C'è un'antica verità che la politica italiana continua ostinatamente a confermare: certe gravidanze sarebbe meglio evitarle.
Matteo Salvini, convinto di aver trovato l'arma definitiva per riconquistare gli elettori più radicali, ha partorito Roberto Vannacci. Non gli è bastato candidarlo alle elezioni europee. Lo ha addirittura promosso a vicesegretario della Lega, spalancandogli le porte di un partito che, piaccia o no, era nato con una storia autonomista, federalista e territoriale.
L'operazione sembrava geniale. In realtà si è rivelata un parto podalico.
Oggi il figlio politico ha mollato il padre e gli sta portando via il patrimonio. Il vecchio proverbio dice "parenti serpenti". In questo caso il serpente non si è limitato a mordere la mano che lo ha nutrito: ha deciso direttamente di divorarsi il pollaio.
Salvini pensava di usare Vannacci come calamita elettorale. È finita che Vannacci sta usando Salvini come trampolino ormai consumato.
Del resto, chi semina estremismo non dovrebbe stupirsi se raccoglie qualcuno ancora più estremo.
Il generale ha costruito la propria notorietà alimentando polemiche contro immigrati, persone omosessuali, femminismo e multiculturalismo, fino ad arrivare a sostenere una politica di "remigrazione", cioè il drastico ridimensionamento della presenza straniera in Italia. Non più soltanto fermare gli sbarchi, ma riportare indietro chi già vive nel nostro Paese. Una proposta che sposta ulteriormente l'asse del dibattito pubblico verso una concezione identitaria sempre più radicale.
Persino Giorgia Meloni, che certo non può essere accusata di appartenere alla sinistra radical chic, oggi si ritrova incalzata da una destra ancora più estrema. E chi ha acceso quella miccia? Proprio Matteo Salvini.
La politica insegna che quando insegui l'estremismo, l'estremismo ti sorpassa sempre a destra. È una legge quasi fisica.
La Lega, che un tempo parlava di autonomie, federalismo fiscale, territori, imprese e amministrazione locale, si è progressivamente trasformata in un contenitore dove il volume delle provocazioni ha sostituito quello delle idee. Quando abbassi continuamente l'asticella del confronto, prima o poi arriva qualcuno disposto ad abbassarla ancora di più.
Ed ecco Vannacci.
Se Salvini gridava, lui urla.
Se Salvini provocava, lui rincara.
Se Salvini cercava lo scontro, lui lo trasforma in identità politica.
È la versione "extra strong" del salvinismo.
Il risultato è quasi comico. Salvini aveva pensato di allevare un falco per intimorire gli avversari. Si è ritrovato un rapace che gli porta via direttamente il pranzo.
La satira, però, lascia presto spazio alla preoccupazione.
Quando il consenso si conquista spostando ogni volta il confine dell'accettabile un po' più in là, il rischio è che il dibattito pubblico smetta di discutere di lavoro, sanità, imprese, autonomie, giovani e sviluppo per trasformarsi in una gara permanente a chi urla lo slogan più duro.
È una corsa che impoverisce tutti.
La Lega ha creduto di poter cavalcare la tigre dell'estremizzazione. Oggi scopre una lezione vecchia quanto la politica: la tigre non si cavalca. Prima o poi si gira.
E allora viene quasi da sorridere pensando a quel parto politico celebrato come un colpo di genio. Oggi l'unica cosa che resta da chiedersi è se Salvini debba semplicemente prendere atto dell'errore.
O se, dopo aver partorito il proprio concorrente più pericoloso, non debba presentare le dimissioni... almeno come ostetrico della destra italiana.
Dimissioni per parto




