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Chez Nous | 29 agosto 2026, 08:00

Le bonneteau des trois taxes

Il gioco delle tre carte

Le bonneteau des trois taxes

Extraprofitti, oneri di sistema e accise che pagano cittadini e imprese. Mentre maggioranza e opposizioni litigano sulla tassazione degli extraprofitti, c’è una domanda molto più semplice che continua a rimanere sullo sfondo: quanto pesano gli oneri di sistema sulle bollette e perché il loro costo viene considerato quasi una fatalità? E mentre si discute di accise sulla benzina, persino alcuni Comuni italiani gestiscono direttamente distributori di carburante. In Valle d’Aosta, terra che dovrebbe poter sfruttare pienamente le proprie prerogative autonomistiche, il prezzo del gasolio continua invece a rappresentare una contraddizione difficile da ignorare.

C’è qualcosa di surreale nel dibattito politico italiano sugli extraprofitti. Da una parte il Governo, dall’altra le opposizioni, si esercitano da anni nella disputa su quanto sia giusto tassare chi, in determinati periodi, ha beneficiato di condizioni di mercato particolarmente favorevoli. Si fanno calcoli, si annunciano interventi, si correggono aliquote, si inventano formule più o meno sofisticate.

Eppure esiste una strada molto più semplice per intervenire sul costo dell’energia: tagliare gli oneri di sistema.

Perché il punto è proprio questo. Prima ancora di discutere di come tassare ciò che viene definito “extraprofittto”, sarebbe il caso di chiedersi quanto di quello che paghiamo nelle bollette dipenda da componenti che con il costo puro dell’energia hanno poco o nulla a che vedere. Gli oneri di sistema sono una componente della bolletta elettrica destinata a finanziare una serie di attività e politiche del sistema energetico nazionale. Ma per il cittadino che apre una bolletta, la distinzione fra energia, tasse, oneri e altre componenti conta fino a un certo punto: conta soprattutto il totale da pagare.

E allora la domanda politica dovrebbe essere semplice: perché non ridurre direttamente il peso di queste voci quando l'obiettivo dichiarato è abbassare il costo dell'energia?

È un interrogativo che vale ancora di più quando il dibattito pubblico si concentra sugli extraprofitti. Perché se lo Stato riducesse una parte consistente degli oneri che gravano sulle bollette, una quota maggiore del vantaggio derivante dalla riduzione dei costi finirebbe direttamente nelle tasche di famiglie e imprese. E se qualcuno aumentasse comunque eccessivamente i propri margini approfittando della situazione, allora si potrebbe intervenire con gli strumenti di controllo e di regolazione previsti dall’ordinamento.

Insomma: invece di discutere all'infinito su come tassare gli extraprofitti, sarebbe forse più serio intervenire sulle cause che fanno lievitare il conto finale.

A scrivermi è un lettore che pone una questione ancora più radicale. Ricorda come radio, televisioni e carta stampata continuino a raccontare il “saliscendi” delle accise, denunciando comportamenti che definisce “indecorosi”. Ma poi domanda: “degli oneri di sistema, ‘gabella’ che li incassa da oltre 9 anni, dal 01/01/2017, dove vengono impiegati?”.

La domanda, al di là dei toni, merita una risposta politica chiara. Non perché gli oneri di sistema siano, in quanto tali, illegittimi: non lo sono. Ma perché ogni prelievo che finisce sistematicamente sulla bolletta di famiglie e imprese deve essere comprensibile, trasparente e verificabile.

Il lettore arriva quindi alla domanda successiva: “È mai possibile che non ci sia un organo ‘Antitrust’ che chiarisce al contribuente definitivamente dove vanno quegli introiti?”.

Qui occorre fare una distinzione: l’Antitrust non è l'organo chiamato semplicemente a certificare la destinazione delle entrate pubbliche. Esistono autorità e istituzioni diverse, con competenze differenti, tra cui l’ARERA, l’amministrazione finanziaria, il Parlamento e la Corte dei conti. Ma proprio questa complessità istituzionale rende ancora più importante una comunicazione semplice e leggibile.

Il cittadino non dovrebbe essere costretto a diventare un esperto di diritto dell’energia per capire perché paga una determinata voce in bolletta.

E qui il discorso diventa politico.

Perché mentre Governo e opposizioni si accapigliano sulle accise e sugli extraprofitti, l'energia continua a essere una delle principali voci di costo per famiglie e imprese. Per un'attività produttiva, un albergo, un ristorante, un negozio o una piccola azienda, il costo dell'energia non è un dettaglio contabile: può determinare la competitività, i margini e perfino la sopravvivenza.

E in una regione come la Valle d’Aosta la questione assume una dimensione ulteriore.

