No per fermare il primierariato
Sulla separazione delle carriere si gioca molto più di una riforma tecnica: il referendum diventa un argine contro la concentrazione del potere, l’autonomia differenziata e il premierato. Votare No significa difendere l’equilibrio costituzionale prima che sia troppo tardi.
Non raccontiamoci favole. La separazione delle carriere dei magistrati non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. Non è un ritocco ordinamentale. È una zeppa politica infilata dentro la Costituzione per aprire la strada al passo successivo: il primierariato forte, il comando concentrato, la verticalizzazione del potere.
A dirlo con chiarezza è Massimo Villone, che non usa giri di parole: “La modifica normativa non è tecnica. Dietro c’è un disegno”. E ancora: “Se vince il No si indeboliscono anche autonomia differenziata e premierato che appartengono allo stesso disegno del governo Meloni: la concentrazione del potere e la destrutturazione del tessuto costituzionale”.
È qui il punto. Non si cambiano sette articoli della Costituzione per risolvere un problema che, numeri alla mano, riguarda percentuali da prefisso telefonico. Il cuore vero della riforma è il doppio Csm, l’Alta Corte, la ridefinizione degli equilibri. Il messaggio è chiaro: ridisegnare i contrappesi. E quando si toccano i contrappesi, si tocca la qualità della democrazia.
Villone lo ripete più volte: questo referendum “sarà un test politico”. Altro che voto neutro. Altro che discussione accademica. È un passaggio che misura il rapporto tra potere esecutivo e garanzie. E chi sostiene che non avrà conseguenze politiche, per usare le sue parole, dice “una sciocchezza”.
La separazione delle carriere, isolata dal contesto, potrebbe sembrare una bandiera storica del centrodestra. Ma oggi si colloca dentro un mosaico più ampio: decreti sicurezza, attacchi alla Corte dei Conti, autonomia differenziata, premierato. Tessere di un unico disegno. Villone parla esplicitamente di “destrutturazione del tessuto costituzionale che abbiamo conosciuto fin qui”. Non è un’espressione casuale. È un allarme.
Quando si insinua che la polizia giudiziaria debba finire sotto il controllo dell’esecutivo, la domanda diventa inevitabile: chi controllerà i controllori? Chi indagherà sui potenti, se la catena di comando si accorcia fino a coincidere con chi governa? La separazione dei poteri non è un vezzo teorico: è una garanzia per i cittadini. Per tutti, anche per chi oggi si sente al riparo.
Villone va oltre e collega esplicitamente i fili: “Il No è un voto contrario anche all’autonomia differenziata e al premierato”. Perché fanno parte dello stesso scambio politico interno alla maggioranza. Un patto: tu mi dai questo, io ti do quello. La Lega incassa l’autonomia, Fratelli d’Italia punta al premierato, e intanto si modifica l’assetto della giustizia. Un equilibrio di potere, non una riforma neutra.
Chi pensa che il premierato possa arrivare solo con una grande riforma costituzionale solenne, si illude. Villone ricorda che basta anche intervenire sulla legge elettorale per ottenere effetti sostanziali. E su quel terreno il referendum abrogativo avrebbe margini strettissimi. Questo voto potrebbe essere, realisticamente, uno degli ultimi spazi in cui il corpo elettorale può dire la sua su un assetto complessivo del potere.
Per questo votare No significa fermare un processo prima che diventi irreversibile. Significa dire che la Costituzione nata dalla Resistenza non è un cantiere aperto per esperimenti di concentrazione. Significa ribadire che la magistratura deve restare autonoma, che i poteri devono restare separati, che l’equilibrio non è un intralcio ma una garanzia.
Villone lo mette giù netto: “O il popolo con questo voto si rende protagonista o la Costituzione repubblicana ce la dimentichiamo”. È una frase pesante, ma è la misura della posta in gioco.
Non è un referendum tecnico. È un referendum politico nel senso più alto del termine. È una scelta su che tipo di democrazia vogliamo: una democrazia con contrappesi forti o una democrazia a trazione esecutiva, dove il comando si concentra e il dissenso si marginalizza.
