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Chez Nous | 12 settembre 2026, 08:00

Hors du ring

Giù dal ring

Hors du ring

C’è un ring, nel quartiere Dora. Dentro ci sono finiti Confcommercio, la proprietà dei terreni, i comitati, i residenti, i cittadini che hanno firmato e quelli che discutono sui social o davanti a un caffè. Si confrontano interessi diversi, visioni diverse, persino idee diverse di città. Si raccolgono firme, si fanno comunicati, si risponde alle accuse, si contestano numeri e interpretazioni. Ci si mette la faccia e, inevitabilmente, ci si prende anche qualche colpo. E mentre il confronto si fa sempre più acceso, mentre Confcommercio sceglie responsabilmente di annullare l’incontro pubblico del 14 settembre per non alimentare ulteriormente le tensioni e per riportare la discussione nelle sedi istituzionali, resta una domanda che continua a rimbalzare sullo sfondo e alla quale sarebbe finalmente il caso di dare una risposta: dov’è la politica?

Perché in questa storia la politica sembra avere scelto una posizione singolare: quella di stare fuori dal ring. Osserva, ascolta, prende atto, probabilmente ragiona, ma interviene poco e soprattutto non sembra voler assumere fino in fondo quella responsabilità che le compete. Eppure il quartiere Dora non è una questione privata tra operatori economici. Non è soltanto la vicenda di un terreno, di un supermercato, di una variante urbanistica o del rapporto tra grande distribuzione e commercio di vicinato. È una questione che riguarda il futuro di una parte della città e, attraverso quella parte della città, riguarda l’idea stessa di Aosta che vogliamo costruire. Per questo non si può lasciare che siano soltanto gli altri a esporsi, a discutere, a litigare e perfino a sporcarsi le mani nel tentativo di difendere ciò che ritengono essere l’interesse del quartiere.

Sia chiaro: non si tratta di chiedere alla politica di schierarsi contro il progetto, contro la proprietà o contro un determinato operatore economico. Non è questo il punto. E sarebbe persino sbagliato pretendere una decisione già scritta prima ancora che siano completate tutte le valutazioni. La politica non deve necessariamente essere contro il supermercato. Ma deve essere per il quartiere. Deve avere una propria idea di quello che il quartiere Dora dovrebbe diventare, di quali servizi abbia bisogno, di quale equilibrio debba esistere tra residenza e commercio, tra verde e costruito, tra mobilità e nuove funzioni, tra grandi strutture commerciali e piccoli esercizi. Deve ascoltare Confcommercio, ma anche la proprietà. Deve ascoltare i comitati, ma anche chi considera l’intervento un’opportunità. Deve ascoltare i residenti, gli operatori economici e gli uffici tecnici. Poi, però, deve decidere. Perché questo è il compito della politica: non scegliere necessariamente una parte, ma assumersi la responsabilità di trovare una sintesi nell’interesse generale.

Ed è proprio qui che il silenzio diventa difficile da comprendere. Perché mentre gli altri sono costretti a dichiarare da che parte stanno, la politica può permettersi il lusso di aspettare. Confcommercio dice che occorre tutelare il commercio di prossimità e mette sul tavolo il rischio di una progressiva desertificazione dei centri urbani. La proprietà replica rivendicando la natura privata dell’area, i diritti edificatori e le opportunità economiche e occupazionali del progetto. I comitati raccolgono firme e sostengono che quel pezzo di territorio debba essere preservato da una nuova trasformazione commerciale. I cittadini si dividono. Ognuno porta le proprie ragioni, i propri numeri, le proprie preoccupazioni e le proprie aspettative. Ma la politica, quella che dovrebbe mettere insieme tutti questi elementi, sembra ancora una volta preferire la posizione più comoda: lasciare che siano gli altri a esporsi e arrivare eventualmente dopo, quando il terreno sarà già stato preparato da qualcun altro.

