Un lungo appello proveniente da Cuba è arrivato anche in Valle d'Aosta attraverso i social network. Si tratta della versione spagnola di una lettera pubblicata il 13 febbraio 2026 da Resumen Latinoamericano e firmata da Ikay Romay. Al di là delle parole utilizzate e delle diverse letture politiche della vicenda cubana, c'è però una domanda che merita di essere posta: che cosa sta realmente accadendo oggi nell'isola? Perché dietro le polemiche, le ideologie e le contrapposizioni tra Washington e L'Avana ci sono persone in carne e ossa che stanno vivendo una situazione drammatica. Ikay Romay non è un nome inventato per costruire una campagna sui social: è un'attrice cubana, conosciuta anche per la sua partecipazione a Guantanamera, il film di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío. La sua è quindi la testimonianza di una persona reale che ha scelto di raccontare, con parole molto dure, la sofferenza che vede intorno a sé.
Ma ciò che dovrebbe interessarci, al di là della provenienza politica dell'appello, è soprattutto la realtà che emerge da numerose fonti internazionali. Cuba sta attraversando una crisi profondissima: mancano carburante ed energia, gli ospedali lavorano in condizioni sempre più difficili, le interruzioni di corrente compromettono servizi essenziali, mentre la disponibilità di medicinali e materiali sanitari è diventata un problema serio. Le Nazioni Unite hanno documentato le conseguenze della crisi energetica anche sul sistema sanitario, compresi i rischi per i pazienti che dipendono da apparecchiature elettriche e per i neonati nelle incubatrici. Nel corso del 2026 sono stati inoltre segnalati decine di migliaia di interventi chirurgici rinviati. Non è dunque una fotografia costruita dai social o una storia inventata per alimentare una battaglia ideologica: è una crisi reale, che colpisce soprattutto le persone più fragili, dai bambini agli anziani, dai malati alle famiglie che ogni giorno devono fare i conti con la scarsità di beni essenziali.
Naturalmente, quando si parla di Cuba, il discorso diventa immediatamente politico. Da una parte c'è chi attribuisce quasi interamente la situazione all'embargo e alle sanzioni degli Stati Uniti; dall'altra chi considera il sistema economico e politico cubano il principale responsabile delle difficoltà dell'isola. La realtà, come spesso accade, è più complessa. Le sanzioni americane esistono da decenni e hanno conseguenze concrete: rendono più difficili numerose operazioni finanziarie e commerciali e possono complicare l'accesso a forniture, tecnologie, ricambi e finanziamenti. Sarebbe quindi sbagliato far finta che l'embargo non abbia alcun peso nella situazione cubana. Ma sarebbe altrettanto semplicistico attribuire ogni problema esclusivamente a Washington, ignorando le debolezze strutturali dell'economia cubana, la forte dipendenza dalle importazioni, la scarsità di valuta, la crisi produttiva, le difficoltà nella gestione economica e le conseguenze di eventi naturali e della crisi energetica. Il Programma alimentare mondiale, per esempio, descrive una situazione alimentare estremamente delicata e sottolinea proprio la vulnerabilità di Cuba derivante dalla sua forte dipendenza dalle importazioni.
Ci sono dunque due verità che possono e devono convivere: la prima è che il popolo cubano sta soffrendo e ha bisogno di aiuto; la seconda è che le responsabilità di questa sofferenza non possono essere spiegate attraverso una sola causa. È una distinzione importante, soprattutto in un'epoca nella quale i social network tendono a trasformare ogni tragedia in uno scontro tra tifoserie. Cuba diventa così, a seconda di chi racconta la storia, o la vittima innocente dell'imperialismo americano oppure il risultato inevitabile del fallimento del sistema castrista. In mezzo, però, scompaiono proprio le persone che dovrebbero essere al centro del racconto. Un bambino che ha bisogno di un'incubatrice non è socialista né capitalista. Un anziano che aspetta un farmaco non è castrista né anticastrista. Un medico che deve lavorare senza energia sufficiente non è americano né cubano. È semplicemente una persona che si trova dentro una crisi che non ha scelto.
E Cuba, proprio per questo, merita uno sguardo meno ideologico e più umano. È anche un Paese che nel corso dei decenni ha costruito competenze importanti nel settore sanitario e scientifico e che durante la pandemia ha sviluppato propri vaccini contro il Covid-19. È una capacità che merita di essere riconosciuta, così come merita rispetto il lavoro di medici e operatori sanitari che continuano a lavorare in condizioni difficilissime. Il problema è che oggi quelle stesse capacità rischiano di essere soffocate dalla mancanza di energia, materiali, ricambi e risorse. Quando un ospedale non riesce a garantire continuità energetica o quando un intervento chirurgico deve essere rinviato, il problema non è più soltanto economico: diventa umano, sociale e morale.