Il 22 e 23 marzo non si vota solo su una riforma della giustizia. Si vota su un’idea di Stato. Votare No è un argine. E gli argini, quando l’acqua sale, vanno rafforzati prima che sia troppo tardi.
No per fermare il primierariato
Derrière la “réforme technique” de la justice se cache un projet beaucoup plus ambitieux : concentrer le pouvoir, affaiblir les contre-pouvoirs et préparer le terrain au primierariat. Dire Non, c’est tirer le frein d’urgence.
On nous la joue version “réglage administratif”. Un petit coup de tournevis sur la magistrature, rien de méchant, circulez. Sauf que quand on modifie sept articles de la Constitution, ce n’est pas pour réparer une ampoule grillée.
Le constitutionnaliste Massimo Villone le dit sans trembler : « La modification n’est pas technique. Derrière, il y a un dessein. » Traduction : ce référendum dépasse largement la séparation des carrières. C’est un test politique grandeur nature.
Villone insiste : si le Non l’emporte, « on affaiblit aussi l’autonomie différenciée et le primierariat, qui appartiennent au même dessin du gouvernement Meloni : la concentration du pouvoir et la déstructuration du tissu constitutionnel ». Voilà le décor. Pas une retouche, mais un chantier idéologique.
On nous parle de séparation des carrières comme d’une modernisation. En réalité, le cœur de la réforme, c’est le double CSM, la Haute Cour, le redécoupage des équilibres. Bref, on redessine les contre-pouvoirs. Et quand on redessine les contre-pouvoirs, on redessine la démocratie.
Villone rappelle une évidence qu’on feint d’oublier : dans un État de droit, la magistrature ne doit pas être “contrôlée” par l’exécutif. Elle doit être indépendante. C’est justement ça, la séparation des pouvoirs. Ce n’est pas un caprice de juriste, c’est une garantie pour les citoyens. Pour ceux qui manifestent. Pour ceux qui enquêtent. Pour ceux qui dérangent.
Ajoutez à cela les sorties sur une police judiciaire plus proche de l’exécutif, les lois sécuritaires qui élargissent le filet, l’autonomie différenciée qui fragmente la République, et le primierariat qui profile une verticalité assumée du pouvoir. Ça commence à faire beaucoup de “coïncidences”.
Villone parle d’un même scénario : une transformation progressive, pièce par pièce, jusqu’à ce que l’édifice constitutionnel ressemble à autre chose que ce qu’avaient imaginé les pères de la République. Un système plus simple, plus rapide, plus “efficace” — et surtout plus concentré.
On nous rassure : le référendum n’aurait pas d’impact politique. Villone balaie l’argument : dire cela est une sottise. Bien sûr que ce sera un signal. Un feu vert ou un panneau stop. Si le Non gagne, le message sera limpide : les électeurs ne veulent pas d’un pouvoir qui s’accumule au sommet pendant que les contrepoids s’érodent.
Et c’est peut-être l’un des rares moments où le corps électoral peut vraiment intervenir. Sur la loi électorale qui pourrait ouvrir la voie au primierariat, les marges référendaires sont étroites. Sur certaines lois liées à l’autonomie, encore plus. Ici, la parole populaire a un levier réel.
Alors non, ce vote n’est pas technique. Il est éminemment politique. C’est un choix entre une démocratie avec des contre-pouvoirs robustes et une démocratie à chef renforcé, où l’équilibre devient un obstacle à contourner.
Dire Non, ce n’est pas défendre un corporatisme. Ce n’est pas sanctifier la magistrature. C’est refuser qu’on glisse une cale sous la porte pour l’ouvrir ensuite en grand. C’est rappeler que la Constitution n’est pas une boîte à outils pour majorité pressée.
Villone le formule crûment : ou le peuple se rend protagoniste avec ce vote, ou il risque de voir s’effilocher l’architecture constitutionnelle héritée de la Résistance.
Le bulletin Non, ce n’est pas un caprice. C’est un coup de frein. Et parfois, dans une démocratie qui accélère un peu trop vers la verticalité, tirer le frein d’urgence est un acte de salubrité publique.