Perché qui entra in gioco l’autonomia. Una regione che dispone di prerogative speciali dovrebbe essere messa nelle condizioni di valorizzare fino in fondo gli strumenti che il proprio ordinamento le offre. Eppure sul fronte dei carburanti il paradosso rimane: una terra che per ragioni storiche, geografiche e istituzionali dovrebbe poter esercitare una maggiore capacità di intervento si trova ancora a fare i conti con prezzi del gasolio che, per cittadini e imprese, risultano pesantissimi.

E allora viene spontanea un'altra domanda: che senso ha continuare a parlare di autonomia se poi non riusciamo a trasformare questa autonomia in un vantaggio concreto per chi vive e lavora in Valle d’Aosta?

Non basta rivendicare competenze sulla carta. L'autonomia dovrebbe essere misurabile anche nella qualità della vita, nella capacità di sostenere le imprese, nel contenimento dei costi e nella possibilità di adottare politiche coerenti con le caratteristiche di un territorio di montagna.

E c’è un altro paradosso che meriterebbe maggiore attenzione: alcuni Comuni italiani gestiscono direttamente distributori di carburante. Significa che, almeno in determinati contesti, un'amministrazione pubblica può entrare direttamente nella gestione di un servizio commerciale e incidere sulle dinamiche del mercato locale.

La domanda, allora, diventa inevitabile: se esistono amministrazioni comunali che hanno scelto questa strada, perché non aprire anche in Valle d’Aosta una riflessione seria, numeri alla mano, sulla possibilità di utilizzare gli strumenti dell’autonomia per ridurre il costo dei carburanti?

Non significa necessariamente trasformare la Regione in un gestore di pompe di benzina. Significa chiedersi se esista un modello valdostano capace di sfruttare le peculiarità fiscali, amministrative e territoriali della nostra autonomia per ottenere un risultato molto concreto: pagare meno.

Perché alla fine è questo che interessa al cittadino.

Il cittadino non vive di slogan sugli extraprofitti. Non fa politica attraverso le aliquote. Non apre la bolletta per appassionarsi alla distinzione fra una componente e l'altra. Guarda il totale. Guarda quanto costa fare il pieno. Guarda quanto arriva da pagare a casa. Guarda quanto rimane a fine mese.

Ed è qui che la politica rischia di perdere il contatto con la realtà.

Da anni assistiamo a una sorta di gioco delle tre carte: accise, extraprofitti, oneri di sistema. Ogni volta si sposta l'attenzione su una voce diversa, mentre il cittadino continua a pagare. Si annuncia una riduzione, poi si introduce una compensazione. Si discute di tassare qualcuno, mentre qualcun altro continua a incassare attraverso una voce che il consumatore fatica persino a comprendere.

Non è necessario gridare al “furto con destrezza”, come fa il lettore. Quella è una definizione politica e polemica che non aiuta a capire il funzionamento del sistema. Ma è assolutamente legittimo pretendere trasparenza, rendicontazione e chiarezza.

E soprattutto è legittimo chiedere alla politica una cosa molto semplice: se esiste una voce che pesa sulla bolletta, spiegateci quanto raccoglie, chi la gestisce, per quali finalità viene utilizzata e quanto costa complessivamente ai cittadini valdostani.

Poi decidiamo se quella voce sia ancora necessaria, se debba essere ridotta oppure se debba essere completamente ripensata.

Questo dovrebbe essere il vero terreno del confronto politico. Non l'ennesima guerra televisiva sugli extraprofitti.

Perché se l'obiettivo è aiutare famiglie e imprese, la prima cosa da fare è ridurre il costo che lo Stato mette direttamente o indirettamente sulle loro spalle. E se dopo avere fatto questo qualcuno realizzerà profitti considerati eccessivi, allora si potrà discutere di tassazione.

Prima, però, bisogna avere il coraggio di guardare dentro la bolletta.

E per la Valle d’Aosta c’è un passaggio ancora più importante: l’autonomia non può essere soltanto memoria, identità e competenza amministrativa. Deve diventare anche capacità di produrre vantaggi concreti.

Se una regione autonoma non riesce a incidere nemmeno su questioni essenziali come energia e carburanti, mentre famiglie e imprese continuano a pagare prezzi elevati, allora forse non è soltanto il prezzo del gasolio a essere fuori posto. È il modo stesso in cui interpretiamo e utilizziamo la nostra autonomia che deve essere rimesso in discussione.

Perché l’autonomia, alla fine, non si misura da quante volte la si pronuncia in un'aula politica.

Si misura da quanto riesce a cambiare, in meglio, la vita di chi ci vive.

Il gioco delle tre carte

Superprofits, charges de système et accises : trois façons élégantes de faire payer les citoyens et les entreprises. Pendant que la majorité et l’opposition s’écharpent pour savoir s’il faut taxer les superprofits, une question beaucoup moins spectaculaire reste soigneusement dans l’ombre : combien les « charges de système » pèsent-elles réellement sur nos factures et pourquoi faudrait-il les considérer comme une fatalité divine ? Et pendant que l’on disserte sur les accises sur les carburants, certaines communes italiennes gèrent directement des stations-service. En Vallée d’Aoste, territoire qui devrait pourtant pouvoir exploiter pleinement les prérogatives de son autonomie, le gazole continue, lui, de coûter un bras. Et parfois les deux jambes.