Per questo il "SOS da Cuba" che è arrivato anche sulle bacheche valdostane dovrebbe essere letto con attenzione, ma anche con spirito critico. Non perché tutto ciò che viene denunciato debba essere automaticamente considerato vero in ogni dettaglio, ma proprio perché la situazione reale è talmente grave da non avere bisogno di esagerazioni. La sofferenza dei cubani non ha bisogno di essere trasformata in uno slogan e nemmeno deve essere negata perché a raccontarla è una persona che esprime una precisa posizione politica. Ha bisogno, semplicemente, di essere conosciuta. Le Nazioni Unite e diverse organizzazioni internazionali hanno documentato le difficoltà energetiche, sanitarie e alimentari dell'isola e il loro impatto sulla popolazione. Possiamo discutere per anni sulle responsabilità di Washington e dell'Avana, possiamo dividerci tra chi considera l'embargo la causa principale di ogni male e chi ritiene invece il sistema cubano responsabile del disastro, ma nel frattempo c'è un popolo che vive quella crisi ogni giorno.
Ed è forse qui che la vicenda cubana può parlare anche a noi valdostani. La Valle d'Aosta è una piccola comunità, con una propria identità, una propria lingua, una propria storia e una propria autonomia, e proprio per questo dovrebbe conoscere bene il valore della solidarietà tra comunità piccole e del diritto di ogni popolo a difendere la propria dignità. L'autonomia, però, non significa chiudere gli occhi sulle sofferenze degli altri: significa, al contrario, comprendere quanto sia importante che una comunità possa decidere del proprio futuro senza essere schiacciata dagli interessi dei più grandi. Questo principio vale per una piccola regione europea come per una piccola isola dei Caraibi, pur nelle enormi differenze tra le due realtà.
Non dobbiamo quindi scegliere necessariamente tra L'Avana e Washington. Possiamo scegliere di stare dalla parte delle persone. Possiamo condannare ciò che riteniamo ingiusto nelle politiche americane senza per questo rinunciare a criticare ciò che non funziona nel sistema cubano. Possiamo riconoscere il peso delle sanzioni senza trasformarle nella spiegazione di ogni problema e possiamo denunciare le responsabilità del governo cubano senza dimenticare che a pagare il prezzo più alto sono spesso coloro che hanno meno possibilità di scegliere e di farsi ascoltare.
Alla fine rimane una cosa molto semplice: davanti a un ospedale senza energia, a un bambino che ha bisogno di cure, a un anziano che cerca un medicinale o a una famiglia che non riesce a procurarsi il cibo, le grandi dispute geopolitiche diventano improvvisamente piccole. Prima delle ideologie vengono le persone. E davanti a un SOS la prima domanda non dovrebbe essere da quale parte politica provenga chi lo lancia, ma se quel grido corrisponda alla realtà. Nel caso di Cuba, purtroppo, la risposta è sì. Ed è proprio per questo che vale la pena ascoltarlo.
IL POST :
LETTERA APERTA AL MONDO
Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere
All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:
Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l'anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington.
E il mondo guarda dall'altra parte.
👵 DENUNCIA PER I MIEI NONNI
Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l'arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.
👶 DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI
Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali Paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.
Dov'è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l'infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?
🍽️ DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE
Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate.
La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio.
Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo “terrorismo della fame”.
⚕️ DENUNCIA DEI MIEI MEDICI
Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.
I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l'aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l'impero ci punisce per averlo realizzato.
🌍 AL MONDO DICO
Cuba non chiede l'elemosina.
Cuba non chiede soldati.
Cuba non chiede che ci amiate.
Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.
Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.
Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ.
Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano.
Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere.
Ai governi complici che tacciono:
La storia vi presenterà il conto.
Ai media che mentono:
La verità trova sempre una via d'uscita.
Ai carnefici che firmano sanzioni:
Il popolo cubano non dimentica e non perdona.
A coloro che hanno ancora umanità nel cuore:
Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?
Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.
Ikay Romay
✊🇨🇺💔
TRADOTTO E DIVULGATO DA ASSOCIAZIONE SVIZZERA-CUBA, SEZIONE TICINO
ticino@cuba-si.ch
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Questo è un GRIDO. E i gridi non si tengono per sé. Si ASCOLTANO. Si RIPETONO. Diventano una folla.
