C'è una fotografia che racconta bene l'Italia del governo Meloni: da una parte Giorgia Meloni che celebra il record di longevità del suo esecutivo, dall'altra gli italiani che fanno i conti con il carrello della spesa, le bollette, i carburanti, le liste d'attesa e un sistema fiscale che continua a pesare. Dal 4 settembre il governo Meloni è ufficialmente il più longevo della storia della Repubblica. Un risultato politico certamente rilevante. Ma la longevità di un governo non coincide automaticamente con la qualità delle riforme realizzate. E qui comincia la favola. Perché in questi quattro anni abbiamo assistito a una straordinaria capacità di comunicare ciò che il governo dice di aver fatto, molto meno a una altrettanto straordinaria capacità di spiegare ciò che delle grandi promesse elettorali è rimasto sulla carta.
Prendiamo il carburante, tanto per cominciare. Il centrodestra arrivò alle elezioni del 2022 promettendo una forte riduzione della pressione fiscale e, nel programma di Fratelli d'Italia, si parlava di sterilizzazione delle maggiori entrate fiscali su energia e carburanti e di una conseguente riduzione di Iva e accise. Poi sappiamo com'è andata: le accise non sono state abolite e, anzi, dal primo gennaio 2026 il gasolio è stato riallineato alla benzina, con un'accisa arrivata a 672,90 euro per mille litri. Il governo è dovuto successivamente intervenire con misure temporanee per contenere il prezzo alla pompa. Dalla promessa di una riduzione strutturale delle tasse sui carburanti siamo quindi arrivati alla necessità di mettere periodicamente una pezza. Più che una riforma, sembra una rincorsa. E il problema generale del governo Meloni è proprio questo: molte promesse sono diventate misure temporanee, compromessi, rinvii oppure slogan da riproporre nella comunicazione politica.
Prendiamo le pensioni. La Lega aveva costruito una parte importante della propria campagna sulla famosa Quota 41, cioè la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, superando l'impianto della legge Fornero. Era una promessa centrale del programma previdenziale del centrodestra. La grande riforma delle pensioni non è arrivata. Sono arrivate misure temporanee e formule più limitate e la Fornero, tanto vituperata quando il centrodestra era all'opposizione, è rimasta sostanzialmente in piedi. Anche qui: promessa enorme, risultato molto più piccolo. E poi c'è la flat tax. Il programma del centrodestra prevedeva l'estensione della tassa piatta per le partite Iva e indicava la prospettiva di un ulteriore ampliamento a famiglie e imprese. Qualcosa sul fisco è stato fatto, naturalmente, e sarebbe scorretto negarlo. Ma la rivoluzione fiscale annunciata non c'è stata. Il sistema tributario italiano non è stato trasformato in quel modello semplice, radicalmente più leggero e comprensibile che veniva raccontato agli elettori.
Poi arriviamo alle grandi riforme istituzionali, quelle che avrebbero dovuto lasciare il segno nella storia della legislatura. Il premierato doveva essere la “madre di tutte le riforme”: elezione diretta del presidente del Consiglio e maggiore stabilità politica. È rimasto incompiuto. L'autonomia differenziata, cavallo di battaglia della Lega, è diventata legge nel 2024, ma alcune parti fondamentali sono state dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale e il progetto è stato profondamente ridimensionato rispetto alle aspettative iniziali. Infine la giustizia, con la separazione delle carriere dei magistrati trasformata dal governo in una delle grandi bandiere della legislatura: il Parlamento aveva approvato la riforma costituzionale, ma gli italiani chiamati a pronunciarsi nel referendum del marzo 2026 l'hanno respinta. Tre grandi riforme istituzionali, dunque, e nessuna delle tre può essere oggi presentata come il grande successo riformatore che era stato annunciato.
E allora la domanda diventa inevitabile: se questo è il governo più longevo della Repubblica, perché non è anche il governo delle grandi riforme? La risposta forse è meno complicata di quanto sembri. Governare a lungo consente di fare molte cose, ma una riforma vera richiede coraggio, consenso, risorse, capacità di mediazione e soprattutto la disponibilità a sopportarne il costo politico. È molto più facile approvare un decreto, inaugurare un'opera, annunciare un piano, modificare una norma e organizzare una conferenza stampa. È molto più difficile cambiare davvero il Paese. Così il governo Meloni ha finito per specializzarsi in una politica nella quale l'annuncio della riforma spesso diventa più importante della riforma stessa. Anche sull'immigrazione il caso dei centri in Albania racconta questa contraddizione: presentati come una svolta nella gestione dei flussi, sono stati rallentati da problemi giuridici e operativi e hanno finito per essere molto diversi dal progetto originariamente raccontato.
