/ Chez Nous

In Breve

giovedì 17 settembre
mercoledì 16 settembre
martedì 15 settembre
lunedì 14 settembre
domenica 13 settembre
sabato 12 settembre
venerdì 11 settembre
giovedì 10 settembre
martedì 08 settembre

Chez Nous | 18 settembre 2026, 08:00

Se souvenir est bien, agir est mieux

Ricordare è bene, agire è meglio

Se souvenir est bien, agir est mieux

Ben venga la campagna dell’Union valdôtaine per riscoprire lo Statuto speciale. Ben vengano i dodici articoli affissi nelle strade di Aosta e ben venga l’idea di accompagnare questo percorso fino all’ottantesimo anniversario del 26 febbraio 2028. È un’iniziativa che un autonomista non può che condividere, perché riportare lo Statuto nel dibattito pubblico significa riportare al centro della discussione le ragioni profonde della nostra specialità, la storia di una comunità che ha conquistato il diritto all’autogoverno e la responsabilità che da quel diritto deriva. Ma proprio perché l’iniziativa è importante, sarebbe un errore fermarsi alla superficie. Perché oggi, più che domandarci se conosciamo davvero il nostro Statuto, dovremmo avere il coraggio di domandarci se siamo davvero conseguenti con ciò che lo Statuto rappresenta. E questa domanda riguarda innanzitutto noi autonomisti, riguarda gli iscritti, i militanti, gli eletti e soprattutto i dirigenti dell’Union valdôtaine.

Perché ricordare è bene, ma dare l’esempio è meglio. E l’autonomia non è una materia scolastica da ripassare ogni tanto, né un capitolo della storia valdostana da rispolverare in occasione degli anniversari. L’autonomia è una scelta politica, una cultura, una responsabilità quotidiana. Non basta conoscere gli articoli dello Statuto se poi, nella pratica politica, si accetta di volta in volta ciò che arriva da Roma, da Bruxelles o da qualunque altro centro decisionale semplicemente perché in quel momento conviene farlo. Non basta pronunciare la parola «autonomia» nei comizi, nei congressi o nelle interviste se poi, quando arriva il momento di assumere una posizione coerente, prevalgono la prudenza, l’opportunismo o la convenienza del momento. L’autonomismo non può essere una parola magica da utilizzare quando serve a raccogliere consenso e da dimenticare quando rischia di creare qualche problema.

È qui che bisogna parlare senza ipocrisie di autonomismo parolaio. Quello fatto di dichiarazioni solenni, di richiami alla storia, di fotografie con i simboli del Movimento, di celebrazioni dei padri dell’autonomia e di nostalgie per un passato che, troppo spesso, viene utilizzato come surrogato di una proposta politica presente. Il problema non è ricordare la nostra storia: il problema nasce quando la storia diventa un alibi per non misurarsi con il presente. Un autonomismo che vive soltanto di memoria finisce inevitabilmente per consumarsi. Chanoux non può essere soltanto una citazione da pronunciare nelle ricorrenze; la sua lezione deve tradursi nella capacità di assumere responsabilità. L’abbé Trèves non può essere soltanto una figura da commemorare; la sua idea di comunità deve interrogare il nostro modo di fare politica. E lo Statuto non può essere soltanto il testo che ci ricorda ciò che abbiamo ottenuto: deve essere anche il metro con cui misurare ciò che siamo capaci di difendere oggi.

C'è poi un'altra parola che un movimento politico autonomista dovrebbe avere il coraggio di guardare negli occhi: trasformismo. Perché non c’è nulla di più distante dalla cultura dell’autonomia di una politica che cambia posizione a seconda della maggioranza del momento, degli equilibri di potere, delle convenienze elettorali o delle opportunità personali. Il trasformismo può anche essere conveniente nel breve periodo, ma ha un costo enorme nel lungo periodo: svuota le parole del loro significato e finisce per convincere i cittadini che una cosa si può dire oggi e il suo contrario domani senza che questo comporti alcuna conseguenza. Ma l’autonomia, per sua natura, richiede esattamente il contrario: coerenza, continuità e capacità di mantenere una posizione anche quando mantenerla costa.