Oggi non ti chiedo un “mi piace”.
Ti chiedo di usare i tuoi pollici per qualcosa di più grande che scorrere lo schermo.
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Affinché il mondo sappia che a Cuba non c'è una crisi.
C'è un CRIMINE.
Perché le madri di altri Paesi sappiano che qui ci sono bambini che lottano in incubatrici spente a causa del blocco.
Perché i nonni di altre terre sappiano che qui ci sono anziani che muoiono in attesa di medicinali che Washington non lascia entrare.
Perché i governi complici provino vergogna.
Perché i media bugiardi non abbiano scampo.
Perché i carnefici sappiano che NON STAREMO ZITTI.
Una sola persona che condivide questo messaggio non cambia il mondo.
Migliaia, milioni, SÌ.
Non tenere questo testo per te.
Non essere complice del silenzio.
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SOS da Cuba
Un long appel venu de Cuba est également arrivé en Vallée d'Aoste, à travers les réseaux sociaux. Il s'agit de la version espagnole d'une lettre publiée le 13 février 2026 par Resumen Latinoamericano et signée par Ikay Romay. Au-delà des mots employés et des différentes lectures politiques de la situation cubaine, une question mérite toutefois d'être posée : que se passe-t-il réellement aujourd'hui dans l'île ? Car derrière les polémiques, les idéologies et les affrontements entre Washington et La Havane, il y a des personnes en chair et en os qui vivent une situation dramatique. Ikay Romay n'est pas un nom inventé pour construire une campagne sur les réseaux sociaux : c'est une actrice cubaine, notamment connue pour sa participation à Guantanamera, le film de Tomás Gutiérrez Alea et Juan Carlos Tabío. Son témoignage est donc celui d'une personne réelle qui a choisi de raconter, avec des mots très durs, la souffrance qu'elle voit autour d'elle.
Mais ce qui devrait nous intéresser, au-delà de l'orientation politique de cet appel, c'est surtout la réalité qui ressort de nombreuses sources internationales. Cuba traverse une crise extrêmement profonde : le carburant et l'énergie manquent, les hôpitaux fonctionnent dans des conditions de plus en plus difficiles, les coupures de courant compromettent des services essentiels, tandis que la disponibilité des médicaments et du matériel médical est devenue un problème majeur. Les Nations unies ont documenté les conséquences de la crise énergétique sur le système de santé, notamment les risques pour les patients qui dépendent d'équipements électriques et pour les nouveau-nés dans les couveuses. Au cours de l'année 2026, des dizaines de milliers d'interventions chirurgicales ont également été signalées comme ayant dû être reportées. Il ne s'agit donc pas d'une photographie fabriquée par les réseaux sociaux ou d'une histoire inventée pour alimenter une bataille idéologique : c'est une crise réelle, qui frappe surtout les personnes les plus fragiles, des enfants aux personnes âgées, des malades aux familles qui doivent chaque jour faire face au manque de biens essentiels.
Naturellement, lorsqu'on parle de Cuba, le débat devient immédiatement politique. D'un côté, certains attribuent presque entièrement la situation à l'embargo et aux sanctions des États-Unis ; de l'autre, certains considèrent que le système économique et politique cubain est le principal responsable des difficultés de l'île. La réalité, comme souvent, est plus complexe. Les sanctions américaines existent depuis des décennies et ont des conséquences concrètes : elles rendent plus difficiles de nombreuses opérations financières et commerciales et peuvent compliquer l'accès à des fournitures, des technologies, des pièces détachées et des financements. Il serait donc erroné de faire comme si l'embargo n'avait aucun poids dans la situation cubaine. Mais il serait tout aussi simpliste d'attribuer chaque problème exclusivement à Washington, en ignorant les faiblesses structurelles de l'économie cubaine, sa forte dépendance aux importations, le manque de devises, la crise de la production, les difficultés de gestion économique ainsi que les conséquences des catastrophes naturelles et de la crise énergétique. Le Programme alimentaire mondial, par exemple, décrit une situation alimentaire extrêmement délicate et souligne précisément la vulnérabilité de Cuba en raison de sa forte dépendance aux importations.
