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CRONACA | 27 agosto 2026, 14:55

Il sentiero dei disabili abbandonato a Champdepraz: «Basta parole, ora deve tornare agibile»

A quasi due mesi dall’ultimo appello, il percorso accessibile di Chevrère resta in larga parte impraticabile per chi utilizza una carrozzina. L’Associazione Valdostana Paraplegici e la Disval tornano all’attacco dopo un sopralluogo effettuato il 22 agosto. Egidio Marchese: «Il sentiero deve tornare agibile prima possibile. Non bastano interventi cosmetici: servono fatti». Nel mirino anche una politica che troppo spesso rivendica attenzione alla disabilità senza garantire la manutenzione concreta delle infrastrutture realizzate per l’inclusione

C’è una domanda che, davanti alle condizioni del sentiero accessibile di Chevrère, a Champdepraz, diventa inevitabile: quanto valgono le parole quando poi, davanti a una persona in carrozzina, una strada pensata proprio per garantirne l’autonomia si trasforma in un percorso quasi impossibile da affrontare? Perché qui non si sta parlando di un’opera qualsiasi, né di una semplice passeggiata nel bosco che può essere lasciata al deterioramento naturale. Si parla di un’infrastruttura progettata e finanziata proprio per permettere alle persone con disabilità di vivere la montagna, e di farlo in condizioni di sicurezza e autonomia.

Eppure, a distanza di anni dalla sua realizzazione e dopo ripetute segnalazioni, il percorso continua a essere in condizioni che ne compromettono pesantemente la fruibilità. E la denuncia assume inevitabilmente anche un significato politico: mentre la disabilità viene citata sempre più spesso nei programmi, nei convegni, nei comunicati e nelle dichiarazioni pubbliche, nella realtà quotidiana una persona in carrozzina continua a trovare ostacoli anche là dove, almeno sulla carta, quegli ostacoli avrebbero dovuto essere eliminati.

A riportare l’attenzione sulla situazione è Egidio Marchese, presidente dell’Associazione Valdostana Paraplegici e della Disval, che il sabato 22 agosto ha effettuato un nuovo sopralluogo sul tracciato insieme ad altre quattro persone con disabilità in carrozzina, componenti attivi delle associazioni. Una verifica sul campo, dunque, non una valutazione teorica. E il risultato, ancora una volta, è tutt’altro che rassicurante.

«Qualcosa è stato fatto, ma troppo poco per restituire alle persone con disabilità un sentiero nato proprio per consentire loro di vivere la montagna in autonomia e sicurezza», sottolinea Marchese. Il presidente dell’Associazione Valdostana Paraplegici e della Disval non usa giri di parole: «Il sentiero accessibile di Champdepraz è ancora quasi impraticabile, deve tornare agibile prima possibile».

Rispetto alla situazione denunciata alla fine di giugno 2025, qualche intervento c’è stato. L’erba è stata tagliata in alcuni punti e una staccionata è stata riparata. Ma sarebbe proprio questa la fotografia più impietosa della situazione: dopo mesi di segnalazioni, la risposta concreta appare ancora affidata a interventi minimi, insufficienti a risolvere il problema principale.

Il fondo del sentiero rimane infatti sconnesso e ricoperto di pietre, con buche e ostacoli che rendono estremamente difficoltosa, pericolosa e in alcuni tratti impossibile la percorrenza con una carrozzina manuale. Anche quelle elettriche, pur offrendo capacità di superamento degli ostacoli decisamente maggiori, vengono messe seriamente alla prova dalle condizioni del tracciato.

Non è una questione estetica. Non è il prato tagliato male, la staccionata che necessita di una riparazione o il pannello informativo deteriorato. È una questione di accessibilità reale. Se una persona in carrozzina non riesce a percorrere il sentiero, quel sentiero, indipendentemente da come viene definito nei progetti, nei cartelli o nei comunicati ufficiali, non è accessibile.

Ed è qui che la vicenda diventa particolarmente difficile da giustificare per chiunque abbia responsabilità amministrative e politiche. Perché è facile dichiararsi dalla parte delle persone con disabilità. È facile parlare di inclusione, abbattimento delle barriere architettoniche, turismo accessibile e pari opportunità. Molto più difficile, evidentemente, sembra essere garantire la manutenzione quotidiana di ciò che è stato realizzato proprio per trasformare quei principi in diritti concreti.

La domanda, allora, è semplice: che senso ha investire risorse pubbliche per creare un percorso accessibile se poi non si trovano, negli anni successivi, le risorse e soprattutto la volontà amministrativa necessarie per mantenerlo tale?

Il sentiero di Chevrère, situato a circa 1.300 metri di quota, non è nato per caso. È stato realizzato nell’ambito del progetto «Intégration et Bien-Être dans les Alpes», promosso dalla Regione Valle d’Aosta attraverso i fondi del programma europeo Interreg Alcotra 2007-2013. La progettazione era esplicitamente orientata all’accessibilità: fondo in terra e pietrisco rullato, larghezza adeguata, pendenze contenute, panchine e pannelli informativi. In corrispondenza di un attraversamento particolarmente delicato era stato inoltre realizzato un tratto in cemento proprio per assicurare la continuità della percorrenza.

Dunque, non siamo davanti a un sentiero nato con caratteristiche incompatibili con la mobilità delle persone con disabilità. Al contrario: l’accessibilità era una delle ragioni fondamentali della sua realizzazione.

Ed è proprio questo che rende ancora più paradossale la situazione odierna. Un’opera pensata per abbattere una barriera rischia di diventare essa stessa una barriera.

