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ATTUALITÀ | 12 settembre 2026, 17:57

Dalla memoria al coraggio: Marco Sorbara a Locorotondo nel nome di Rita Atria

Il consigliere regionale valdostano al Premio Picciridda dedicato alla giovane testimone di giustizia. L’incontro con Piera Aiello e il progetto “La Gabbia – 4 passi per 2, Orizzonti di Coraggio”: trasformare un’esperienza personale in un messaggio rivolto soprattutto alle nuove generazioni

Al centro Marco Sorbara

Al centro Marco Sorbara

Ci sono incontri che non finiscono quando si spengono le luci di una piazza. Restano dentro, perché dietro ogni parola pronunciata c’è una vita, dietro ogni nome una storia e, soprattutto, dietro ogni storia una responsabilità.

È con questo sentimento che Marco Sorbara, consigliere regionale della Valle d’Aosta, ha partecipato a Locorotondo alla IV edizione del Premio Picciridda, appuntamento dedicato alla memoria di Rita Atria e ai temi della legalità, della giustizia e del contrasto alla cultura mafiosa. La manifestazione si è svolta venerdì 4 settembre 2026, alle 18, in piazza Aldo Moro, con l’introduzione di Piera Aiello, testimone di giustizia e cognata di Rita Atria.

La presenza di Sorbara in Puglia si inserisce in un percorso che, negli ultimi anni, ha portato la sua esperienza personale fuori dai confini della Valle d’Aosta, trasformandola in uno strumento di confronto con studenti, istituzioni e comunità. Un percorso nel quale il tema della libertà non viene affrontato soltanto dal punto di vista giudiziario o politico, ma anche da quello umano, educativo e sociale.

Al centro della serata c’era la figura di Rita Atria, la giovane siciliana che, ancora adolescente, scelse di rompere il muro del silenzio mafioso e di collaborare con la giustizia. La sua vicenda si intrecciò con quella di Piera Aiello e con il lavoro del giudice Paolo Borsellino, diventato per Rita un riferimento fondamentale. La sua morte, il 26 luglio 1992, pochi giorni dopo la strage di via D’Amelio, trasformò la sua storia in una delle testimonianze più dolorose e significative della lotta alla mafia.

Ricordare Rita Atria significa quindi parlare di mafia, ma anche di solitudine, paura e responsabilità collettiva. Significa chiedersi che cosa accade quando una persona trova la forza di rompere un sistema fondato sul silenzio e scopre, nello stesso tempo, quanto possa essere difficile sentirsi davvero protetta dalla comunità e dalle istituzioni.

È proprio questo il punto nel quale la vicenda di Sorbara incontra quella di Rita Atria, pur partendo da esperienze profondamente diverse. La parola chiave è coraggio: il coraggio di affrontare ciò che è accaduto, il coraggio di raccontarlo e quello, ancora più difficile, di trasformare una ferita personale in qualcosa che possa essere utile agli altri.

A Locorotondo la manifestazione ha riunito familiari di vittime innocenti, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, istituzioni e associazioni. Tra i premiati figuravano Massimo Caponnetto, figlio di Antonino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di Palermo; Pinuccio e Lella Fazio, genitori di Michele, ucciso a 16 anni e vittima innocente della criminalità mafiosa; Eugenia Pastore, moglie del maresciallo dei Carabinieri Carlo Legrottaglie; e Roberto Rossi, capo della Procura di Bari. La serata si è conclusa con lo spettacolo teatrale “Amuninni”, di e con Massimo Caponnetto.

Particolarmente forte è stato il messaggio dei genitori di Michele Fazio, perché richiama una responsabilità che va oltre il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. Le organizzazioni criminali possono essere contrastate attraverso indagini, arresti e processi, ma una società realmente impermeabile alla cultura mafiosa si costruisce anche molto prima: nelle famiglie, nelle scuole, nello sport, nelle associazioni e nelle comunità.

La prevenzione, in questo senso, non è soltanto una questione di sicurezza. È una questione educativa e culturale. Se ai ragazzi si insegna soltanto che cosa è vietato, si rischia di lasciare intatta la domanda più importante: perché scegliere il rispetto delle regole quando nessuno ci guarda? La legalità diventa realmente patrimonio comune quando viene percepita non come un'imposizione esterna, ma come una condizione necessaria per vivere insieme.

Anche il ricordo di Carlo Legrottaglie ha portato dentro la serata una dimensione diversa ma ugualmente profonda. Il brigadiere capo dei Carabinieri fu ucciso il 12 giugno 2025, a Francavilla Fontana, durante un intervento contro due persone sospette, proprio nell’ultimo giorno del suo servizio prima della pensione. Aveva 59 anni e sarebbe andato in pensione il 5 luglio 2025.

Sono storie differenti, quelle ricordate a Locorotondo, ma accomunate da una domanda: quanto vale il coraggio di una persona quando viene messo al servizio della comunità?