Sia chiaro: sarebbe scorretto descrivere il governo Meloni come un governo immobile. Il PNRR, alcune misure fiscali, gli interventi sul lavoro, il superamento del Reddito di cittadinanza, le politiche sulla sicurezza e una lunga serie di provvedimenti legislativi rappresentano risultati concreti. Ma è proprio qui che dovrebbe concentrarsi l'opposizione: non contestare ciò che esiste, bensì chiedere conto di ciò che era stato promesso e non è stato realizzato. Il problema è che dall'altra parte manca una vera alternativa. La sinistra italiana continua troppo spesso a discutere dei propri equilibri interni più che del futuro del Paese. Si divide, si ricompone, litiga sul leader, sulle alleanze, sulle formule politiche, ma fatica a costruire un racconto alternativo dell'Italia e soprattutto a dire agli italiani una cosa semplice: se domani governassimo noi, cosa cambierebbe concretamente nella vostra vita?
Non basta dire che Meloni sbaglia, non basta denunciare ogni provvedimento del governo e non basta aspettare che la maggioranza cada sotto il peso delle proprie contraddizioni. Un'opposizione seria dovrebbe presentare un progetto concreto su pensioni, fisco, sanità, salari, energia, infrastrutture, scuola, giovani, autonomia territoriale e pubblica amministrazione. Altrimenti accade quello che sta accadendo: Meloni governa, festeggia la propria longevità e presenta il bilancio migliore possibile del suo esecutivo; gli italiani, invece, fanno il proprio bilancio davanti al distributore di benzina, al supermercato, dal medico o davanti alla busta paga. E spesso il loro bilancio è molto meno trionfale.
Tra le Meloni e le riforme, insomma, ci sono di mezzo le bufale. Non necessariamente perché tutto quello che il governo racconta sia falso, ma perché tra una promessa elettorale e una riforma compiuta passa una distanza enorme. Dopo quattro anni quella distanza non può più essere spiegata con il “ci vuole tempo”. Il tempo, ormai, c'è stato. Il governo più longevo della Repubblica ha avuto tempo per governare. Adesso gli italiani hanno il diritto di chiedere non quanto sia durato il governo Meloni, ma quanto abbia realmente cambiato l'Italia. Ed è proprio qui che la festa rischia di diventare una favola. Perché un governo può festeggiare la propria longevità. Un Paese, invece, festeggia soltanto quando sente di stare meglio.
Favole e riforme
Il y a une image qui résume assez bien l’Italie du gouvernement Meloni : d’un côté, Giorgia Meloni célèbre le record de longévité de son exécutif ; de l’autre, les Italiens continuent de faire leurs comptes avec les prix, les carburants, les factures, les listes d’attente dans les hôpitaux et une fiscalité qui reste lourde. Depuis le 4 septembre, le gouvernement Meloni est officiellement devenu le plus long de toute l’histoire de la République italienne, avec 1 413 jours au pouvoir. C’est incontestablement un succès politique dans un pays habitué à l’instabilité gouvernementale. Mais la longévité d’un gouvernement ne signifie pas nécessairement sa capacité à réformer le pays. Et c’est précisément là que commence la fable.
Car depuis quatre ans, Giorgia Meloni a surtout démontré une remarquable capacité à dresser la liste de ce que son gouvernement affirme avoir accompli. Beaucoup moins convaincante est, en revanche, la liste des grandes réformes promises aux Italiens et effectivement menées à leur terme. Entre Meloni et les réformes, il y a parfois de quoi remplir un véritable catalogue de promesses, d’annonces et de demi-résultats.
Commençons par les carburants. Le centre droit était arrivé aux élections de 2022 en promettant de réduire la pression fiscale et, notamment, de s’attaquer au poids des taxes sur les carburants. La réalité a été tout autre. Les accises n’ont pas disparu et, depuis le début de 2026, la fiscalité sur le gazole a même été alignée sur celle de l’essence. Face à la flambée des prix, le gouvernement a ensuite dû intervenir à plusieurs reprises avec des mesures temporaires pour tenter de contenir le prix à la pompe. Autrement dit, la grande promesse d’une réduction structurelle de la fiscalité sur les carburants s’est transformée en une succession de mesures d’urgence. Le « pizzo di Stato », cette sorte de racket fiscal dénoncé autrefois par la droite lorsqu’elle était dans l’opposition, est toujours bien présent. Et les automobilistes le savent mieux que quiconque.
Même scénario pour les retraites. La Ligue avait fait de la fameuse Quota 41 l’une de ses grandes promesses : permettre de partir à la retraite avec 41 années de cotisations et tourner définitivement la page de la loi Fornero. La grande réforme des retraites n’a pourtant jamais vu le jour. Des mesures limitées et temporaires ont été adoptées, mais le système fondamental est resté en place. La loi Fornero, si violemment critiquée par la droite lorsqu’elle était dans l’opposition, est toujours là. Là encore, entre la promesse électorale et le résultat concret, le fossé est considérable.