È una dinamica che rischia di diventare pericolosa perché, quando la politica arretra, il confronto non scompare. Semplicemente cambia natura. Diventa una guerra tra interessi, tra percezioni, tra persone e associazioni. Diventa un confronto nel quale ogni parte tende naturalmente a difendere il proprio punto di vista e nel quale anche una valutazione tecnica può essere interpretata come una presa di posizione politica. È esattamente quello che Confcommercio sembra voler evitare quando decide di rinunciare all’incontro pubblico e spiega di non voler alimentare «un clima di tensione». Una scelta che va rispettata e che, anzi, dovrebbe essere colta come un'occasione dalla politica. Se un'associazione di categoria decide di abbassare i toni e di affidare le proprie osservazioni ai documenti e alle sedi istituzionali, allora qualcuno deve raccogliere quel confronto e trasformarlo in una discussione politica vera. Non in una rissa. Non in una campagna contro qualcuno. In una discussione sul futuro della città.

Perché il punto vero non è stabilire chi abbia vinto il primo round. E non è nemmeno decidere chi abbia torto tra Confcommercio e proprietà. Il punto è capire quale interesse pubblico debba prevalere e sulla base di quali ragioni. Se il progetto è compatibile con l’idea di città che Aosta intende perseguire, la politica deve avere il coraggio di dirlo e di spiegarne le ragioni ai cittadini. Se invece ritiene che quell’intervento sia incompatibile con gli obiettivi urbanistici, commerciali e sociali della città, deve avere altrettanto coraggio nel dirlo. Quello che non può fare è nascondersi dietro la complessità della procedura, lasciando agli uffici il compito di assumersi una responsabilità che è innanzitutto politica. Gli uffici devono valutare la legittimità e la compatibilità tecnica degli interventi. La politica deve decidere quale direzione dare alla città.

E allora forse sarebbe il momento di smettere di guardare il quartiere Dora soltanto attraverso la lente del supermercato. Perché il supermercato rischia di diventare una gigantesca distrazione rispetto alla domanda fondamentale. Che cosa vogliamo fare del quartiere Dora? Vogliamo trasformarlo in un nuovo polo commerciale? Vogliamo rafforzarne la funzione residenziale? Vogliamo creare un quartiere nel quale convivano abitazioni, servizi, commercio e spazi verdi? Vogliamo ridurre il consumo di suolo? Vogliamo attirare nuovi investimenti e nuova occupazione? Vogliamo proteggere il commercio esistente? Possiamo fare tutte queste cose contemporaneamente oppure dobbiamo scegliere delle priorità? Sono domande politiche, prima ancora che urbanistiche. E sono domande alle quali non può rispondere soltanto un’associazione di categoria, un comitato di cittadini o la proprietà di un terreno.

La vera assenza, quindi, non è quella di una parte dal dibattito. Le parti ci sono tutte. Forse ce ne sono persino troppe. Quello che manca è il soggetto che dovrebbe avere il compito di comporre il quadro. Manca una politica capace di dire che il quartiere Dora non è soltanto un terreno sul quale si può costruire, né soltanto uno spazio che deve essere difeso dalla trasformazione. È una porzione di Aosta che appartiene alla comunità e il cui futuro deve essere deciso attraverso una visione complessiva. Una visione che tenga insieme gli interessi privati, certamente legittimi, e l’interesse pubblico. Che riconosca il diritto della proprietà a utilizzare ciò che le appartiene secondo le regole, ma anche il diritto della comunità a pretendere che quelle regole siano inserite dentro un disegno urbanistico coerente.

La politica, insomma, deve tornare a fare politica. Non significa salire sul ring per colpire qualcuno. Significa salire sul ring per assumersi la responsabilità di arbitrare una partita difficile, ascoltando tutti ma senza diventare prigioniera di nessuno. Perché se Confcommercio difende il commercio di vicinato, fa il proprio mestiere. Se la proprietà difende il proprio investimento, fa il proprio mestiere. Se i comitati difendono il quartiere che considerano la loro casa, fanno il proprio mestiere. Se i cittadini si mobilitano, esercitano un loro diritto. Ma chi governa la città deve fare qualcosa di diverso: deve decidere.

Ed è proprio questa la ragione per cui il titolo potrebbe essere «Giù dal ring». Giù dal ring dovrebbero scendere, per primi, tutti coloro che sono stati trascinati dentro una contrapposizione che rischia di trasformare una scelta urbanistica in una guerra tra fronti. Ma soprattutto dal ring dovrebbe scendere la politica intesa come spettatrice. Perché non è più tempo di guardare gli altri combattere. Non è più tempo di aspettare che siano Confcommercio, proprietà, comitati e cittadini a consumarsi nel confronto per poi raccogliere, alla fine, i frutti di una decisione presa quando ormai il conflitto sarà arrivato al suo punto massimo. Se il quartiere Dora è davvero una questione strategica per Aosta, allora la politica deve avere il coraggio di entrarci, non per comandare il dibattito ma per guidarlo.

