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Chez Nous | 16 ottobre 2026, 08:00

Pauvreté et faim

Povertà e fame

Pauvreté et faim

Quattro anni di Governo Meloni e milioni di italiani ancora costretti a fare i conti con il carrello della spesa. La dignità delle persone non si misura con gli slogan, ma con la possibilità di mettere a tavola un pasto dignitoso.

Oggi, 16 ottobre, si celebra la Giornata mondiale dell'alimentazione. Una ricorrenza che dovrebbe indurre la politica a fermarsi, guardare la realtà e interrogarsi su una delle contraddizioni più intollerabili del nostro tempo: produciamo enormi quantità di cibo, lo distribuiamo, lo consumiamo e spesso lo sprechiamo. Eppure, per milioni di persone, portare in tavola un pasto adeguato è diventato un problema quotidiano.

In Italia, questa contraddizione ha numeri che non consentono di liquidare la questione con qualche dichiarazione di circostanza. Secondo l'Istat, nel 2025 oltre 2,1 milioni di famiglie, per un totale di 5,4 milioni di persone, vivevano in condizioni di povertà assoluta. Significa che il 9,3% della popolazione non disponeva delle risorse necessarie per sostenere le spese essenziali. A questi numeri si aggiungono quasi 8,7 milioni di persone in povertà relativa. Sono dati che descrivono una ferita sociale profonda, non un fenomeno marginale.

E c'è un altro dato che dovrebbe far riflettere: nel 2025, il 29,4% delle famiglie italiane ha dichiarato di aver ridotto la spesa per il cibo, diminuendo la quantità o la qualità dei prodotti acquistati. Quasi tre famiglie su dieci hanno dovuto modificare le proprie abitudini alimentari per far quadrare i conti. Nel 2024 la quota era ancora più alta, al 31,1%, ma il miglioramento non cancella una realtà evidente: milioni di nuclei familiari continuano a essere costretti a risparmiare persino su ciò che mangiano.

I dati sono dell'Istat e riguardano il 2025. La loro lettura non autorizza a sostenere che ogni situazione di povertà sia responsabilità esclusiva dell'attuale Governo. Ma impone una domanda politica precisa: dopo quattro anni alla guida del Paese, il Governo Meloni è riuscito a garantire alle famiglie più fragili una sicurezza economica sufficiente a vivere dignitosamente?

La risposta non può essere affidata alla propaganda, né alla semplice elencazione delle misure adottate. Bisogna guardare ai risultati, alla condizione concreta delle persone e alla capacità delle politiche pubbliche di raggiungere chi ha davvero bisogno.

Il Governo ha introdotto e finanziato interventi di sostegno, ma ha anche sostituito il Reddito di cittadinanza con strumenti più selettivi, come l'Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro. La scelta è stata giustificata con l'obiettivo di distinguere le persone occupabili da quelle che necessitano di una protezione sociale più strutturata. Resta tuttavia una questione fondamentale: chi non riesce a trovare un impiego, chi lavora ma guadagna troppo poco, chi deve pagare un affitto sempre più oneroso e chi si trova improvvisamente in difficoltà non può essere lasciato in balia delle circostanze.

La povertà, infatti, non è soltanto assenza di lavoro. È anche lavoro povero, salari che non tengono il passo con il costo della vita, pensioni insufficienti, precarietà, bollette, affitti e spese sanitarie. È la condizione di chi lavora tutto il mese e, alla fine, deve scegliere quale bolletta pagare e quale spesa rinviare. È quella dei genitori che cercano di non far pesare sui figli le difficoltà economiche, anche quando il frigorifero si svuota e il bilancio familiare non consente più margini.

E allora la Giornata mondiale dell'alimentazione diventa anche un'occasione per fare i conti con le priorità della politica economica. Perché gli interventi a favore delle famiglie non si giudicano soltanto dalle risorse stanziate o dai titoli dei provvedimenti. Si giudicano soprattutto dalla loro efficacia, dalla platea raggiunta e dalla capacità di impedire che una difficoltà temporanea si trasformi in esclusione sociale.