E allora ai dirigenti unionisti bisognerebbe rivolgere una domanda semplice, ma tutt’altro che innocua: che cosa significa oggi essere unionisti? Significa forse soltanto appartenere a un movimento che porta questo nome? Significa conoscere la storia e partecipare alle celebrazioni? Significa rivendicare l’autonomia quando si è all’opposizione e amministrarla con criteri diversi quando si è al governo? Oppure significa assumere fino in fondo una responsabilità politica, culturale ed etica nei confronti della Valle d’Aosta? Perché se l’appartenenza unionista si riduce a una tessera, a una candidatura, a un ruolo istituzionale o alla vicinanza a questo o quel dirigente, allora abbiamo già perso una parte essenziale del significato dell’unionismo. Essere unionisti dovrebbe significare prima di tutto essere coerenti con un'idea della Valle d’Aosta.

E la coerenza non si misura soltanto sulle grandi questioni istituzionali. Si misura anche nei comportamenti quotidiani, nel rapporto con i cittadini, nel modo di esercitare le responsabilità pubbliche, nella trasparenza delle decisioni, nel rispetto delle istituzioni e persino nella capacità di riconoscere i propri errori. Perché non esiste un'etica autonomista da utilizzare nei discorsi e un'altra etica da applicare nella pratica politica. Se pretendiamo che lo Stato rispetti la Valle d’Aosta, dobbiamo essere noi per primi a rispettare fino in fondo le responsabilità che l’autonomia ci affida. Se rivendichiamo il diritto all’autogoverno, dobbiamo dimostrare di saperci governare con serietà. Se chiediamo ai valdostani di credere nell’autonomia, dobbiamo offrire loro rappresentanti nei quali possano riconoscere quella stessa serietà.

E soprattutto bisogna smettere di confondere l’autonomismo con la convenienza. Essere autonomisti quando conviene e centralisti quando è più comodo non è autonomia. Difendere una prerogativa quando porta consenso e lasciarla cadere quando crea difficoltà non è autonomia. Rivendicare competenze quando sono utili alla propria parte politica e dimenticarle quando diventano scomode non è autonomia. Così facendo, si trasforma una grande idea politica in uno strumento tattico. E quando l’autonomia diventa tattica, perde la sua forza strategica. Il cittadino lo capisce molto prima di quanto immaginiamo: magari non conosce il testo dello Statuto articolo per articolo, ma riconosce perfettamente la differenza tra chi crede in qualcosa e chi la utilizza.

Per questo la campagna lanciata dall’Union valdôtaine potrebbe diventare molto più importante di una semplice iniziativa di comunicazione. Potrebbe diventare un'occasione di esame di coscienza dell’intero mondo autonomista. Sarebbe un errore utilizzarla soltanto per spiegare ai valdostani che cosa contiene lo Statuto. Dovremmo utilizzarla anche per spiegare a noi stessi che cosa comporta essere autonomisti nel 2026, quali responsabilità comporta governare una Regione autonoma, quali comportamenti sono coerenti con questa scelta e quali, invece, rischiano di svuotarla dall’interno. Perché l’ottantesimo anniversario del 2028 non dovrebbe essere soltanto la celebrazione di ciò che fecero gli autonomisti di allora, ma anche il momento nel quale gli autonomisti di oggi dimostrano di essere all’altezza di quella eredità.

