Dal 2026 l’Assegno di inclusione diventa “strutturale”. È la parola magica che il governo Meloni ama ripetere: stabilità, continuità, serietà. Peccato che, grattando appena sotto la vernice, la realtà sia molto più ruvida e decisamente meno rassicurante per chi ogni mese fa i conti con il frigorifero mezzo vuoto e la lista dei farmaci da scegliere, uno sì e uno no.
La novità è semplice quanto brutale: sparisce il bonus da 500 euro che nel 2025 aveva almeno tamponato il mese di sospensione tra un’erogazione e l’altra. Tradotto in lingua corrente: l’Assegno di inclusione continuerà a esistere, ma verrà pagato solo per undici mesi l’anno. Un mese senza nulla, ogni anno, senza correttivi, senza scuse, senza vergogna.
Per chi vive nei salotti romani è un dettaglio tecnico. Per chi vive in Valle d’Aosta, dove tutto costa di più – dalla benzina al pane, dalle bollette al riscaldamento – è un colpo secco allo stomaco. Perché qui la povertà non fa rumore, non occupa piazze, ma si infila nelle cucine fredde, negli scontrini guardati due volte, nelle farmacie dove si chiede “posso prendere solo questo oggi?”.
Il governo racconta che l’assegno sarà rinnovabile senza limiti, basta rifare domanda ogni dodici mesi. Ma intanto toglie una mensilità, come se chi è in difficoltà potesse programmare la fame a calendario. Come se la povertà avesse pause tecniche. Come se affitto, spesa e cure mediche potessero fermarsi per un mese perché lo dice una norma.
E mentre Giorgia Meloni continua a usare parole come “dignità” e “lavoro”, la sua maggioranza costruisce un sistema che chiede sacrifici solo a chi non ha più nulla da sacrificare. Nessuna spending review sui grandi capitoli, nessuna rinuncia simbolica dall’alto: il risparmio si fa sempre in basso, sulle schiene curve, su chi non ha voce né lobby.
Da cronista valdostano, a contatto quotidiano con anziani soli, famiglie monoreddito, persone che rinunciano a scaldare casa per comprare le medicine, viene da chiedersi che idea di Paese abbia questo governo. Un Paese dove l’inclusione dura undici mesi. Dove la solidarietà è a scadenza. Dove il messaggio è chiaro: arrangiatevi, e fatelo in silenzio.
Perché alla fine è questo il punto più amaro. Non la burocrazia, non i cavilli, ma la filosofia che sta dietro a queste scelte. Una politica che guarda i numeri e ignora le persone. Che parla di conti in ordine mentre mette in disordine vite già fragili. E che, ancora una volta, scarica il peso delle proprie decisioni su chi non ha neppure la forza di protestare.
Altro che inclusione. Qui si sta istituzionalizzando l’assenza. Un mese all’anno, per legge. E guai a chiamarla fatalità.
I politici valdostani se ci sono e sono in grado battano un colto.