C'è poi la grande questione dello spreco alimentare. Ogni alimento buttato non rappresenta soltanto una perdita economica o un danno ambientale: è anche il simbolo di un sistema che non riesce sempre a trasformare le proprie risorse in benessere condiviso. Dietro quel cibo ci sono il lavoro degli agricoltori, la fatica di chi raccoglie, le competenze di chi trasforma e distribuisce, l'energia utilizzata per produrlo e trasportarlo.

Ridurre gli sprechi significa riconoscere il valore di tutto questo lavoro. Significa anche costruire una rete più efficiente tra imprese, istituzioni, associazioni e cittadini, affinché gli alimenti ancora perfettamente utilizzabili possano raggiungere chi ne ha bisogno.

In questo contesto, il lavoro del Banco Alimentare e delle organizzazioni partner rappresenta una risposta concreta. Recuperare il cibo, conservarlo e distribuirlo richiede magazzini, mezzi, volontari, risorse economiche e una rete organizzativa capace di arrivare alle persone in difficoltà. Non è un gesto simbolico: per molte famiglie significa poter preparare un pasto, affrontare con meno angoscia le spese quotidiane e ritrovare un po' di serenità.

Ma attenzione: la solidarietà non può diventare l'alibi delle istituzioni. Il volontariato merita sostegno e riconoscenza, non il compito di supplire stabilmente alle carenze delle politiche sociali. Una società civile che recupera il cibo e lo distribuisce compie un'opera preziosa; uno Stato che contrasta efficacemente la povertà deve fare in modo che nessuno sia costretto a dipendere esclusivamente da quella rete per mangiare.

La questione riguarda anche il futuro del Paese. Un bambino che cresce in una famiglia incapace di garantirgli un'alimentazione adeguata non parte dalle stesse condizioni di chi dispone di tutte le opportunità. Le disuguaglianze economiche diventano disuguaglianze educative, sanitarie e sociali. E quando la povertà si trasmette da una generazione all'altra, non è soltanto una tragedia individuale: è una sconfitta collettiva.

Quattro anni di Governo Meloni devono dunque essere giudicati anche su questo terreno: la capacità di proteggere chi è rimasto indietro, di rafforzare il potere d'acquisto delle famiglie e di garantire che il diritto a un'alimentazione adeguata non dipenda dal reddito o dalla fortuna. I dati più recenti mostrano che il problema resta enorme, anche se alcuni indicatori registrano miglioramenti rispetto all'anno precedente. Sarebbe scorretto ignorare questi segnali; sarebbe altrettanto sbagliato usarli per dichiarare risolta una questione che continua a coinvolgere milioni di persone.

Domani non basteranno le celebrazioni, i comunicati e le promesse. Servono politiche capaci di incidere sui salari, sull'occupazione, sul costo della vita e sulla protezione delle persone più vulnerabili. Servono strumenti di sostegno adeguati, accessibili e costruiti intorno ai bisogni reali delle famiglie. Serve una strategia contro lo spreco alimentare che coinvolga l'intera filiera, dal produttore al consumatore.

Perché il punto è proprio questo: il problema non è soltanto il cibo che manca, ma il cibo che esiste e non riesce ad arrivare a chi ne ha bisogno. E, più in profondità, il problema è una società nella quale la disponibilità di risorse non si traduce automaticamente nella possibilità per tutti di vivere con dignità.

Un Paese che spreca alimenti mentre milioni di persone devono ridurre la qualità o la quantità di ciò che mangiano deve interrogarsi sulle proprie priorità. Un Governo che si propone di difendere le famiglie deve misurarsi con questa realtà, senza nascondersi dietro le medie statistiche e senza confondere gli annunci con i risultati.

La fame non è sempre quella drammatica e visibile delle immagini che arrivano dalle zone più povere del mondo. A volte è silenziosa, nascosta dietro la porta di casa, nella vergogna di chiedere aiuto, nella rinuncia a comprare un alimento più nutriente, nel pasto ridotto di un genitore perché i figli possano mangiare qualcosa in più.

È questa la povertà che la politica deve imparare a vedere.