Agli autonomisti, dunque, non servono altre formule retoriche. Servono coerenza e coraggio. Agli iscritti non servono soltanto richiami alla fedeltà alla tradizione: serve la possibilità di riconoscersi in una linea politica chiara. Agli eletti non servono soltanto simboli e appartenenze: serve la capacità di dimostrare ogni giorno che l’autonomia produce responsabilità e non privilegi. E ai dirigenti unionisti spetta una responsabilità ancora maggiore, perché chi guida un movimento non rappresenta soltanto se stesso: rappresenta una storia, una cultura politica e una parte importante dell’identità istituzionale della Valle d’Aosta. Ogni incoerenza personale o politica finisce inevitabilmente per ricadere anche sull’immagine dell’autonomismo.

La vera sfida, allora, non è soltanto far conoscere lo Statuto ai valdostani. È fare in modo che i valdostani possano riconoscere lo Statuto nei comportamenti di chi governa in nome dell’autonomia. Perché il migliore manifesto autonomista non è quello affisso lungo una strada. È quello che un amministratore scrive ogni giorno con le proprie decisioni. È quello che un dirigente scrive con la propria coerenza. È quello che un militante scrive con il proprio impegno. È quello che un movimento politico scrive quando sceglie di difendere un principio anche sapendo che quella scelta potrebbe costargli consenso, posti o potere.

Dopo ottant'anni, forse è arrivato il momento di smettere di chiedere soltanto ai valdostani «Conosciamo davvero il nostro Statuto?». La domanda più importante dovrebbe essere rivolta a noi stessi: «Siamo ancora capaci di comportarci da autonomisti?»

Perché lo Statuto può essere letto, studiato, celebrato e affisso sui muri. Ma l’autonomia, quella vera, si vede soltanto quando arriva il momento di scegliere.

E allora ricordare è bene.

Ma agire è meglio.

E per chi si proclama unionista, dare l’esempio non dovrebbe essere un'opzione: dovrebbe essere un dovere, ben sapendo che il migliore manifesto autonomista non è quello affisso lungo una strada. È quello che un amministratore scrive ogni giorno con le proprie decisioni.

Ricordare è bene, agire è meglio

La campagne de l’Union valdôtaine pour redécouvrir le Statut spécial est la bienvenue. Les douze articles affichés dans les rues d’Aoste sont les bienvenus, tout comme l’idée d’accompagner ce parcours jusqu’au quatre-vingtième anniversaire du 26 février 2028. C’est une initiative qu’un autonomiste ne peut que partager, car remettre le Statut au cœur du débat public signifie remettre au centre de la discussion les raisons profondes de notre autonomie, l’histoire d’une communauté qui a conquis le droit à l’autogouvernement et la responsabilité qui découle de ce droit. Mais précisément parce que cette initiative est importante, il serait dommage de s’arrêter à la surface des choses. Car aujourd’hui, plus encore que de nous demander si nous connaissons vraiment notre Statut, nous devrions avoir le courage de nous demander si nous sommes réellement cohérents avec ce que le Statut représente. Et cette question concerne avant tout les autonomistes que nous sommes, les adhérents, les militants, les élus et, surtout, les dirigeants de l’Union valdôtaine.

Car se souvenir est bien, mais donner l’exemple est mieux. L’autonomie n’est pas une matière scolaire que l’on révise de temps à autre, ni un chapitre de l’histoire valdôtaine que l’on ressort à l’occasion des anniversaires. L’autonomie est un choix politique, une culture, une responsabilité quotidienne. Il ne suffit pas de connaître les articles du Statut si, dans la pratique politique, on accepte au cas par cas ce qui arrive de Rome, de Bruxelles ou de tout autre centre de décision, simplement parce qu’à cet instant cela nous arrange. Il ne suffit pas de prononcer le mot « autonomie » dans les meetings, les congrès ou les interviews si, lorsque vient le moment d’assumer une position cohérente, la prudence, l’opportunisme ou la convenance du moment prennent le dessus. L’autonomisme ne peut pas être un mot magique que l’on utilise lorsqu’il permet de recueillir des voix et que l’on oublie lorsqu’il risque de créer quelques difficultés.

