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Chez Nous | 23 febbraio 2026, 08:00

Les “Non” qui dérangent et qui comptent

I No che contano e competenti

Les “Non” qui dérangent et qui comptent

L’editoriale pubblicato su La Stampa e firmato da Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli riaccende il dibattito sulla riforma della giustizia. Ma sullo sfondo si intravede anche un possibile referendum: e allora il “no” diventa una scelta di principio, non di schieramento.

Ci sono riforme che dividono. E poi ci sono riforme che interrogano la coscienza costituzionale di un Paese. L’intervento pubblicato su La Stampa da Barosio e Caselli non è solo una critica tecnica alla nascita dell’Alta Corte disciplinare: è un campanello d’allarme su come sta cambiando l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Se davvero questa riforma dovesse arrivare al vaglio popolare attraverso un referendum sulla giustizia, allora il tema non sarebbe più confinato ai giuristi o agli addetti ai lavori. Diventerebbe una questione di responsabilità collettiva. E in quel caso, i “no che contano” sarebbero quelli espressi nelle urne.

Barosio e Caselli, nel loro editoriale su La Stampa, ricordano che l’Alta Corte sarebbe un giudice disciplinare solo per i magistrati ordinari. Una configurazione che richiama il divieto costituzionale di istituire giudici speciali. È vero: una legge costituzionale può intervenire sulla Carta. Ma resta il dato politico. Perché creare un organo ad hoc per giudicare chi esercita il controllo di legalità sul potere esecutivo inevitabilmente altera la percezione – e forse la sostanza – dell’indipendenza.

Se un referendum confermativo dovesse essere indetto, come già accaduto in passato per altre riforme costituzionali, il voto non riguarderebbe solo un tecnicismo. Riguarderebbe l’idea stessa di separazione dei poteri. Sarebbe una scelta tra un modello in cui i contrappesi restano forti e uno in cui il potere disciplinare viene ricollocato in un perimetro più vicino alla sfera politica.

L’editoriale de La Stampa sottolinea anche l’esclusione del Presidente della Repubblica dalla presidenza dell’Alta Corte. Un elemento che, in un eventuale dibattito referendario sulla giustizia, peserebbe moltissimo. Il Capo dello Stato rappresenta una garanzia di equilibrio. Toglierlo dal meccanismo disciplinare significa ridurre un presidio super partes.

E poi c’è il tema del ricorso in Cassazione. Se le sentenze dell’Alta Corte non fossero più impugnabili davanti alla Suprema Corte, ma solo davanti alla stessa Alta Corte, si introdurrebbe un’eccezione significativa rispetto al principio generale sancito dall’articolo 111 della Costituzione. Anche questo sarebbe inevitabilmente al centro di una campagna referendaria.

Un referendum sulla giustizia, in questo contesto, diventerebbe uno spartiacque politico e culturale. Non sarebbe un voto “contro” o “a favore” dei magistrati. Sarebbe un voto sul modello di democrazia che vogliamo. Perché, come ricordano Barosio e Caselli su La Stampa, il punto non è rendere i giudici indipendenti dai pm: è capire se si sta rafforzando o indebolendo l’autogoverno della magistratura.

I no che contano, in un eventuale referendum, sarebbero quelli pronunciati per difendere i controlli. Perché un governo può non amare i controlli. Ma una democrazia senza controlli non è più una democrazia compiuta. E quando si tocca l’architettura costituzionale, il silenzio non è neutralità: è rinuncia. In certi passaggi storici, dire no significa semplicemente dire sì alla Costituzione.

Maria Grazia Vacchina, presidente del Circolo Valdostano della Stampa, e Gian Carlo Casello in occasione di un incontro ad Aosta

I No che contano

Quand La Stampa publie un éditorial signé Vittorio Barosio et Gian Carlo Caselli pour expliquer que la réforme de la justice sent le coup de balai politique, on pourrait hausser les épaules. Ou bien on peut lire. Et réfléchir. Et, pourquoi pas, dire non.

En Italie, on adore les réformes “historiques”. Elles sont toujours historiques. Elles sont aussi toujours urgentes. Et, coïncidence fascinante, elles tombent souvent pile au moment où les juges commencent à déranger.

La nouvelle trouvaille ? Une “Haute Cour” disciplinaire pour juger les magistrats ordinaires. Pas les administratifs. Pas les comptables. Juste ceux qui, parfois, mettent leur nez dans les affaires du pouvoir exécutif. Un hasard, sans doute. Comme les parapluies quand il pleut.

Barosio et Caselli l’écrivent noir sur blanc : on retire au Conseil supérieur de la magistrature son pouvoir disciplinaire pour le confier à un organe flambant neuf. Une sorte de juge spécial, même si on évite soigneusement le mot. Pourtant, la Constitution italienne — vaccinée contre les souvenirs peu glorieux des tribunaux spéciaux du passé — dit clairement qu’on n’en crée pas, des juges spéciaux.

Mais rassurez-vous : ce n’est pas “spécial”. C’est “nouveau”. Nuance.

Le gouvernement explique que le CSM serait trop indulgent, trop “domestique”. Les chiffres racontent une autre histoire : presque autant de condamnations que d’acquittements ces dernières années. Pas vraiment un club de vacances corporatiste. Plutôt un organe qui fonctionne. Ce qui, évidemment, peut être agaçant.

Et puis il y a les détails croustillants. La Haute Cour ne serait pas présidée par le Président de la République. Exit l’arbitre institutionnel. Trop encombrant ? Trop indépendant ? Mystère. On modifie aussi la possibilité de recours en Cassation : certaines décisions ne seraient plus contestables devant la Cour suprême, mais devant… la même Haute Cour, autrement composée. L’auto-contrôle, version premium.

Si cette réforme devait passer par un référendum sur la justice, alors la question deviendrait limpide : voulez-vous des contre-pouvoirs solides ou préférez-vous un exécutif plus “à l’aise” ? Parce que derrière les subtilités juridiques se cache une bataille très simple : celle des contrôles.

Un pouvoir qui n’aime pas les contrôles finit toujours par expliquer qu’ils ralentissent le travail. C’est vrai. Les freins ralentissent aussi la voiture. Mais on les garde quand même, surtout dans les virages.

Les “non” qui comptent ne sont pas des caprices. Ce sont des réflexes de survie démocratique. Dire non à une réforme qui affaiblit l’autogouvernement de la magistrature, ce n’est pas défendre une caste. C’est défendre l’idée un peu ringarde — mais toujours utile — que le pouvoir doit être surveillé.

Dans un éventuel référendum, le “non” ne serait pas un cri idéologique. Ce serait un rappel : la démocratie n’est pas un open bar pour gouvernements pressés. C’est un système d’équilibres. Fragiles. Précieux. Et, visiblement, parfois encombrants.

Et quand les contrôles deviennent encombrants, c’est précisément le moment de les protéger.

piero.minuzzo@gmail.com

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