Nel 1973 l’economista Ernst Friedrich Schumacher lanciava un’idea destinata a fare scuola: small is beautiful, tradotto “piccolo è bello”. Le comunità di dimensioni ridotte, sosteneva, funzionano meglio perché sono più agili, più umane, più sostenibili. Un elogio della misura giusta, non della grandezza fine a sé stessa.
Cinquant’anni dopo, osservando la Valle d’Aosta, quel motto rischia di suonare come una battuta amara. In una regione che, per dimensioni, dovrebbe essere un laboratorio naturale di efficienza, si è preferito costruire cattedrali nel deserto anziché infrastrutture proporzionate ai bisogni reali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e non serve essere esperti di bilanci per accorgersene.
Avete fatto caso? In decine di comuni valdostani — anche in quelli che superano a fatica i mille abitanti — svettano municipi monumentali, palestre da competizione internazionale, centri polivalenti degni di città cinque volte più grandi, biblioteche oversize e sale conferenze che vedono più sedie che persone. Opere nate nei tempi delle “vacche grasse”, quando i finanziamenti scorrevano e l’idea di “misura” sembrava un dettaglio secondario.
Oggi quelle strutture sono lì, immobili: cattedrali energivore che prosciugano i bilanci comunali. Costano più di quanto producano, consumano più di quanto servano e spesso restano mezze vuote per mesi.
Alcune opere sono diventate veri e propri casi di studio.
Il trenino Cogne–Pila, con la sua stazione fantasma visibile dalla funivia, è fermo da anni. Nessuno ha mai immaginato un utilizzo, nemmeno stagionale. Basterebbe un’idea, un concorso, un affitto, qualsiasi cosa pur di non lasciarlo andare in rovina.
L’aeroporto di Aosta resta un monumento all’attesa, con tecnologie mai entrate in funzione. I più informati sostengono che, se mai dovesse entrare in attività, la famosa “astronave” di controllo posizionata a Busseyaz sarebbe comunque da rifare da capo.
Il nuovo ospedale è, per ora, un buco nel terreno e, per molti, anche un buco nella credibilità politica.
E poi ci sono il PalaIndoor, l’Autoporto di Pollein, il complesso di Saint-Vincent — Billia e Casinò — un elenco che sembra non avere fine.
Una regione piccola che ha voluto pensare in grande.
Il problema, però, non è solo economico: è culturale.
La Valle d’Aosta ha moltiplicato strutture sovradimensionate, enti intermedi, sovrastrutture che spesso non dialogano tra loro. Nel frattempo, molte comunità locali si sono svuotate di vitalità, mentre risorse preziose venivano disperse in progetti che non hanno mai trovato una funzione reale.
Il conto, oggi, arriva puntuale.
Ci ritroviamo con edifici troppo grandi per comunità troppo piccole, costi di gestione che sfidano la logica, opere incompiute o inutilizzate, comuni che si spopolano lasciando in eredità cattedrali vuote.
Eppure sarebbe bastato poco. E basterebbe ancora poco: una politica a misura d’uomo, il coraggio di tornare sui propri passi, la capacità di cercare davvero, nelle piccole cose, la dimensione umana. Il piccolo negozio, il piccolo artigiano, la piccola comunità.
Invece no. Si persevera con le manie di grandezza.
E mentre i cittadini pagano, chi ha sbagliato — e continua a sbagliare — non paga mai.
Un’altra caratteristica, questa sì, fin troppo “a misura d’uomo”.













