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Velina Rossonera e Arcobaleno | 23 luglio 2026, 20:58

Il sindaco che dice di far chiarezza

A ogni critica, a ogni dubbio sollevato dalle opposizioni, dalle categorie economiche o dai cittadini, dal Municipio arriva puntuale un comunicato per "fare chiarezza". Una formula ormai ricorrente che, più che dissipare i dubbi, sembra servire a riscrivere la narrazione politica, attribuendo all'Amministrazione il ruolo di chi realizza scelte maturate altrove e scaricando su altri il peso delle decisioni più controverse

Il sindaco che dice di far chiarezza

C'è un'espressione che sta diventando il marchio di fabbrica dell'Amministrazione comunale di Aosta: "fare chiarezza". La si ritrova ormai con una puntualità quasi svizzera in ogni comunicato diffuso dopo una polemica, una contestazione o una presa di posizione delle opposizioni, delle categorie economiche o semplicemente dei cittadini. È successo con la Torre di Arpuilles, è successo con il progetto del supermercato nel Quartiere Dora e, con ogni probabilità, succederà ancora. Se esistesse una delega assessorile alla chiarezza, sarebbe probabilmente quella più esercitata di tutta la Giunta.

L'ultimo comunicato, diffuso giovedì 23 luglio, non fa eccezione. Il Comune interviene per spiegare che il progetto del Quartiere Dora nasce dall'ascolto dei residenti, che l'iter urbanistico è ancora aperto, che nessuna decisione è irreversibile e che Confcommercio potrà presentare osservazioni. Tutto corretto dal punto di vista procedurale. Ma il dato politico è un altro: se c'è continuamente bisogno di "fare chiarezza", forse significa che qualcosa nella comunicazione o nella condivisione preventiva delle scelte non ha funzionato.

Il copione, ormai, è riconoscibile. Arriva una critica. Segue un comunicato istituzionale. Si ribadisce che tutto è stato fatto nel rispetto delle norme, che il confronto è aperto, che qualcuno ha capito male e che l'Amministrazione è vittima di una narrazione distorta. Il risultato, però, è che la chiarezza finisce spesso per coincidere con un esercizio di redistribuzione delle responsabilità.

Sulla Torre di Arpuilles, ad esempio, il messaggio è stato che il Comune non faceva altro che dare seguito a percorsi già avviati. Sul Quartiere Dora la sostanza non cambia: il progetto viene presentato come la naturale risposta alle esigenze del territorio, mentre le eventuali criticità vengono ricondotte alle trasformazioni del commercio, all'e-commerce, alle dinamiche demografiche o alle interpretazioni sbagliate di chi solleva dubbi. Insomma, le responsabilità sembrano sempre appartenere a qualcun altro, mentre i meriti finiscono inevitabilmente per ricadere sull'attuale Amministrazione.

È una tecnica comunicativa raffinata: trasformare ogni contestazione nell'occasione per riaffermare la propria immagine di amministratori pazienti, trasparenti e razionali. Il problema è che la politica non vive soltanto di comunicati. Vive soprattutto di confronto preventivo, di mediazione e di decisioni condivise. E quando le precisazioni arrivano sempre dopo lo scontro, inevitabilmente danno l'impressione di rincorrere gli eventi anziché guidarli.

In questo schema si inserisce perfettamente anche l'assessora al Commercio Simonetta Salerno, che nel comunicato ribadisce la disponibilità al dialogo con Confcommercio, definita una componente importante del tessuto economico valdostano. Parole difficilmente contestabili. Ma il punto resta sempre lo stesso: se il dialogo è davvero così centrale, perché le categorie arrivano così spesso a contestare pubblicamente le scelte del Comune? La sensazione è che il confronto venga evocato più volentieri nei comunicati che nei tavoli dove le decisioni prendono forma. Le porte vengono dichiarate aperte quando il dibattito è già esploso, mentre il coinvolgimento preventivo continua a essere il grande assente.

L'impressione è che la Giunta abbia ormai sostituito il governo politico con la pedagogia amministrativa. Ai cittadini non si dice tanto "abbiamo scelto questo", quanto piuttosto "vi spieghiamo perché dovreste capire che è giusto". Una differenza sottile ma decisiva. Perché amministrare significa assumersi la responsabilità delle decisioni, anche quando sono impopolari, non limitarsi a spiegare perché le contestazioni sarebbero frutto di incomprensioni.

Naturalmente ogni amministrazione ha il diritto — e spesso il dovere — di chiarire il proprio operato. Ma quando la "chiarezza" diventa una rubrica permanente, il rischio è che smetta di essere uno strumento di trasparenza per trasformarsi in un riflesso automatico di autodifesa politica. E allora la domanda nasce spontanea: se bisogna fare chiarezza praticamente ogni settimana, il problema è davvero chi non capisce o, più semplicemente, chi continua a raccontare decisioni già prese come se fossero ancora tutte da discutere?

Forse la vera chiarezza sarebbe un'altra: rivendicare apertamente le proprie scelte, senza attribuire ad altri il peso delle conseguenze e senza intestarsi come conquiste politiche decisioni maturate lungo percorsi già avviati. Perché la trasparenza non consiste nel pubblicare un comunicato dopo ogni polemica. Consiste nel costruire consenso prima che la polemica esploda. E questa, almeno finora, sembra essere la chiarezza che continua a mancare.

red

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