Il Misery Index Confcommercio chiude il 2025 in lieve aumento, restando sui minimi storici. Ma dietro i numeri rassicuranti di inflazione e occupazione si allarga una frattura sociale che il governo centrale continua a ignorare.
Il disagio sociale torna a crescere, anche se di poco, proprio mentre la narrazione ufficiale insiste su un Paese solido, resiliente e in ripresa. A dicembre il Misery Index Confcommercio sale a quota 9,6, un decimo di punto in più rispetto a novembre. Un valore che resta vicino ai minimi storici, ma che racconta comunque una realtà meno patinata di quella dipinta dai comunicati governativi.
La stima di fine 2025 è il risultato di due fattori ben noti ai cittadini: l’aumento dell’inflazione sui beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto, salita al 2,2%, e una disoccupazione estesa ferma al 6,3%. Dati che, letti singolarmente, possono sembrare sotto controllo. Ma che, messi insieme, restituiscono l’immagine di un disagio che non esplode, ma si incunea lentamente nella vita quotidiana.
Confcommercio parla di stabilità, di prospettive rassicuranti, di un mercato del lavoro che dovrebbe restare sui livelli attuali anche nei prossimi mesi. Ed è proprio qui che emerge il cortocircuito politico. Perché mentre gli indicatori macroeconomici vengono sventolati come prova del successo delle politiche centrali, milioni di famiglie continuano a fare i conti con carrelli sempre più leggeri, bollette ancora pesanti e salari che non tengono il passo del costo della vita reale.
Il punto non è solo quanto cresce l’inflazione, ma dove colpisce. I beni ad alta frequenza d’acquisto non sono un dettaglio statistico: sono il pane, il latte, i trasporti, le spese quotidiane. Ed è lì che il disagio si misura davvero, soprattutto per chi non ha margini, risparmi o tutele. Altro che minimi storici.
Il governo centrale continua a rifugiarsi dietro i numeri medi, ignorando che il disagio sociale non è una linea piatta, ma una somma di fragilità crescenti. Non esplode perché molte famiglie hanno già esaurito le difese: rinunciano, stringono i denti, smettono di curarsi, di programmare, di consumare. Un equilibrio apparente che regge solo finché qualcuno paga il prezzo più alto.
Il Misery Index, per come è costruito, fotografa una condizione generale. Ma non racconta la solitudine di chi lavora e resta povero, di chi ha un impiego precario, di chi vive con pensioni minime mentre tutto costa di più. E soprattutto non misura la distanza sempre più evidente tra le decisioni prese nei palazzi romani e la realtà delle persone comuni.
Se davvero il disagio sociale è ai minimi storici, allora il problema è un altro: è diventata strutturale la rassegnazione. E un Paese che si accontenta di stare “meno peggio” non è un Paese che sta bene. È un Paese che ha smesso di pretendere politiche serie su salari, welfare, casa e servizi essenziali.
I numeri possono anche rassicurare i mercati. Ma finché non migliora la vita reale delle persone, il disagio continuerà a crescere. Anche quando le statistiche dicono il contrario.













