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CRONACA | 21 febbraio 2026, 16:04

Riforma Nordio, più garanzie o più rischi? Cosa cambia davvero per un imputato

Dalla custodia cautelare alle intercettazioni, fino alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: la riforma della giustizia promossa dal ministro Carlo Nordio promette di rafforzare le garanzie dell’imputato e la presunzione di innocenza. Ma il nuovo equilibrio tra accusa e difesa solleva interrogativi sull’efficacia del contrasto ai reati più complessi. Ecco cosa cambierebbe, in concreto, per chi finisce sotto processo

Riforma Nordio, più garanzie o più rischi? Cosa cambia davvero per un imputato

La domanda circola nelle aule di tribunale e nei bar: con la riforma Nordio chi delinque è favorito? È un interrogativo diretto, quasi brutale, ma utile per capire la posta in gioco. Perché la riforma della giustizia non incide su principi astratti: modifica il percorso concreto di un imputato, dal momento dell’iscrizione nel registro degli indagati fino alla sentenza.

Il primo nodo è quello della custodia cautelare. Oggi un imputato può finire in carcere o agli arresti domiciliari prima della condanna definitiva, se il giudice ritiene sussistenti gravi indizi di colpevolezza e specifiche esigenze cautelari, come il rischio di fuga o di reiterazione del reato. Nei fatti, questo significa che una persona può trascorrere mesi – talvolta anni – privata della libertà prima che il processo si concluda.

La riforma punta a restringere l’uso di questo strumento, limitandolo ai casi in cui sia strettamente necessario. Per un imputato accusato, ad esempio, di un reato economico senza violenza, la probabilità di una misura detentiva preventiva si ridurrebbe. Il principio rafforzato è quello della presunzione di innocenza: la pena non può essere anticipata.

Chi ne beneficia? Sicuramente chi è innocente e viene coinvolto in un’inchiesta. Ma, inevitabilmente, anche chi è colpevole e ancora non condannato. Il sistema non distingue tra innocenti e colpevoli prima della sentenza definitiva: distingue solo tra esigenze cautelari fondate o meno. È qui che si gioca il primo equilibrio delicato tra tutela dei diritti individuali e protezione della collettività.

Secondo capitolo: intercettazioni. Attualmente rappresentano uno degli strumenti investigativi più incisivi, soprattutto nei reati di corruzione, criminalità organizzata e traffico di influenze. La riforma mira a limitarne l’utilizzo e soprattutto la diffusione, restringendo l’ambito di impiego nei procedimenti connessi e rafforzando le tutele per i soggetti estranei all’indagine.

Per un imputato questo significa un perimetro probatorio più circoscritto e minore esposizione mediatica. Conversazioni non strettamente pertinenti al reato contestato dovrebbero restare fuori dal dibattito pubblico. Anche in questo caso, l’obiettivo dichiarato è garantire un processo fondato su prove rilevanti e non su frammenti di vita privata trasformati in titolo di giornale.

Il capitolo più strutturale è però quello della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, pur svolgendo funzioni diverse, appartengono allo stesso ordine e condividono un percorso professionale che consente, in alcuni casi, il passaggio da una funzione all’altra. La riforma intende rendere più netta la distinzione.

Per l’imputato, l’effetto sarebbe soprattutto sistemico: rafforzare la percezione di terzietà del giudice rispetto all’accusa. I sostenitori della riforma vedono in questo una garanzia ulteriore; i critici temono che possa alterare l’unità culturale della magistratura e incidere sull’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato.

Allora, chi delinque è favorito? La risposta, se si vuole essere onesti, è più complessa di uno slogan. La riforma rafforza le garanzie dell’imputato nella fase iniziale del procedimento e limita alcuni strumenti invasivi. Questo può ridurre il rischio di errori giudiziari e di anticipazioni punitive. Ma può anche rendere più complesso l’accertamento di reati sofisticati, dove la prova si costruisce nel tempo attraverso strumenti investigativi penetranti.

In definitiva, la riforma sposta l’ago della bilancia verso una maggiore tutela delle libertà individuali. Se questo rappresenti un riequilibrio necessario o un indebolimento dell’azione penale dipenderà dall’applicazione concreta delle nuove norme e dalla capacità del sistema di mantenere saldo il contrasto alla criminalità senza sacrificare i diritti fondamentali.

La giustizia, come sempre, non vive di assoluti ma di equilibri. E ogni modifica normativa non elimina la tensione tra garanzia e sicurezza: la ridisegna.

Jean-Paul Savourel

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