Nel Salone Edilizia del Municipio di Aosta non si è parlato di carte o di semplice burocrazia. È stato messo sul tavolo qualcosa di più impegnativo: l’idea di una città che non esclude nessuno. Il percorso di redazione del PEBA, il Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche, è stato ufficialmente avviato e durerà circa un anno. Un tempo lungo, se lo si guarda con l’impazienza di chi ogni giorno incontra gradini impossibili, marciapiedi interrotti, scivoli mancanti, ma anche il tempo necessario per evitare l’ennesimo libro dei sogni.
Il messaggio di fondo è chiaro: l’accessibilità non è più materia da convegno, ma politica concreta. Lo ha detto senza giri di parole l’assessore alle Politiche sociali Marco Gheller, che ha definito l’argomento «centrale e strategico per questa consiliatura», ricordando che l’invecchiamento della popolazione rende le barriere «non un problema di qualcuno, ma un tema che riguarderà sempre più cittadini». Per Gheller l’accessibilità non può essere affidata al volontarismo: «Servono risposte strutturali e programmate», ha ribadito. Tradotto: basta interventi spot, serve una visione.
Accanto a lui, l’assessore alle Opere pubbliche Corrado Cometto ha alzato ulteriormente il livello del discorso. «Il Comune ha già intrapreso un percorso in questa direzione, ma ora è necessario compiere un salto di qualità», ha dichiarato. Quel “salto di qualità” è la vera chiave del PEBA: non si tratta solo di rispettare una legge (la 41/86 e la 104/92 lo impongono da decenni), ma di riconoscere che la città com’è oggi non è neutra, seleziona, rende la vita di alcuni semplicemente più complicata. Cometto ha insistito sulla partecipazione come leva decisiva: «La segnalazione delle criticità tramite il questionario e il coinvolgimento delle organizzazioni sono strumenti fondamentali per costruire politiche aderenti ai bisogni reali dei cittadini». Non è consultazione di facciata: se le segnalazioni resteranno lettera morta, il PEBA sarà solo un faldone in più.
Il percorso tecnico, illustrato dal dirigente Andrea Florio, è già partito: ricognizione degli edifici principali, strade, nodi urbani, analisi degli ostacoli fisici e dei percorsi quotidiani. È la base su cui costruire gli interventi futuri, ma anche lo specchio di come per decenni si sia costruito senza chiedersi davvero chi non sarebbe riuscito a passare, a salire, ad accedere. E qui emerge un punto essenziale: le barriere non sono solo quelle visibili, ma anche quelle culturali.
Lo ha ricordato il professionista incaricato, Paolo Bottani, quando ha sottolineato che «l’accessibilità riguarda tutti, in momenti diversi della vita: una mamma con il passeggino, una persona con una gamba ingessata, chi vive quotidianamente una disabilità». La frase chiave è questa: «riguarda tutti». Non esiste una categoria “altra” alla quale concedere favori, ma una comunità intera che deve decidere come vuole abitare la propria città. Perché una rampa in più o un attraversamento rifatto non sono gentilezze: sono diritti.

Le organizzazioni presenti hanno posto un tema scomodo ma necessario: non basta progettare, bisogna far rispettare le regole. Stalli riservati occupati abusivamente, attraversamenti non sicuri, scivoli bloccati, soste selvagge: sono le barriere quotidiane, quelle che non stanno nei manuali ma mettono in ginocchio la mobilità reale. «Servono sanzioni applicate e interventi rapidi», è stato il messaggio condiviso. In altre parole: educazione, sì, ma anche fermezza.
Il questionario online aperto ai cittadini fino al 15 febbraio non è un adempimento tecnico: è una chiamata alla responsabilità collettiva. Chi conosce una barriera e non la segnala, la accetta. Chi occupa uno stallo riservato “solo due minuti”, contribuisce a rendere la città meno vivibile per qualcun altro. Qui sta la forza politica del PEBA: non è un documento solo per uffici comunali e progettisti, ma un test di maturità per l’intera comunità aostana.
Alla fine del percorso, il Piano passerà da Giunta e Consiglio comunale, dopo la fase di osservazioni pubbliche. Sarà allora evidente se Aosta avrà davvero scelto di diventare una città accessibile o se avrà prodotto l’ennesimo piano ben scritto ma poco applicato. La posta in gioco è alta: non riguarda solo chi oggi vive una disabilità, ma il modo in cui la città riconosce il valore e la dignità di ogni persona.
Gheller e Cometto, con toni diversi ma convergenti, hanno indicato la strada: programmare, ascoltare, intervenire. Ora la palla passa ai cittadini, alle associazioni, agli uffici, ai progettisti e ai politici che dovranno tradurre le parole in cantieri. Una cosa è certa: Aosta senza barriere non potrà più essere uno slogan buono per le brochure. Dovrà diventare un impegno verificabile, misurabile, visibile nei marciapiedi, negli edifici, nelle abitudini quotidiane. Solo allora la città potrà dire di aver fatto davvero quel salto di qualità invocato in Comune — e di essere una comunità che non lascia indietro nessuno.