E oggi, nella Giornata mondiale dell'alimentazione, la domanda da rivolgere a chi governa è semplice: quante famiglie possono davvero permettersi di vivere senza paura di non arrivare alla fine del mese?

Finché milioni di persone continueranno a dover scegliere tra il cibo, l'affitto e le bollette, nessun Governo potrà considerare conclusa la propria missione sociale. E nessuna celebrazione potrà sostituire il dovere di cambiare le cose.

Alcuni dati dell'Istat

5,4 milioni di persone in povertà assoluta nel 2025, pari al 9,3% della popolazione. Fonte: Istat.

Oltre 2,1 milioni di famiglie in povertà assoluta nel 2025.

29,4% delle famiglie ha ridotto quantità o qualità degli acquisti alimentari nel 2025, rispetto al 31,1% del 2024.

Quasi 8,7 milioni di persone in povertà relativa nel 2025.

Povertà e fame

Quatre ans de gouvernement Meloni et des millions d’Italiens toujours contraints de compter chaque euro au supermarché. La dignité humaine ne se mesure pas aux slogans, mais à la possibilité de mettre chaque jour un repas décent sur la table.

Ce 16 octobre, la Journée mondiale de l’alimentation nous invite à réfléchir à une contradiction insupportable : alors que d’importantes quantités de nourriture sont produites et gaspillées, des millions de personnes peinent encore à se nourrir convenablement.

En Italie, les chiffres sont alarmants. Selon l’Istat, en 2025, 5,4 millions de personnes, soit 9,3 % de la population, vivaient dans une situation de pauvreté absolue. Par ailleurs, 29,4 % des familles ont déclaré avoir réduit leurs dépenses alimentaires, en diminuant la quantité ou la qualité des produits achetés. Derrière ces statistiques, il y a des familles contraintes de faire des choix douloureux entre l’alimentation, le loyer, les factures et les dépenses de santé.

Après quatre années au pouvoir, le gouvernement de Giorgia Meloni doit être confronté à une question essentielle : les politiques menées ont-elles réellement permis de protéger les plus fragiles et de préserver le pouvoir d’achat des familles ? Le remplacement du revenu de citoyenneté par des dispositifs d’aide plus sélectifs a modifié le système de protection sociale, tandis que la précarité, les bas salaires et le coût de la vie continuent de peser lourdement sur de nombreux ménages.

La pauvreté ne signifie pas seulement manquer de travail. Elle touche aussi ceux qui travaillent sans parvenir à vivre dignement, les retraités aux revenus insuffisants et les parents qui réduisent leurs propres repas pour nourrir leurs enfants.

Face à cette réalité, le rôle du Banco Alimentare et des associations partenaires est essentiel. En récupérant les denrées encore consommables et en les redistribuant aux personnes dans le besoin, ils transforment le risque de gaspillage en une aide concrète. Mais la solidarité ne peut pas remplacer durablement les responsabilités de l’État : elle doit être soutenue, et non servir de palliatif aux insuffisances des politiques sociales.

La lutte contre le gaspillage alimentaire est donc indissociable de celle contre la pauvreté. Derrière chaque aliment se trouvent le travail des agriculteurs, l’engagement des producteurs et les efforts de toute une chaîne de distribution. Mieux utiliser ces ressources, c’est respecter ce travail et faire en sorte que la nourriture parvienne à ceux qui en ont besoin.

Le problème n’est pas seulement le manque de nourriture, mais l’incapacité de notre société à faire parvenir celle qui existe à toutes les personnes qui en ont besoin.

En cette Journée mondiale de l’alimentation, les déclarations et les célébrations ne suffisent pas. Il faut des politiques concrètes en faveur des salaires, de l’emploi, du pouvoir d’achat et des personnes les plus vulnérables.

Tant que des millions de personnes devront choisir entre se nourrir, payer leur loyer ou régler leurs factures, la lutte contre la pauvreté restera un devoir politique majeur. Car aucun gouvernement ne peut prétendre avoir pleinement accompli sa mission sociale tant que la possibilité de manger à sa faim dépend encore des ressources dont chacun dispose.

piero.minuzzo@gmail.com

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