E c’è un’ultima ragione per cui questa assunzione di responsabilità è necessaria. Perché chi oggi si espone per il quartiere, qualunque sia la posizione che sostiene, rischia qualcosa. Rischia consenso, rapporti, critiche, accuse di essere schierato, interessato o ideologico. La politica invece, finora, sembra avere trovato una posizione molto più protetta: quella di lasciare che siano gli altri a sporcarsi le mani. Ma amministrare significa anche sporcarsi le mani. Significa assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e spiegare perché si è scelto di percorrere una strada anziché un’altra. Significa accettare che qualcuno non sarà d’accordo. Significa soprattutto non confondere la prudenza con il silenzio.

Per questo il quartiere Dora merita qualcosa di più di un derby tra favorevoli e contrari. Merita una politica che dica quale futuro immagina per quella parte di Aosta e che abbia il coraggio di confrontarsi pubblicamente con tutte le ragioni in campo. Non chiediamo alla politica di essere contro il supermercato. Non chiediamo alla politica di essere contro la proprietà. Non chiediamo nemmeno alla politica di dare ragione a Confcommercio o ai comitati. Chiediamo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: che sia dalla parte del quartiere.

Perché il ring può anche svuotarsi. Confcommercio può rinunciare all’incontro, i comitati possono continuare la loro mobilitazione, la proprietà può continuare a difendere il proprio progetto e i cittadini possono continuare a discutere. Ma prima o poi arriverà il momento nel quale qualcuno dovrà decidere quale città vogliamo essere.

E quel qualcuno non può essere sempre qualcun altro.

La politica, dunque, scenda dal bordo del ring. Non per combattere. Per assumersi la responsabilità di decidere.

Giù dal ring

Il y a un ring, dans le quartier Dora. Et sur ce ring, on retrouve désormais un peu tout le monde : la Confcommercio, les propriétaires des terrains, les comités de quartier, les habitants, les citoyens qui ont signé, ceux qui discutent et ceux qui prennent position. Les intérêts sont différents, les visions de la ville aussi, et chacun avance ses arguments. On recueille des signatures, on publie des communiqués, on répond aux critiques, on conteste des chiffres et des interprétations. Chacun y met son visage, son temps, sa crédibilité et, inévitablement, encaisse aussi quelques coups. Et alors que le débat se durcit, alors que la Confcommercio choisit de manière responsable d’annuler la réunion publique du 14 septembre afin de ne pas alimenter davantage les tensions et de ramener la discussion dans les lieux institutionnels, une question demeure, en arrière-plan, et il serait temps d’y répondre clairement : où est la politique ?

Car, dans cette affaire, la politique semble avoir choisi une position pour le moins singulière : celle de rester en dehors du ring. Elle observe, elle écoute, elle prend acte, elle réfléchit sans doute, mais elle intervient peu et surtout ne semble pas vouloir assumer pleinement la responsabilité qui lui revient. Pourtant, le quartier Dora n’est pas une affaire privée entre opérateurs économiques. Ce n’est pas seulement l’histoire d’un terrain, d’un supermarché, d’une modification urbanistique ou du rapport entre grande distribution et commerce de proximité. C’est une question qui concerne l’avenir d’une partie de la ville et, à travers elle, l’idée même de la ville d’Aoste que nous voulons construire. C’est pourquoi on ne peut pas laisser les autres s’exposer, débattre, parfois s’affronter et finalement se salir les mains pour tenter de défendre ce qu’ils considèrent être l’intérêt du quartier.

Soyons clairs : il ne s’agit pas de demander à la politique de se ranger contre le projet, contre les propriétaires ou contre un opérateur économique donné. Ce serait passer à côté de l’essentiel. Et il serait même erroné d’exiger une décision avant que toutes les évaluations nécessaires aient été menées à bien. La politique ne doit pas nécessairement être contre le supermarché. Mais elle doit être pour le quartier. Elle doit avoir une idée précise de ce que le quartier Dora devrait devenir, des services dont il a besoin, de l’équilibre à trouver entre logements et activités commerciales, entre espaces verts et constructions, entre mobilité et nouvelles fonctions urbaines, entre grandes surfaces et petits commerces. Elle doit écouter la Confcommercio, mais aussi les propriétaires. Elle doit écouter les comités, mais également ceux qui considèrent le projet comme une opportunité. Elle doit entendre les habitants, les commerçants et les techniciens. Mais ensuite, elle doit décider. Car c’est précisément cela, le rôle de la politique : non pas choisir nécessairement un camp, mais prendre la responsabilité de rechercher une synthèse dans l’intérêt général.

