Ci sono storie che, come il fumo dopo un incendio, sembrano diradarsi ma poi tornano a pungere gli occhi. La vicenda del Constellation di Crans-Montana è una di queste: il locale spento, le luci blu delle ambulanze svanite, ma attorno resta una nebbia giudiziaria densa, fatta di domande, di sospetti, di passaggi mancati o forse solo percepiti come tali. In questo scenario di ombre e corridoi di tribunale, le parole non sono mai neutre: graffiano.
«L’ambasciatore italiano ha ragione, i proprietari del Constellation avrebbero dovuto essere arrestati subito, per 24 ore, affinché si potessero fare delle perquisizioni e raccogliere le prove». L’avvocato Sébastien Fanti, di Sion, non usa perifrasi. Commenta così le dichiarazioni dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornago, che nei giorni scorsi aveva osservato che in Italia i coniugi Moretti sarebbero stati arrestati. Fanti rappresenta alcune famiglie coinvolte nella tragedia, tra cui famiglie italiane, e la sua valutazione tocca il cuore delle prime ore dell’inchiesta: il tempo in cui le prove vivono o svaniscono.
Per il legale, non si tratta solo di giudicare ciò che è accaduto in passato, ma anche di definire ciò che deve accadere da qui in avanti. «La vicenda giudiziaria deve risolversi entro il 31 dicembre 2026 al più tardi», afferma. E aggiunge un elemento concreto: «Ci sono quattro procuratori che vi lavorano e quindi questo è possibile». Dietro la frase, una pressione chiara: il dolore non può essere lasciato a decantare all’infinito.
Poi c’è un’altra ombra, più antica, che ritorna. «Questa inchiesta parte male», dice Fanti. «Sono stato l’avvocato di Luca Mongelli e ho un po’ l’impressione di rivivere la stessa cosa. Nell’affaire Mongelli era partita male, qui parte male». L’avvocato evoca così una vecchia ferita della cronaca svizzera: il caso del bambino italiano Luca Mongelli, nel 2002, rimasto tetraplegico e cieco dopo un’aggressione, con una ricostruzione giudiziaria che attribuiva responsabilità al cane di famiglia e che fu a lungo contestata. Un parallelo pesante, che dà alla vicenda del Constellation una tonalità cupa, quasi da déjà-vu giudiziario.
Ma il nodo, per Fanti, non è solo tecnico: è umano. Chiede che i rappresentanti dei familiari possano partecipare sin dalle prime fasi dell’inchiesta. «Dobbiamo poter assistere alle udienze a cui ora non possiamo assistere – spiega – e questo non va bene». E poi la frase che suona come una constatazione amara: «La giustizia non guarisce le ferite e non lenisce i cuori e non libera gli animi, ma c’è un minimo di cose di cui le famiglie hanno diritto e queste cose non le abbiamo oggi».
Nel frattempo, il procedimento avanza tra atti e audizioni. Ma attorno restano quel fumo e quelle ombre che sono l’essenza del noir: una verità ancora da mettere a fuoco, una comunità che attende risposte e famiglie che chiedono almeno di non essere tenute fuori dalla stanza dove si decide il loro futuro. La scadenza indicata – 31 dicembre 2026 – è un numero, una data. Per chi aspetta, è soprattutto un confine psicologico: oltre quel limite, il tempo smetterebbe di essere attesa e diventerebbe abbandono.