Il y a quelque chose de franchement surréaliste dans le débat politique italien sur les superprofits.

D’un côté, le gouvernement. De l’autre, l’opposition. Et entre les deux, des années de débats, de calculs, de tableaux Excel, de pourcentages, de contre-pourcentages, de nouvelles taxes, de taxes corrigées, de taxes sur les taxes et probablement, bientôt, d’une commission parlementaire chargée d’étudier la possibilité de créer une sous-commission destinée à réfléchir à la taxation des commissions.

Tout cela pour une question finalement assez simple : qui paie ?

Réponse : le citoyen.

Mais il existe une solution beaucoup moins glamour et beaucoup moins médiatique : réduire les charges de système.

Voilà une idée presque révolutionnaire.

Avant de chercher comment taxer les « superprofits », il serait peut-être utile de regarder ce qui gonfle directement la facture des ménages et des entreprises. Les charges de système font partie de la facture d’électricité et servent à financer différentes politiques et activités du système énergétique national.

Très bien.

Mais quand le citoyen ouvre sa facture, il ne reçoit pas un diplôme en économie de l’énergie avec mention « félicitations, vous avez compris pourquoi vous payez ». Il voit simplement un montant.

Et ce montant, il faut le payer.

Alors la question devient presque obscène de simplicité : si l’objectif politique est de faire baisser le coût de l’énergie, pourquoi ne pas commencer par réduire les charges qui alourdissent la facture ?

Évidemment, ce serait moins spectaculaire qu’une grande conférence de presse sur les superprofits.

On ne pourrait pas montrer du doigt un grand méchant patron.

On ne pourrait pas sortir la phrase « nous allons faire payer les profiteurs ».

On devrait simplement… réduire une facture.

C’est beaucoup moins télégénique.

Et pourtant, si l’État réduisait significativement certaines charges pesant sur les factures, une partie du bénéfice serait immédiatement visible pour les familles et les entreprises. Et si certains opérateurs profitaient ensuite de la situation pour gonfler leurs marges de manière excessive, il resterait toujours les instruments de contrôle et de régulation.

Mais cela supposerait une chose assez rare en politique : s’attaquer au problème plutôt qu’au discours sur le problème.

Un lecteur m’écrit justement à ce sujet. Il rappelle que les radios, les télévisions et la presse écrite nous servent régulièrement le feuilleton du « yo-yo » des accises, avec des comportements qu’il qualifie d’« indécents ».

Mais il pose surtout une question beaucoup plus embarrassante : « Et les charges de système, cette “gabelle” encaissée depuis plus de neuf ans, depuis le 01/01/2017 : où sont-elles utilisées ? »

Excellente question.

Et non, il ne s’agit pas de dire que les charges de système seraient illégales. Elles ne le sont pas.

Mais chaque prélèvement qui apparaît durablement sur la facture des ménages et des entreprises mérite une chose très simple : de la transparence.

Combien ?

Qui encaisse ?

Pour quoi faire ?

Combien cela représente-t-il ?

Et combien cela coûte-t-il, au total, au contribuable ?

Parce qu’un citoyen qui paie n’a pas vocation à devenir expert-comptable, juriste de l’énergie et inspecteur des finances simplement pour comprendre sa facture d’électricité.

Notre lecteur poursuit avec une autre question : « Est-il vraiment possible qu’il n’existe pas un organisme “Antitrust” capable d’expliquer définitivement au contribuable où vont ces recettes ? »

Il faut évidemment préciser que l’Antitrust n’est pas l’organisme chargé de certifier à lui seul la destination des recettes publiques. D’autres institutions ont leurs compétences : ARERA, l’administration fiscale, le Parlement, la Cour des comptes.

Et c’est précisément là que commence le grand numéro de magie administrative.

Tout le monde est compétent.

Tout le monde possède une partie de l’information.

Et le citoyen, lui, possède la facture.

Avec le montant à payer.

Merci, circulez.

Pendant ce temps, le gouvernement et l’opposition continuent de se battre sur les accises et les superprofits, tandis que l’énergie reste l’une des dépenses les plus lourdes pour les familles et les entreprises.

Pour un hôtel, un restaurant, un magasin ou une petite entreprise, l’énergie n’est pas une ligne abstraite dans un rapport ministériel. C’est une dépense qui peut décider de la marge, de la compétitivité et parfois de la survie de l’activité.

Et en Vallée d’Aoste, le problème devient encore plus savoureux.

Parce qu’ici, nous avons l’autonomie.

La fameuse.

La glorieuse.

La précieuse.

Celle dont on parle avec émotion lors des cérémonies, dans les discours officiels et pendant les campagnes électorales.

piero.minuzzo@gmail.com

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