C’est précisément ici qu’il faut parler, sans hypocrisie, d’autonomisme bavard. Celui des déclarations solennelles, des références incessantes à notre histoire, des photographies avec les symboles du Mouvement, des célébrations des pères de l’autonomie et d’une nostalgie du passé qui, trop souvent, finit par servir de substitut à une véritable proposition politique pour le présent. Le problème n’est pas de se souvenir de notre histoire : le problème commence lorsque l’histoire devient un alibi pour éviter de se confronter au présent. Un autonomisme qui ne vit que de mémoire finit inévitablement par s’épuiser. Chanoux ne peut pas être seulement une citation que l’on prononce lors des commémorations ; sa leçon doit se traduire dans la capacité à assumer des responsabilités. L’abbé Trèves ne peut pas être seulement une figure que l’on commémore ; son idée de communauté doit nous interroger sur notre manière de faire de la politique. Et le Statut ne peut pas être seulement le texte qui nous rappelle ce que nous avons obtenu : il doit aussi être le critère permettant de mesurer ce que nous sommes capables de défendre aujourd’hui.

Il y a ensuite un autre mot qu’un mouvement politique autonomiste devrait avoir le courage de regarder en face : le transformisme politique. Car il n’y a rien de plus éloigné de la culture de l’autonomie qu’une politique qui change de position en fonction de la majorité du moment, des équilibres de pouvoir, des convenances électorales ou des opportunités personnelles. Le transformisme peut être payant à court terme, mais son coût est considérable à long terme : il vide les mots de leur sens et finit par convaincre les citoyens qu’il est possible de dire une chose aujourd’hui et son contraire demain sans que cela entraîne la moindre conséquence. Or l’autonomie exige précisément le contraire : de la cohérence, de la continuité et la capacité de maintenir une position même lorsque cette position a un coût.

Il faudrait donc poser aux dirigeants unionistes une question simple, mais tout sauf anodine : que signifie être unioniste aujourd’hui ? Est-ce simplement appartenir à un mouvement qui porte ce nom ? Est-ce connaître son histoire et participer à ses commémorations ? Est-ce revendiquer l’autonomie lorsque l’on est dans l’opposition et la gérer selon d’autres critères lorsque l’on est au gouvernement ? Ou bien est-ce assumer pleinement une responsabilité politique, culturelle et éthique envers la Vallée d’Aoste ? Car si l’appartenance unioniste se réduit à une carte de membre, à une candidature, à une fonction institutionnelle ou à la proximité avec tel ou tel dirigeant, alors nous avons déjà perdu une part essentielle du sens de l’unionisme. Être unioniste devrait signifier avant tout être cohérent avec une certaine idée de la Vallée d’Aoste.

Et la cohérence ne se mesure pas uniquement sur les grandes questions institutionnelles. Elle se mesure aussi dans les comportements quotidiens, dans le rapport avec les citoyens, dans la manière d’exercer les responsabilités publiques, dans la transparence des décisions, dans le respect des institutions et même dans la capacité à reconnaître ses propres erreurs. Il ne peut pas exister une éthique autonomiste destinée aux discours et une autre destinée à la pratique politique. Si nous exigeons que l’État respecte la Vallée d’Aoste, nous devons être les premiers à respecter pleinement les responsabilités que l’autonomie nous confie. Si nous revendiquons le droit à l’autogouvernement, nous devons démontrer que nous sommes capables de nous gouverner avec sérieux. Si nous demandons aux Valdôtains de croire dans l’autonomie, nous devons leur offrir des représentants dans lesquels ils puissent reconnaître cette même exigence de sérieux.

