma che sono figlie di un contesto ben preciso.
Manes elenca senza sconti le cause: “la crescita incontrollata degli estremismi di destra e di sinistra; la fine di una società educata ed empatica; l’idea che chi non la pensa come te sia un nemico da annientare e non un avversario con cui confrontarsi”. A questo si aggiunge “la legittimazione dell’aggressività come elemento politico identitario” e “l’annullamento della responsabilità morale e del rispetto civile e legislativo”.
Tutto confluisce in una pericolosa deriva: “la legittimazione della protesta a tutti i costi”. Una protesta che diventa intoccabile anche “quando mettiamo a ferro e fuoco le città, distruggiamo le proprietà altrui e arriviamo a massacrare chi dovrebbe garantire il rispetto delle regole e la nostra sicurezza: le Forze dell’Ordine”.
Per il deputato valdostano siamo a un bivio. “Credo che siamo arrivati a un punto di non ritorno”, afferma, invocando non un giro di vite muscolare, ma “la riapertura di un dialogo costruttivo e sereno, nel rispetto della legge, dei ruoli e delle regole”. Perché, avverte, “così non si va da nessuna parte”.
L’ultimo monito è forse il più politico: “Se i partiti pensano che usare la violenza, anche solo verbale, screditare l’avversario e alimentare l’odio sia la strada per raccogliere voti, sbagliano di grosso: sarà il loro de profundis”. La via d’uscita passa da un cambio radicale di linguaggio e atteggiamento: “Iniziamo dal Parlamento, abbassiamo i toni, evitiamo di aizzare le folle e di creare confusione”.
E l’appello finale è tanto semplice quanto rivoluzionario, di questi tempi: “Torniamo a parlare con educazione, serenità e rispetto degli avversari politici. È sempre più necessario dialogare, piuttosto che ululare digrignando i denti contro qualcuno”.
Parole che non assolvono nessuno, ma che chiamano tutti — politica, istituzioni e cittadini — a una responsabilità che non può più essere rimandata.













