Il tema non è tecnico, né marginale. È una di quelle questioni che, sotto traccia, stanno iniziando a cambiare il modo in cui lo Stato pensa ai servizi pubblici essenziali. La scuola dell’infanzia, in particolare, diventa oggi il punto più sensibile di un sistema che si confronta con estati sempre più lunghe, anticipate e aggressive. E il CNDDU lo dice senza giri di parole: così com’è, il calendario scolastico non regge più l’urto climatico.
Nel documento diffuso dal Coordinamento si parte da un dato ormai evidente: la scuola dell’infanzia termina il 30 giugno, mentre primaria e secondaria chiudono mediamente nella prima metà di giugno, con uno scarto di circa tre settimane. Una differenza che, secondo il CNDDU, un tempo poteva avere una logica organizzativa e pedagogica, ma che oggi si scontra con una realtà climatica profondamente mutata.
Il passaggio più netto arriva quando si descrive la situazione degli edifici scolastici. Le temperature, soprattutto nel Centro-Sud, superano spesso i 35 °C già nella seconda metà di giugno, mentre molte strutture dell’infanzia non dispongono di climatizzazione o sistemi adeguati di raffrescamento. In questo contesto, afferma il Coordinamento, “i bambini risultano particolarmente vulnerabili agli effetti delle elevate temperature”, e lo stesso personale docente e ATA è esposto a condizioni di lavoro difficili da sostenere.
Il presidente del CNDDU, il professor Romano Pesavento, insiste sul punto con una lettura che intreccia diritto e realtà quotidiana. In una delle formulazioni centrali del documento si legge: “La questione non riguarda semplicemente il comfort ambientale. Riguarda il diritto delle bambine e dei bambini a vivere un’esperienza educativa di qualità, il diritto dei lavoratori a operare in condizioni sicure e il dovere delle istituzioni di organizzare i servizi pubblici secondo criteri di ragionevolezza, efficacia e prevenzione”. Una frase che sposta il dibattito dal piano organizzativo a quello dei diritti fondamentali.
Il ragionamento si ancora poi ai principi costituzionali: l’articolo 32 sulla tutela della salute, l’articolo 34 sul diritto all’istruzione e l’articolo 97 sul buon andamento della pubblica amministrazione. A questi si affianca il riferimento al Decreto Legislativo n. 81 del 2008, che impone la valutazione dei rischi anche legati allo stress termico negli ambienti di lavoro. Un impianto normativo che, secondo il CNDDU, rende ormai non più rinviabile una revisione delle condizioni operative delle scuole.
C’è poi un passaggio politico e sociale che il Coordinamento sottolinea con particolare forza: l’asimmetria tra ordini scolastici. Mentre gli studenti più grandi terminano le lezioni prima del picco estivo, i più piccoli restano invece esposti proprio nel periodo più critico. Una differenza che, nel documento, viene definita come “meritevole di verifica alla luce dei principi di proporzionalità, uguaglianza e tutela della salute”.
Pesavento, in questo senso, rilancia una proposta che non è solo tecnica ma sistemica: aprire un tavolo nazionale con Ministero dell’Istruzione e del Merito, Ministero della Salute, Regioni, ANCI, sindacati ed esperti di clima e sanità pubblica. L’obiettivo è arrivare a una revisione condivisa del calendario della scuola dell’infanzia, ma anche a una riflessione più ampia sull’organizzazione complessiva del sistema educativo.
Nel testo si chiede inoltre che ogni istituto aggiorni il Documento di Valutazione dei Rischi, introducendo in modo esplicito il rischio da stress termico e individuando misure concrete di prevenzione. Un punto che apre anche un fronte economico non secondario: adeguare gli edifici scolastici significa investimenti, manutenzione, climatizzazione, e quindi una pianificazione che chiama in causa Stato, Regioni ed enti locali.
Non manca infine una visione di sistema. Il CNDDU propone di valutare una possibile uniformazione della data di fine delle lezioni tra tutti gli ordini di scuola, salvaguardando il monte ore annuale previsto. Secondo Pesavento, “un calendario maggiormente omogeneo favorirebbe l’equità del sistema scolastico, la tutela della salute, una migliore conciliazione tra tempi di vita e lavoro delle famiglie e una più razionale organizzazione del servizio pubblico di istruzione”.
La riflessione si chiude su un piano più ampio, quasi di prospettiva storica. Il cambiamento climatico non viene trattato come emergenza episodica, ma come condizione strutturale destinata a ridefinire anche le politiche educative. E qui il messaggio politico è implicito ma chiaro: la scuola non può restare ferma a modelli organizzativi pensati per un clima che non esiste più.
In controluce, la questione diventa allora più grande della sola scuola dell’infanzia. È una domanda sul ruolo dello Stato nella gestione dei diritti in un contesto ambientale cambiato. E su quanto rapidamente le istituzioni siano in grado di adattare servizi fondamentali come l’istruzione a una realtà che, ormai, non aspetta più nessuno.