L’Associazione Valdostana Paraplegici e la Disval non denunciano peraltro un problema emerso improvvisamente quest’estate. Le condizioni del percorso erano già state portate all’attenzione pubblica nel giugno e nell’agosto 2025. A quelle segnalazioni, secondo quanto riferito dalle associazioni, erano seguite rassicurazioni da parte dell’Amministrazione comunale, ma senza che gli interventi successivi riuscissero a risolvere definitivamente la situazione.

È proprio la ripetizione del problema a rendere oggi la protesta più dura. Perché una segnalazione può essere dimenticata, un intervento può subire un ritardo, una manutenzione può slittare. Ma quando le segnalazioni si accumulano e il problema rimane, diventa legittimo chiedersi se non ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui viene concepita la manutenzione dell’accessibilità.

«L’accessibilità non è un lusso né un progetto da esibire quando arrivano i finanziamenti europei», aveva già affermato Marchese nel precedente appello. Una frase che oggi assume un peso ancora maggiore. Perché il vero banco di prova di un’amministrazione non è inaugurare un’opera accessibile, ma fare in modo che quella stessa opera continui a esserlo anche dopo dieci, quindici o vent’anni.

La questione riguarda anche il denaro pubblico. Un investimento finanziato con risorse pubbliche, comprese quelle derivanti da programmi europei, non dovrebbe essere considerato concluso con la fine dei lavori e l’inaugurazione. Ogni infrastruttura necessita di manutenzione, ma nel caso dell’accessibilità la manutenzione assume un valore ulteriore: garantisce che l’investimento continui a produrre il beneficio sociale per il quale è stato concepito.

Se una strada perde la propria funzione perché il fondo si deteriora, si interviene. Se un impianto pubblico diventa inutilizzabile, si programma una manutenzione. Perché dovrebbe essere diverso per un percorso accessibile? Anzi, proprio perché riguarda persone che incontrano quotidianamente ostacoli alla mobilità, dovrebbe esserci un’attenzione ancora maggiore.

Il rischio, altrimenti, è quello di una forma di discriminazione indiretta difficilmente compatibile con una società che afferma di voler garantire pari opportunità. La persona senza disabilità può arrivare davanti a un tratto sconnesso e superarlo a piedi. La persona in carrozzina può essere costretta a tornare indietro. La differenza non è teorica: significa che una stessa infrastruttura offre a due cittadini possibilità completamente diverse di utilizzo.

E allora l’accessibilità non può essere ridotta a una categoria da inserire nei documenti di programmazione. Deve essere verificata sul terreno, con gli occhi e soprattutto con l’esperienza di chi quella barriera è costretto ad affrontarla ogni giorno.

Per questo Marchese chiede che entro marzo 2027 il sentiero venga completamente ripristinato e torni a essere realmente fruibile dalle persone con disabilità. Non un intervento tampone, non una sistemazione destinata a durare pochi mesi, ma un intervento capace di restituire al percorso le caratteristiche per le quali era stato progettato.

La richiesta è rivolta all’Amministrazione comunale di Champdepraz e a tutti gli enti che, a diverso titolo, possano avere competenze sul percorso. E contiene anche un avvertimento preciso: se la situazione non verrà risolta, le associazioni sono pronte a rivolgersi alle altre sedi competenti per tutelare il diritto delle persone con disabilità a utilizzare un’infrastruttura pubblica realizzata espressamente per essere accessibile.

È una richiesta che dovrebbe mettere in difficoltà non soltanto chi ha la responsabilità diretta della manutenzione, ma l’intero sistema politico e amministrativo. Perché sulla disabilità, ormai, nessuno sembra voler apparire contrario. Il problema è che la sensibilità non si misura dalle dichiarazioni, ma dai risultati. E un sentiero impraticabile per una persona in carrozzina è un risultato che parla molto più forte di qualsiasi comunicato.

La Valle d’Aosta ama presentarsi come terra della montagna, dell’accoglienza e della qualità della vita. Ma una montagna davvero inclusiva non può essere quella che offre percorsi accessibili sulla carta e poi li lascia degradare fino a renderli inutilizzabili. Il turismo accessibile non è una nicchia, così come non lo è il diritto di una persona con disabilità a vivere il territorio. È una questione di civiltà, ma anche di economia e di credibilità per una regione che vuole promuovere il proprio patrimonio naturale a tutti.

La vicenda di Chevrère dovrebbe quindi diventare qualcosa di più di una nuova denuncia. Dovrebbe essere l’occasione per interrogarsi sul destino di tutte le infrastrutture realizzate per l’accessibilità in Valle d’Aosta: quante vengono controllate periodicamente? Quante hanno un piano di manutenzione? Quante, dopo l’inaugurazione, continuano davvero a essere utilizzabili dalle persone per cui erano state progettate?

Perché il punto, alla fine, è terribilmente semplice. Un’opera accessibile che non può essere utilizzata non è un’opera accessibile. E continuare a parlare di inclusione mentre una persona in carrozzina deve rinunciare a percorrere un sentiero costruito proprio per lei rischia di trasformare una nobile parola in una vuota dichiarazione di principio.

A Champdepraz ora c’è una scadenza indicata con chiarezza: marzo 2027. Sarà il momento di verificare se alle promesse seguiranno finalmente i fatti. Perché per chi vive la disabilità ogni giorno, l’inclusione non può aspettare il prossimo comunicato, la prossima inaugurazione o la prossima campagna elettorale. Deve cominciare da una cosa molto più concreta: poter andare dove gli altri possono andare.

pi.mi.

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