C’est justement là que le silence devient difficile à comprendre. Car pendant que les autres sont obligés de prendre position, la politique peut se permettre d’attendre. La Confcommercio affirme qu’il faut protéger le commerce de proximité et met en garde contre le risque d’une désertification progressive des centres urbains. Les propriétaires répondent en revendiquant la nature privée du terrain, les droits à bâtir et les opportunités économiques et professionnelles liées au projet. Les comités recueillent des signatures et estiment que cette partie du territoire devrait être préservée d’une nouvelle transformation commerciale. Les citoyens se divisent. Chacun apporte ses arguments, ses chiffres, ses inquiétudes et ses attentes. Mais la politique, celle qui devrait justement mettre tous ces éléments en perspective, semble une nouvelle fois préférer la position la plus confortable : laisser les autres s’exposer et intervenir éventuellement plus tard, lorsque le terrain aura déjà été préparé par quelqu’un d’autre.

C’est une dynamique qui peut devenir dangereuse, car lorsque la politique recule, le débat ne disparaît pas. Il change simplement de nature. Il devient une confrontation entre intérêts, entre perceptions, entre personnes et associations. Il devient un débat dans lequel chaque partie tend naturellement à défendre son propre point de vue et où même une évaluation technique peut être interprétée comme une prise de position politique. C’est précisément ce que la Confcommercio semble vouloir éviter lorsqu’elle décide de renoncer à la réunion publique et explique qu’elle ne souhaite pas alimenter « un climat de tension ». Une décision qu’il faut respecter et qui devrait, surtout, être saisie comme une occasion par la politique. Si une association professionnelle choisit d’abaisser le ton et de confier ses observations aux documents et aux instances institutionnelles, alors quelqu’un doit reprendre ce débat et le transformer en véritable discussion politique. Pas en affrontement. Pas en campagne contre quelqu’un. En une discussion sur l’avenir de la ville.

Car le véritable enjeu n’est pas de savoir qui a remporté le premier round. Il ne s’agit pas davantage de déterminer qui a tort entre la Confcommercio et les propriétaires. La véritable question est de comprendre quel intérêt public doit prévaloir et pour quelles raisons. Si le projet est compatible avec l’idée de ville que veut poursuivre Aoste, la politique doit avoir le courage de le dire et d’en expliquer les raisons aux citoyens. Si, au contraire, elle estime que ce projet est incompatible avec les objectifs urbanistiques, commerciaux et sociaux de la ville, elle doit avoir le même courage pour le dire. Ce qu’elle ne peut pas faire, c’est se réfugier derrière la complexité de la procédure et laisser aux services techniques la responsabilité d’un choix qui est avant tout politique. Les services doivent évaluer la légalité et la compatibilité technique des projets. La politique, elle, doit décider de la direction que la ville veut prendre.

Et c’est pourquoi il faudrait peut-être cesser de regarder le quartier Dora uniquement à travers le prisme du supermarché. Car le supermarché risque de devenir une gigantesque distraction par rapport à la véritable question : que voulons-nous faire du quartier Dora ? Voulons-nous en faire un nouveau pôle commercial ? Voulons-nous renforcer sa vocation résidentielle ? Voulons-nous créer un quartier où logements, services, commerces et espaces verts puissent coexister ? Voulons-nous réduire la consommation de sol ? Voulons-nous attirer de nouveaux investissements et créer de nouveaux emplois ? Voulons-nous protéger le commerce existant ? Pouvons-nous poursuivre tous ces objectifs en même temps ou devons-nous établir des priorités ? Ce sont des questions politiques, avant même d’être urbanistiques. Et ce ne sont pas les associations professionnelles, les comités de citoyens ou les propriétaires d’un terrain qui peuvent, à eux seuls, y répondre.