Et surtout, il faut cesser de confondre l’autonomisme avec la convenance. Être autonomiste lorsque cela nous arrange et centraliste lorsque cela devient plus commode, ce n’est pas de l’autonomie. Défendre une prérogative lorsqu’elle apporte des voix et l’abandonner lorsqu’elle crée des difficultés, ce n’est pas de l’autonomie. Revendiquer des compétences lorsqu’elles servent son propre camp politique et les oublier lorsqu’elles deviennent embarrassantes, ce n’est pas de l’autonomie. En agissant ainsi, on transforme une grande idée politique en simple instrument tactique. Et lorsque l’autonomie devient tactique, elle perd sa force stratégique. Le citoyen le comprend beaucoup plus vite que nous ne l’imaginons : il ne connaît peut-être pas le texte du Statut article par article, mais il sait parfaitement reconnaître la différence entre celui qui croit réellement à quelque chose et celui qui s’en sert.

C’est pourquoi la campagne lancée par l’Union valdôtaine pourrait devenir bien plus importante qu’une simple initiative de communication. Elle pourrait devenir une véritable occasion d’examen de conscience pour l’ensemble du monde autonomiste. Ce serait une erreur de l’utiliser uniquement pour expliquer aux Valdôtains ce que contient le Statut. Nous devrions également l’utiliser pour nous expliquer à nous-mêmes ce que signifie être autonomiste en 2026, quelles responsabilités implique le fait de gouverner une Région autonome, quels comportements sont cohérents avec ce choix et lesquels, au contraire, risquent de le vider de sa substance de l’intérieur. Car le quatre-vingtième anniversaire de 2028 ne devrait pas être seulement la célébration de ce qu’ont accompli les autonomistes d’hier, mais aussi le moment où les autonomistes d’aujourd’hui démontrent qu’ils sont à la hauteur de cet héritage.

Aux autonomistes, donc, il ne faut pas davantage de formules rhétoriques. Il faut de la cohérence et du courage. Aux adhérents, il ne faut pas seulement rappeler la fidélité à la tradition : il faut leur permettre de se reconnaître dans une ligne politique claire. Aux élus, il ne faut pas seulement des symboles et des appartenances : il faut la capacité de démontrer chaque jour que l’autonomie produit des responsabilités et non des privilèges. Et aux dirigeants unionistes revient une responsabilité plus grande encore, car celui qui dirige un mouvement ne représente pas seulement sa propre personne : il représente une histoire, une culture politique et une part importante de l’identité institutionnelle de la Vallée d’Aoste. Chaque incohérence personnelle ou politique finit inévitablement par retomber sur l’image de l’autonomisme.

Le véritable défi n’est donc pas seulement de faire connaître le Statut aux Valdôtains. Il est de faire en sorte que les Valdôtains puissent reconnaître le Statut dans les comportements de ceux qui gouvernent au nom de l’autonomie. Car le meilleur manifeste autonomiste n’est pas celui qui est affiché le long d’une rue. C’est celui qu’un administrateur écrit chaque jour par ses décisions. C’est celui qu’un dirigeant écrit par sa cohérence. C’est celui qu’un militant écrit par son engagement. C’est celui qu’un mouvement politique écrit lorsqu’il choisit de défendre un principe tout en sachant que ce choix pourrait lui coûter des voix, des postes ou du pouvoir.

Après quatre-vingts ans, le moment est peut-être venu de cesser de demander uniquement aux Valdôtains : « Connaissons-nous vraiment notre Statut ? » La question la plus importante devrait être adressée à nous-mêmes : « Sommes-nous encore capables de nous comporter en autonomistes ? »

Car le Statut peut être lu, étudié, célébré et affiché sur les murs. Mais l’autonomie, la véritable autonomie, ne se voit que lorsque vient le moment de choisir.

Alors oui, se souvenir est bien.

Mais agir est mieux.

Et pour ceux qui se proclament unionistes, donner l’exemple ne devrait pas être une option : cela devrait être un devoir, en sachant que le meilleur manifeste autonomiste n’est pas celui qui est affiché le long d’une rue. C’est celui qu’un administrateur écrit chaque jour par ses décisions.

piero.minuzzo@gmail.com

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore