C’è qualcosa di profondamente amaro nel guardare i numeri del carburante e ritrovare la Valle d’Aosta sul podio, non per virtù ma per penalizzazione. Terza Regione d’Italia per costo del gasolio, con 1,698 euro al litro, preceduta solo da Bolzano e Trento. Un dato che fa male, soprattutto se confrontato con il passato di questa autonomia speciale, quando almeno sul piano fiscale si riconoscevano le difficoltà strutturali di un territorio alpino, isolato, freddo, con distanze obbligate e alternative di mobilità spesso teoriche.
Oggi invece il quadro è rovesciato. Il riordino delle accise deciso dal Governo Meloni ha prodotto un effetto chiarissimo: le Regioni di montagna pagano di più. Non per scelta, non per spreco, ma per collocazione geografica. Mentre in Campania un litro di gasolio costa 1,644 euro, nelle Marche 1,654 e in Lombardia 1,656, qui si viaggia ben oltre. E non si venga a parlare di mercato o di dinamiche locali: i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy parlano chiaro e l’Unione nazionale consumatori non rileva nemmeno particolari fenomeni speculativi. È una scelta politica, punto.
Ed è qui che il rincrescimento diventa indignazione. Perché le accise, quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, avevano un nome preciso: “pizzo di Stato”. Parole dure, scandite con convinzione, buone per infiammare piazze e talk show. Oggi, quelle stesse accise non solo non vengono smantellate, ma diventano più pesanti, colpendo in modo diseguale il Paese e penalizzando proprio quei territori che avrebbero bisogno di tutela, non di ulteriori balzelli.
Resta poi una domanda che aleggia e che nessuno sembra voler porre ad alta voce: dove sono finite le associazioni dei consumatori? Quelle stesse sigle sempre pronte a intervenire per pochi centesimi su una bolletta o per una clausola poco chiara, oggi tacciono di fronte a un rincaro strutturale che colpisce in modo evidente i territori più fragili. Silenzio per prudenza? Per convenienza? O per timore di disturbare il “consumatore sovrano” evocato a parole ma ignorato nei fatti? Perché qui non si tratta di allarmismo, ma di difendere cittadini che non hanno alternative e che pagano scelte politiche travestite da riordino tecnico. E quando anche chi dovrebbe vigilare abbassa la voce, il conto lo paga sempre lo stesso: chi fa il pieno, ogni giorno, per andare a lavorare.