Il en va de même pour la fiscalité. La flat tax devait constituer l’une des grandes révolutions économiques du centre droit : un système fiscal plus simple, plus léger et progressivement étendu aux familles et aux entreprises. Le gouvernement a certes adopté plusieurs mesures fiscales et réduit certains taux d’imposition, mais la grande révolution fiscale annoncée n’a pas eu lieu. La pression fiscale reste élevée et l’Italie n’a pas connu cette transformation radicale du système que les électeurs avaient été invités à attendre. Même constat pour la natalité, autre grande priorité affichée par Giorgia Meloni : beaucoup de discours, des mesures ponctuelles, mais pas le changement structurel promis aux familles italiennes.
Puis viennent les grandes réformes institutionnelles, celles qui auraient dû donner au gouvernement Meloni sa véritable empreinte historique. Le premier ministre élu directement par les citoyens, le fameux « premier ministreato », présenté par Giorgia Meloni comme la « mère de toutes les réformes », est resté bloqué dans le processus parlementaire. L’autonomie différenciée, grande bataille de la Ligue, a bien été transformée en loi, mais elle a ensuite été profondément remise en cause par la Cour constitutionnelle. Quant à la réforme de la justice et à la séparation des carrières des magistrats, elle a été soumise au vote populaire et rejetée lors du référendum de mars 2026. Trois grandes réformes institutionnelles annoncées comme historiques, trois parcours qui n’ont finalement pas abouti au résultat promis.
C’est donc ici que se pose la vraie question : si le gouvernement Meloni est le plus long de l’histoire de la République, pourquoi n’est-il pas également celui des grandes réformes ? La réponse tient peut-être à une différence fondamentale entre gouverner et réformer. Gouverner permet de voter des lois, de prendre des décrets, de modifier des règles, de lancer des plans et d’inaugurer des projets. Réformer véritablement un pays demande autre chose : du courage politique, de la vision, du temps, des compromis et surtout la capacité d’assumer le prix politique des décisions difficiles. Il est beaucoup plus facile d’annoncer une réforme que de la conduire jusqu’au bout.
Le gouvernement Meloni n’est donc pas un gouvernement qui n’aurait rien fait. Ce serait faux et politiquement trop facile. Le PNRR, certaines mesures fiscales, les politiques de sécurité, la suppression du revenu de citoyenneté et de nombreux autres textes constituent des réalisations réelles. Mais la question n’est pas de savoir si Meloni a gouverné. Elle a gouverné. La question est de savoir si elle a réalisé les grandes transformations structurelles qu’elle avait promises aux Italiens. Et sur ce terrain, le bilan apparaît beaucoup plus modeste. Les observateurs internationaux soulignent eux-mêmes le contraste entre la stabilité exceptionnelle du gouvernement et l’absence de grandes réformes structurelles achevées.
Et pourtant, Giorgia Meloni peut célébrer. Elle peut présenter la stabilité de son gouvernement comme une victoire historique. Elle peut rappeler que ses adversaires avaient prédit son effondrement et qu’elle est toujours là. Mais pendant que le gouvernement fête sa longévité, les Italiens, eux, font leurs comptes. Ils les font à la station-service, au supermarché, chez le médecin, sur leur fiche de paie ou lorsqu’ils essaient de comprendre comment payer leur logement et aider leurs enfants. La stabilité politique est importante. Mais elle n’a de sens que si elle produit une amélioration concrète de la vie des citoyens.
Et c’est ici qu’intervient la grande faiblesse de la gauche italienne. Si Giorgia Meloni peut transformer sa longévité en succès politique, c’est aussi parce que l’opposition n’a pas encore réussi à construire une véritable alternative. La gauche passe trop souvent plus de temps à discuter de ses équilibres internes, de ses alliances, de ses dirigeants et de ses querelles idéologiques qu’à expliquer aux Italiens ce qu’elle ferait demain si elle arrivait au pouvoir. Elle sait dire ce qu’elle refuse. Elle peine encore à dire clairement ce qu’elle propose.
C’est pourtant là que devrait se jouer la véritable bataille politique : retraites, fiscalité, santé, salaires, énergie, école, infrastructures, natalité, territoires et autonomie. Une opposition crédible ne peut pas se contenter de dénoncer les erreurs du gouvernement. Elle doit être capable de proposer un autre projet de société et, surtout, de convaincre les citoyens qu’avec elle leur vie quotidienne pourrait réellement changer.
Voilà pourquoi le paradoxe du gouvernement Meloni est aussi grand que son record de longévité. Meloni gouverne et célèbre. Les Italiens, eux, continuent de serrer les dents. Et entre les deux, il y a une opposition qui n’a pas encore réussi à devenir une alternative crédible.
Entre Meloni et les réformes, il y a donc parfois des promesses, des annonces et des résultats partiels. Et si l’on veut appeler cela une fable, pourquoi pas. Car entre les Meloni et les réformes, il y a parfois les « bufale » : ces histoires que l’on raconte tellement souvent qu’elles finissent par ressembler à la réalité.
Un gouvernement peut célébrer le record de sa longévité. Mais un pays, lui, ne célèbre que lorsqu’il a le sentiment de vivre mieux.
Et c’est peut-être la seule question qui compte vraiment.