Il existe donc deux vérités qui peuvent et doivent coexister. La première est que le peuple cubain souffre et a besoin d'aide. La seconde est que les responsabilités de cette souffrance ne peuvent pas être expliquées par une seule cause. Cette distinction est importante, surtout à une époque où les réseaux sociaux tendent à transformer chaque tragédie en affrontement entre camps. Cuba devient ainsi, selon celui qui raconte l'histoire, soit la victime innocente de l'impérialisme américain, soit le résultat inévitable de l'échec du système castriste. Entre les deux, cependant, disparaissent précisément les personnes qui devraient être au centre du récit. Un enfant qui a besoin d'une couveuse n'est ni socialiste ni capitaliste. Une personne âgée qui attend un médicament n'est ni castriste ni anticastriste. Un médecin qui travaille sans suffisamment d'électricité n'est ni américain ni cubain. C'est simplement une personne prise dans une crise qu'elle n'a pas choisie.
Et Cuba mérite précisément pour cette raison un regard moins idéologique et plus humain. C'est aussi un pays qui, au fil des décennies, a développé des compétences importantes dans les domaines de la santé et de la recherche scientifique et qui, pendant la pandémie, a développé ses propres vaccins contre la Covid-19. Cette capacité mérite d'être reconnue, tout comme mérite le respect le travail des médecins et des professionnels de santé qui continuent à exercer dans des conditions extrêmement difficiles. Le problème est qu'aujourd'hui ces mêmes capacités risquent d'être étouffées par le manque d'énergie, de matériel, de pièces détachées et de ressources. Lorsqu'un hôpital ne parvient plus à garantir une alimentation électrique continue ou lorsqu'une intervention chirurgicale doit être reportée, le problème n'est plus seulement économique : il devient humain, social et moral.
C'est pourquoi le « SOS de Cuba » qui est également apparu sur les réseaux sociaux en Vallée d'Aoste devrait être lu avec attention, mais aussi avec esprit critique. Non pas parce que tout ce qui y est dénoncé devrait automatiquement être considéré comme vrai dans ses moindres détails, mais précisément parce que la situation réelle est suffisamment grave pour ne pas avoir besoin d'exagérations. La souffrance des Cubains n'a pas besoin d'être transformée en slogan, pas plus qu'elle ne doit être niée parce qu'elle est racontée par une personne qui exprime une position politique précise. Elle a simplement besoin d'être connue. Les Nations unies et plusieurs organisations internationales ont documenté les difficultés énergétiques, sanitaires et alimentaires de l'île ainsi que leur impact sur la population. Nous pouvons discuter pendant des années des responsabilités de Washington et de La Havane, nous pouvons continuer à nous diviser entre ceux qui considèrent l'embargo comme la principale cause de tous les maux et ceux qui estiment que le système cubain est responsable de la catastrophe, mais pendant ce temps, un peuple vit cette crise chaque jour.
Et c'est peut-être là que la situation cubaine peut aussi nous parler, à nous, Valdôtains. La Vallée d'Aoste est une petite communauté, avec son identité, sa langue, son histoire et son autonomie propres, et c'est précisément pour cette raison qu'elle devrait bien connaître la valeur de la solidarité entre petites communautés et le droit de chaque peuple à défendre sa dignité. L'autonomie ne signifie toutefois pas fermer les yeux sur les souffrances des autres : elle signifie, au contraire, comprendre combien il est important qu'une communauté puisse décider de son avenir sans être écrasée par les intérêts des plus puissants. Ce principe vaut pour une petite région européenne comme pour une petite île des Caraïbes, malgré les énormes différences entre les deux réalités.
Nous ne devons donc pas nécessairement choisir entre La Havane et Washington. Nous pouvons choisir de nous tenir du côté des personnes. Nous pouvons condamner ce que nous considérons comme injuste dans les politiques américaines sans pour autant renoncer à critiquer ce qui ne fonctionne pas dans le système cubain. Nous pouvons reconnaître le poids des sanctions sans en faire l'explication de chaque problème et nous pouvons dénoncer les responsabilités du gouvernement cubain sans oublier que ceux qui paient le prix le plus élevé sont souvent ceux qui ont le moins de possibilités de choisir et de se faire entendre.
Au bout du compte, il reste une chose très simple : devant un hôpital privé d'électricité, un enfant qui a besoin de soins, une personne âgée à la recherche d'un médicament ou une famille qui ne parvient pas à se procurer de la nourriture, les grandes querelles géopolitiques deviennent soudainement bien petites. Avant les idéologies, il y a les personnes. Et face à un SOS, la première question ne devrait pas être de savoir de quel camp politique provient celui qui le lance, mais si cet appel correspond à la réalité. Dans le cas de Cuba, malheureusement, la réponse est oui. Et c'est précisément pour cette raison qu'il vaut la peine de l'écouter.




