Il Giorno della Memoria non è una data da calendario, né un esercizio di commemorazione formale. È una linea di confine. Da una parte il ricordo, dall’altra la responsabilità. È su questa soglia che si è collocato l’intervento del deputato valdostano Franco Manes nell’Aula della Camera, con parole che non si limitano a evocare l’orrore, ma chiamano in causa il presente.
«Ricordare non significa soltanto guardare al passato. Significa interrogare il presente e assumersi una responsabilità verso il futuro». È qui il punto. Perché la Shoah non è esplosa dal nulla, ma è stata preceduta – come ha ricordato Manes – «dall’indifferenza, dall’odio normalizzato, dalla progressiva negazione della dignità umana». Processi lenti, quasi invisibili, che rendono il male accettabile prima ancora che praticabile.
Manes non elude il nodo italiano. «Anche l’Italia fu parte di quella tragedia», ha detto, richiamando le leggi razziali del 1938 come «una ferita profonda nella nostra coscienza nazionale». Una ferita che non appartiene solo alla storia, ma che continua a interpellare le istituzioni ogni volta che una discriminazione viene minimizzata, giustificata o normalizzata.
Nel suo intervento, la Valle d’Aosta non è evocata per campanilismo, ma come chiave di lettura. Terre di confine, terre alpine, luoghi di passaggio e di scelte. «Le montagne furono vie di fuga verso la salvezza, ma anche luoghi di persecuzione, di arresti, di deportazioni». Un promemoria scomodo: nessun territorio è immune, nessuna comunità può dirsi naturalmente “buona”.
Il riferimento a Primo Levi, arrestato proprio in Valle d’Aosta, tra le montagne di Saint-Vincent, restituisce alla Memoria una concretezza che pesa. Non un’icona astratta, ma un uomo reale, catturato mentre si preparava all’inverno da partigiano. La storia, ancora una volta, passa da qui.
Accanto all’orrore, Manes ha voluto ricordare la luce: i “Giusti tra le Nazioni”. Donne e uomini che, anche in Valle d’Aosta, scelsero «di essere umani», spesso in silenzio, spesso pagando un prezzo personale. Non eroi da monumento, ma persone comuni che dimostrano come la scelta morale sia sempre possibile.
Il discorso si allarga poi, con coraggio, ad altre ferite dell’Europa novecentesca. «L’odio etnico e religioso non lasciò indenni avversari politici, gruppi etnici e minoranze», ha ricordato Manes, citando anche il Sudtirolo e la violenza dello sradicamento forzato. Un richiamo netto: i totalitarismi non colpiscono mai una sola volta, né una sola categoria.
E qui il Giorno della Memoria smette definitivamente di essere passato. «Oggi, in un mondo in cui sembra tornare la Violenza, mentre l’antisemitismo e l’odio per “gli altri” riaffiorano sotto nuove forme, la Memoria non può essere rituale». È una frase che inchioda. Perché se la Memoria resta cerimonia, smette di essere difesa.
La conclusione è una chiamata politica, non emotiva: «La Memoria deve tradursi nella ricerca del Dialogo, nell’impegno politico, nella difesa costante dei diritti fondamentali». Deve parlare ai giovani, perché – ha ammonito – «la libertà e la democrazia non sono mai conquiste definitive».
Alla fine restano due frasi, quasi un manifesto civile:
«La Memoria è un ponte tra ciò che è stato e ciò che scegliamo di essere.
Che la Memoria diventi Coscienza.
Che la Coscienza diventi Azione».
Parole che non chiedono applausi, ma coerenza. E che, nel Giorno della Memoria, pesano come un impegno. Se vogliamo davvero ricordare.