La véritable absence, donc, n’est pas celle d’une partie au débat. Les parties sont là. Elles sont même peut-être trop nombreuses. Ce qui manque, c’est l’acteur chargé de mettre toutes ces pièces ensemble. Il manque une politique capable d’affirmer que le quartier Dora n’est pas simplement un terrain sur lequel il est possible de construire, ni uniquement un espace qu’il faudrait protéger de toute transformation. C’est une partie d’Aoste qui appartient à la communauté et dont l’avenir doit être décidé à partir d’une vision d’ensemble. Une vision capable de tenir ensemble les intérêts privés, qui sont légitimes, et l’intérêt public. Une vision qui reconnaisse le droit du propriétaire à utiliser son bien dans le respect des règles, mais aussi le droit de la collectivité à exiger que ces règles s’inscrivent dans un projet urbain cohérent.

La politique, en somme, doit recommencer à faire de la politique. Cela ne signifie pas monter sur le ring pour frapper quelqu’un. Cela signifie monter sur le ring pour prendre la responsabilité d’arbitrer une partie difficile, en écoutant tout le monde sans devenir prisonnière de personne. Car si la Confcommercio défend le commerce de proximité, elle fait son travail. Si les propriétaires défendent leur investissement, ils font leur travail. Si les comités défendent le quartier qu’ils considèrent comme leur cadre de vie, ils font leur travail. Si les citoyens se mobilisent, ils exercent un droit. Mais ceux qui gouvernent la ville doivent faire quelque chose de différent : ils doivent décider.

Et c’est précisément pour cette raison que le titre pourrait être « Hors du ring ». Hors du ring devraient d’abord sortir tous ceux qui ont été entraînés dans une confrontation qui risque de transformer un choix urbanistique en guerre entre intérêts opposés. Mais surtout, la politique ne peut plus rester dans les tribunes. Car le temps n’est plus à regarder les autres se battre. Le temps n’est plus à attendre que la Confcommercio, les propriétaires, les comités et les citoyens s’épuisent dans la confrontation pour ensuite recueillir, au bout du compte, les bénéfices d’une décision prise lorsque le conflit aura atteint son paroxysme. Si le quartier Dora est véritablement une question stratégique pour Aoste, alors la politique doit avoir le courage d’y entrer, non pas pour contrôler le débat, mais pour l’orienter.

Et il y a une dernière raison pour laquelle cette prise de responsabilité est nécessaire. Parce que ceux qui prennent aujourd’hui position pour le quartier, quelle que soit leur position, prennent un risque. Ils risquent leur crédibilité, leurs relations, les critiques et parfois même d’être accusés d’être partisans, intéressés ou idéologiques. La politique, elle, semble jusqu’à présent avoir trouvé une position beaucoup plus confortable : laisser les autres se salir les mains. Mais gouverner signifie aussi se salir les mains. Cela signifie assumer la responsabilité de ses décisions et expliquer pourquoi on a choisi une voie plutôt qu’une autre. Cela signifie accepter que certains ne soient pas d’accord. Cela signifie surtout ne pas confondre prudence et silence.

C’est pourquoi le quartier Dora mérite mieux qu’un derby entre ceux qui sont pour et ceux qui sont contre. Il mérite une politique capable de dire quel avenir elle imagine pour cette partie d’Aoste et qui ait le courage de confronter publiquement toutes les raisons qui sont aujourd’hui sur la table. Nous ne demandons pas à la politique d’être contre le supermarché. Nous ne lui demandons pas d’être contre les propriétaires. Nous ne lui demandons pas davantage de donner raison à la Confcommercio ou aux comités. Nous lui demandons quelque chose de beaucoup plus simple et, précisément pour cela, de beaucoup plus difficile : qu’elle soit du côté du quartier.

Car le ring peut aussi finir par se vider. La Confcommercio peut renoncer à sa réunion, les comités peuvent poursuivre leur mobilisation, les propriétaires peuvent continuer à défendre leur projet et les citoyens peuvent continuer à débattre. Mais tôt ou tard viendra le moment où quelqu’un devra décider quelle ville nous voulons être.

Et ce quelqu’un ne peut pas toujours être quelqu’un d’autre.

La politique doit donc sortir des tribunes et entrer dans le débat. Non pas pour combattre. Pour assumer la responsabilité de décider.

piero.minuzzo@gmail.com

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