Il procuratore della Repubblica di Bari Roberto Rossi ha sintetizzato questo concetto con una frase particolarmente significativa: «Le comunità vincono, non le singole persone». Un’affermazione che sposta il baricentro dalla figura dell’eroe solitario alla forza delle relazioni, delle istituzioni e della partecipazione civile.

Ed è proprio il valore della comunità a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del percorso intrapreso da Sorbara. Il progetto “La Gabbia – 4 passi per 2, Orizzonti di Coraggio” nasce infatti dalla sua esperienza di 909 giorni di privazione della libertà e dall’idea di trasformare quella vicenda in un percorso rivolto soprattutto ai giovani. La metafora è quella di una cella di quattro passi per due che, invece di rimanere un luogo di chiusura, diventa uno strumento per parlare di libertà.

La “gabbia” diventa così anche quella invisibile nella quale possono trovarsi molti adolescenti: la solitudine, il bullismo, la paura di essere esclusi, la dipendenza dai giudizi altrui, il bisogno di apparire, le fragilità personali e sociali. Il progetto porta questi temi nelle scuole e negli spazi frequentati dai ragazzi, cercando di trasformare una storia individuale in un'occasione di confronto.

C’è anche una dimensione politica in questo percorso, e riguarda il rapporto tra istituzioni e cittadini. La politica, soprattutto quando affronta temi come giustizia, legalità e disagio giovanile, rischia di rimanere confinata nelle dichiarazioni solenni. Il valore di iniziative come questa sta invece nella capacità di creare occasioni di incontro e di ascolto.

Per Sorbara, la testimonianza sembra essere diventata una forma di impegno pubblico. Non una semplice rievocazione del passato, ma la scelta di mettere a disposizione degli altri ciò che quell’esperienza gli ha insegnato.

«La mafia cerca di isolare. Noi dobbiamo unire. La mafia vive di silenzio. Noi dobbiamo parlare. La mafia utilizza la paura. Noi dobbiamo rispondere con il coraggio». Sono parole che acquistano particolare significato se rivolte ai giovani, perché spostano il tema della legalità dal terreno della paura a quello della partecipazione.

La stessa impostazione emerge anche dal modo in cui Sorbara parla oggi della propria esperienza. Dopo 909 giorni di privazione della libertà e la successiva assoluzione definitiva, ha scelto di non trasformare quella vicenda soltanto in una battaglia personale, ma di utilizzarla come punto di partenza per discutere di libertà, responsabilità, giustizia e possibilità di ricominciare.

È una scelta che presenta anche una precisa dimensione sociale. Le vicende giudiziarie non riguardano infatti soltanto le persone direttamente coinvolte: possono incidere sulle famiglie, sul lavoro, sulle relazioni, sulla reputazione e sulla vita economica di una persona. Per questo il tema della giustizia non può essere separato da quello della dignità umana e della possibilità di reinserimento.

La prospettiva della giustizia riparativa, che Sorbara ha inserito tra i temi della propria attività pubblica, parte proprio da una domanda diversa: dopo una frattura, è possibile ricostruire? Non significa cancellare ciò che è accaduto, ma cercare strumenti attraverso i quali le persone possano recuperare responsabilità, relazioni e futuro.

In questa prospettiva, il collegamento tra Locorotondo e la Valle d’Aosta diventa qualcosa di più di un semplice viaggio. È la costruzione di una rete nazionale di testimonianze che mette insieme territori diversi e generazioni diverse. Una rete nella quale la memoria di Rita Atria dialoga con quella di Michele Fazio, con il sacrificio di Carlo Legrottaglie, con l'eredità di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e con le tante storie di persone che hanno scelto di non piegarsi alla paura.

La domanda finale, allora, non può essere soltanto chi ricordiamo. Deve essere anche che cosa siamo disposti a fare dopo aver pronunciato quei nomi.

Perché commemorare è importante, ma non basta. La memoria diventa davvero utile quando produce comportamenti, educazione, partecipazione e responsabilità. Quando entra nelle scuole, nelle famiglie, nelle istituzioni. Quando spinge un ragazzo a chiedere aiuto invece di chiudersi nel silenzio, un cittadino a non voltarsi dall’altra parte, un’istituzione a essere presente e una comunità a non lasciare solo chi sceglie la strada più difficile.

È probabilmente questo il senso più profondo del percorso che Marco Sorbara porta avanti attraverso “La Gabbia”: trasformare una storia personale in un servizio per gli altri.

Perché una gabbia può rappresentare una condanna, una paura o una ferita. Ma può anche diventare, se attraversata con consapevolezza, il punto dal quale ricominciare a guardare verso un orizzonte.

E allora la memoria non è più soltanto il ricordo di ciò che è stato. Diventa coraggio per ciò che ancora possiamo costruire.

je.fe.

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