C’è un momento in cui la retorica perde la voce e resta solo l’eco. Alla conferenza di fine anno della Presidente del Consiglio è successo proprio questo: tante parole, tanti giri di frase, ma alla fine quel suono di fondo era inconfondibile — buuh. Non tanto del pubblico, quanto della realtà che bussa alla porta e non trova risposte.
Giorgia Meloni si è presentata come sempre: sicura, sorridente, padrona del palcoscenico. E però le crepe erano lì, visibili. Parlare di “successi” mentre l’inflazione ha mangiato stipendi e pensioni non è ottimismo: è ginnastica acrobatica retorica. Dire che “nessuno viene lasciato indietro” mentre sanità e scuola arrancano è diventato un modo elegante di dire “non guardate troppo da vicino”.
Le mancate verità stanno tutte tra le righe. La promessa di “tagliare le tasse” convive con il carico crescente su Comuni e Regioni, che poi le tasse le aumentano per davvero. Il racconto di un’Italia “più rispettata in Europa” stride con gli sbadigli e i sopraccigli alzati nelle cancellerie — e non serve un master in geopolitica per capirlo. La storia dell’immigrazione “finalmente sotto controllo” cozza con i numeri, che hanno l’antipatica abitudine di non obbedire alla propaganda.
E poi c’è il capitolo identitario, quello che fa battere il cuore a Fratelli d’Italia. Difesa della patria, tradizione, sovranità: tutto bello in slogan, molto meno quando si traduce in atti concreti. Perché sovranità non è urlare dalle piazze, è governare bene. E su caro-vita, sanità, trasporti, giovani che scappano all’estero, la risposta è stata perlopiù: “va tutto bene, state sereni”. Appunto: buuh.
Nel gioco delle contraddizioni Meloni è maestra. È contro “le élite” ma governa con i grandi poteri economici; difende “la famiglia tradizionale” ma le politiche per famiglie e natalità restano briciole; parla di “merito” e poi si rifugia nei vecchi meccanismi di nomine e fedeltà politiche. Fratelli d’Italia, da partito antisistema, è diventato rapidamente custode del sistema, con la stessa velocità con cui si dimenticano le promesse fatte in campagna elettorale.
La conferenza di fine anno doveva essere il momento della verità. È stata, più modestamente, il catalogo delle autocertificazioni. Dove le domande scomode venivano trasformate in moralismi, e le critiche liquidate come accanimento dei “soliti nemici”. Ma la realtà non è comunista, europeista, globalista o gufi vari. La realtà è che la gente fa fatica a fine mese, che i servizi pubblici si sbriciolano, che la fiducia cala. E su questo, niente. Sorride, sposta la frase, ribalta il tavolo delle responsabilità, ed ecco che magicamente la colpa è sempre di qualcun altro: governi precedenti, Europa cattiva, complotti vari. Applauso? No, fischi sommessi: buuh.
Il punto non è essere “contro” per sport. Il punto è che chi governa deve chiamare le cose col loro nome. Invece il governo Meloni — e con lui Fratelli d’Italia — vive in una narrazione permanente: eroi assediati che salvano l’Italia ogni giorno da qualcosa. Intanto, però, chi fa la fila in pronto soccorso, chi ha lo stipendio fermo, chi vede i figli andare via non chiede epopee: chiede serietà, trasparenza, qualche verità in più e qualche slogan in meno.
Alla fine della conferenza restava questa sensazione: più che un bilancio, uno spettacolo. Più che risposte, pose. E quel titolo spontaneo che viene in mente, semplice, infantile, ma sincerissimo: Meloni buuh. Perché quando le parole non coincidono con la vita di chi ascolta, il pubblico non è ostile: è solo stanco.
Meloni buuh
La conférence de fin d’année de Giorgia Meloni avait vocation à dresser un bilan. Elle s’est surtout apparentée à un exercice d’auto-justification. Les formules étaient maîtrisées, le ton assuré ; les réponses, elles, sont demeurées partielles. Au terme de près de trois heures, une impression s’imposait : un écart persistant entre le récit officiel et l’expérience quotidienne des Italiens.
La cheffe du gouvernement revendique des « résultats » économiques. Dans le même temps, l’inflation continue d’éroder salaires et retraites, tandis que les services publics — santé et éducation en premier lieu — se fragilisent. Les promesses de baisse d’impôts s’accompagnent d’un transfert de charges vers collectivités locales et régions. L’affirmation d’une Italie « plus écoutée » sur la scène européenne se heurte à une réalité plus nuancée.
Sur la question migratoire, le discours de contrôle ne résiste pas entièrement aux données disponibles. S’agissant de la « souveraineté », concept central pour Fratelli d’Italia, le contraste entre rhétorique et politiques menées demeure marqué. La souveraineté ne se décrète pas : elle se mesure à la capacité de gouverner efficacement sur le coût de la vie, l’emploi, les services essentiels.
Les contradictions s’accumulent : dénonciation des « élites » et proximité avec les grands intérêts économiques ; exaltation de la « famille traditionnelle » sans politique structurelle d’accompagnement ; invocation du « mérite » couplée au maintien de pratiques de nominations partisanes. Le parti au pouvoir, né dans une posture antisystème, est devenu l’un des principaux gestionnaires du système.
Les questions critiques posées lors de la conférence ont souvent été renvoyées au registre de la polémique ou attribuées aux gouvernements précédents. Or la situation est tangible : difficultés de fin de mois, attente croissante dans les services de santé, départ de nombreux jeunes à l’étranger. Ces phénomènes appellent des réponses précises plutôt qu’un récit héroïque.
De cette conférence reste l’idée d’une mise en scène plus que d’un bilan. D’où ce mot, simple mais révélateur : bouh. Non pas un rejet théâtral, mais le signe discret d’une lassitude devant l’écart entre la parole publique et la réalité vécue.





