/ CRONACA

CRONACA | 31 agosto 2026, 13:00

Elogio del progresso o rimpianto del passato?

Cassonetti nuovi, tessere magnetiche e sportelli tecnologici promettono di rendere più semplice la raccolta dei rifiuti. Ma quando un sacco non passa e una bottiglia va infilata una alla volta, il dubbio sorge spontaneo: siamo davvero davanti al progresso o abbiamo semplicemente complicato ciò che prima funzionava?

Elogio del progresso o rimpianto del passato?

Tutto nasce da un giro sui social: foto su foto di cassonetti stracolmi, immondizia abbandonata a terra, gente che si lamenta nei commenti senza che nessuno vada davvero a controllare come stanno le cose.

E allora, invece di limitarsi a condividere l'ennesimo post indignato, l'autore di questo articolo ha deciso di verificare di persona. Armato di metro, macchina fotografica e un paio di sacchetti di immondizia veri, si è recato sul posto per capire con i propri occhi — e le proprie mani — cosa si nasconde dietro quegli sportelli così lucidi e così, a quanto pare, poco pratici.

C'era una volta il Molok. Un buco largo, un tombino generoso, un cilindro democratico: tu arrivavi, aprivi, infilavi il sacco intero e in tre secondi eri già a casa a lavarti le mani — letteralmente e metaforicamente.

Poi qualcuno, in un ufficio dove l'aria condizionata è tarata sul minimo storico di buon senso, ha deciso che così era troppo semplice. Bisognava innovare.

E in Italia, si sa, innovare significa prendere una cosa che funziona e complicarla finché non funziona più, ma con un pannello touch e un QR code, così sembra moderna.

Ed ecco il capolavoro: cassonetti nuovi di zecca, lucidi, eleganti, dotati di tessera magnetica — perché ormai serve un badge sia per prelevare i soldi in banca sia per liberarsi di una bottiglia vuota. E chissà quale delle due operazioni l'ingegnere di turno considerava più delicata.

Lo sportello, visto da fuori, è ampio, quasi un metro di larghezza: promette comodità. Poi lo apri e scopri la fregatura: una lastra di metallo con due fori.

Due.

Da 20×30 centimetri, giusto il tempo di far entrare una bottiglia se la tieni di profilo e reciti una preghiera.

Il risultato lo vediamo nella prima foto: il cassonetto della plastica e dei metalli, quello con lo sportello "capiente", che però dietro nasconde la trappola dei due buchi da 20×30, straborda di sacchetti.

Perché nessuno ha voglia di fare il chirurgo dell'immondizia ogni sera dopo il lavoro, riaprire il sacchetto e, una manciata alla volta, infilare tutto in quelle due fessure.

I sacchi restano fuori, appoggiati, in bella mostra: un monumento vivente alla differenza tra "come dovrebbe funzionare sulla carta" e "come funziona davvero quando lo usa un essere umano stanco, con le buste della spesa in mano".

Nella seconda foto, il campione assoluto: il foro con una bottiglia infilata dentro, a dimostrazione che non è più un'apertura per versare un sacco, ma un confessionale per oggetti singoli.

Una bottiglia, dritta, in equilibrio, in posa per un servizio fotografico più che pronta per essere riciclata.

Perché quel buco è tarato per far entrare le bottiglie una alla volta, con calma, con grazia, come fosse un rito shintoista e non lo smaltimento del vetro del sabato sera.

Peccato che nei vecchi Molok si aprisse il coperchio, si versasse tutto e si andasse via in dieci secondi netti.

Ora, per svuotare un sacco medio, ci vogliono le stesse tempistiche di un cambio gomme in Formula 1, con la differenza che al box almeno qualcuno ti aiuta.

E aspettate l'inverno: lì la commedia diventa teatro dell'assurdo.

Il lettore di tessere che si blocca col gelo — perché elettronica e umidità sotto zero sono da sempre grandi amici. Lo sportello che si incastra tra ruggine e ghiaccio, come i portoni dei box auto ogni gennaio.

E l'utente, con le mani intirizzite, chino su un buco di 20×30, che infila una lattina alla volta mentre il termometro segna sotto zero e la tessera magnetica giace inerte, come se anche lei avesse deciso di andare in letargo.

Un quadro di rara poesia civica: la tecnologia al servizio del cittadino, purché il cittadino non chieda troppo.

Tipo che funzioni quando fa freddo.

A questo punto si potrebbe quasi sospettare un disegno perfido: più il conferimento è scomodo, più sacchi resteranno fuori, più foto circoleranno, più indignazione si accumulerà — e più facile sarà giustificare il prossimo appalto per l'ennesimo sistema "innovativo".

Ma no, è solo il solito classico: un ingegnere ha disegnato la fessura pensando a una bottiglietta d'acqua da mezzo litro, e nessuno gli ha mai detto che esistono anche le bottiglie di vino, le taniche, i barattoli di pelati e — sorpresa — famiglie intere che producono più di trecento grammi di rifiuti al giorno.

Nel frattempo, la soluzione pratica resta quella della foto numero uno: si butta quello che entra, il resto si appoggia lì accanto, e si spera che il "progresso", prima o poi, si accorga da solo di essere, oggettivamente, un passo indietro travestito da modernità.

Vittore Lume-Rezoli

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore