Ci sono momenti nei quali le parole non bastano. O forse vengono semplicemente meno, perché ciò che accade supera ogni limite dell'accettabile. La chiusura per due lunghi anni delle gallerie di Sorreley non rappresenta soltanto un problema di viabilità o un inevitabile disagio legato a lavori infrastrutturali. È diventata il simbolo di una Valle d'Aosta governata senza visione, senza autorevolezza e, soprattutto, senza il minimo rispetto nei confronti dei propri cittadini. Quando una decisione destinata a cambiare la vita quotidiana di migliaia di persone viene subita senza che nessuno senta il dovere di alzare la voce, di pretendere spiegazioni o di difendere gli interessi del territorio, allora il problema non è più soltanto la chiusura di un'autostrada. Il problema è la qualità della politica.
L'ultimo comunicato diffuso dalla Presidenza della Regione ne è la dimostrazione più evidente. Poche righe, fredde, impersonali, quasi notarili, nelle quali ci si limita a informare che la SAV "ha formalmente confermato" la chiusura del raccordo autostradale A5-SS27 del Gran San Bernardo dal 15 giugno fino al 30 giugno 2027. Nessuna spiegazione politica. Nessuna assunzione di responsabilità. Nessuna parola rivolta ai cittadini che subiranno quotidianamente le conseguenze di questa scelta. Nessun segnale che lasci intendere come qualcuno abbia realmente cercato di difendere gli interessi della comunità valdostana. La Regione si è limitata a fare da passacarte, trasmettendo una decisione altrui come se fosse un semplice fatto amministrativo e non una questione politica di enorme rilevanza.
Eppure la Regione non è un soggetto estraneo. È presente negli organi di governo della concessionaria, nomina propri rappresentanti, dispone di strumenti politici e istituzionali e intrattiene rapporti diretti con lo Stato. Non è un osservatore impotente. O almeno non dovrebbe esserlo. E invece, di fronte a una decisione destinata a stravolgere per oltre due anni la mobilità della Valle d'Aosta e a compromettere uno dei principali collegamenti internazionali con la Svizzera, ha scelto la strada più comoda: il silenzio. O, peggio ancora, la rassegnazione.
L'aspetto più sconcertante è che questa vicenda non è arrivata all'improvviso. Dal 2021 la SAV ha progressivamente limitato la circolazione nelle gallerie di Sorreley. Era evidente che si stesse preparando un intervento di grande portata. Per quattro anni vi è stato tutto il tempo necessario per costruire un confronto serio con la concessionaria, individuare soluzioni alternative, programmare i cantieri in modo razionale e ridurre al minimo i disagi. Quattro anni nei quali sarebbe stato possibile fare politica nel senso più alto del termine. Invece non è stato fatto nulla di tutto questo.
Anzi, si è arrivati al paradosso. Mentre la chiusura del raccordo autostradale era già nota e programmata, sono stati avviati contemporaneamente altri cantieri lungo la strada statale che conduce al Traforo del Gran San Bernardo, proprio l'arteria destinata ad assorbire gran parte del traffico deviato dall'autostrada. È difficile immaginare un esempio più evidente di incapacità programmatoria. Due infrastrutture strategiche per la mobilità valdostana vengono interessate nello stesso periodo da importanti limitazioni senza che nessuno abbia ritenuto necessario coordinare tempi e interventi. Non è sfortuna. Non è fatalità. È il risultato di una gestione pubblica priva di coordinamento, di pianificazione e di una visione complessiva.
Le conseguenze sono facilmente prevedibili: code interminabili, tempi di percorrenza incerti, disagi quotidiani per i pendolari, costi aggiuntivi per le imprese, inevitabili ripercussioni sul turismo e un collegamento internazionale con la Svizzera trasformato in un percorso a ostacoli. Tutto questo era prevedibile. Tutto questo avrebbe potuto essere almeno attenuato con una programmazione seria. E invece si è preferito arrivare all'ultimo momento limitandosi a comunicare l'inevitabile.
Ma ciò che lascia davvero senza parole è il livello raggiunto dal dibattito politico. Sentire una sindaca liquidare la questione affermando che "i valdostani sanno trovare le strade per evitare gli ingorghi" significa aver completamente smarrito il senso delle istituzioni. È una frase che trasforma un problema collettivo in una questione di semplice adattamento individuale, come se la qualità delle infrastrutture dipendesse dall'abilità degli automobilisti nel trovare scorciatoie anziché dalla capacità delle istituzioni di garantire una mobilità efficiente. Non è una battuta rassicurante. È, al contrario, la certificazione di una preoccupante rassegnazione.
La politica dovrebbe servire esattamente a evitare situazioni come questa. Dovrebbe negoziare, pretendere, pianificare, coordinare e difendere il territorio. Invece, nelle stesse settimane in cui si decideva il futuro della principale direttrice verso la Svizzera, una parte della classe politica sembrava molto più impegnata a discutere di ricorsi elettorali, di esclusioni dalle liste e di presunte violazioni delle norme elettorali che non a occuparsi di un problema destinato a condizionare la vita quotidiana dei valdostani per oltre settecento giorni. È difficile non cogliere l'enorme distanza che si è creata tra le priorità della politica e quelle dei cittadini.
La verità è ancora più amara. Questa vicenda racconta una Regione che sembra aver progressivamente rinunciato a esercitare fino in fondo il proprio ruolo istituzionale, una politica incapace di far valere la propria autorevolezza nei confronti di una concessionaria e un'autonomia speciale che, proprio quando dovrebbe dimostrare la propria utilità, appare incapace perfino di incidere sulle decisioni che riguardano direttamente il territorio. A cosa serve rivendicare competenze speciali se poi, davanti a una questione così strategica per l'economia, i trasporti e i rapporti con la Svizzera, nessuno riesce a far sentire la propria voce?
Mentre i cittadini trascorreranno ore negli ingorghi, qualcuno continuerà probabilmente a parlare di eccellenze, di resilienza e della capacità del territorio di adattarsi alle difficoltà. Ma qui non c'è alcuna eccellenza da celebrare. C'è arroganza amministrativa. C'è mediocrità gestionale. C'è incapacità cronica di programmare. C'è assenza di coordinamento tra gli enti. C'è superficialità politica. C'è una classe dirigente che sembra aver smesso di governare gli eventi per limitarsi a comunicarli quando ormai sono diventati inevitabili. E c'è, soprattutto, una crescente distanza tra chi amministra e chi ogni giorno dovrà sopportarne le conseguenze.
La chiusura delle gallerie di Sorreley non rappresenta soltanto un enorme cantiere infrastrutturale. È il monumento più evidente all'impotenza della politica valdostana. E forse l'aspetto più inquietante è proprio questo: nessuno sembra più indignarsi davvero. Quando una comunità finisce per considerare normali l'inefficienza, l'improvvisazione e la rassegnazione, il problema non sono più soltanto le gallerie chiuse. È la dignità stessa di un'intera classe dirigente che rimane irrimediabilmente esposta al giudizio dei cittadini.

Senza parole
Il est des moments où les mots ne suffisent plus. Ou peut-être disparaissent-ils tout simplement, tant ce qui se produit dépasse les limites de l'acceptable. La fermeture pendant deux longues années des tunnels de Sorreley n'est pas seulement un problème de circulation. Elle est devenue le symbole d'une Vallée d'Aoste gouvernée sans vision, sans autorité politique et, surtout, sans le moindre respect pour ses citoyens. Car lorsqu'une décision d'une telle portée est imposée à tout un territoire sans qu'aucune voix institutionnelle ne s'élève pour la contester ou au moins l'expliquer, c'est la crédibilité même des institutions qui s'effondre.
Le dernier communiqué de la Présidence de la Région en est la parfaite illustration. Quelques lignes sèches, impersonnelles, presque notariales, se limitant à informer que la SAV « a formellement confirmé » la fermeture de la liaison autoroutière A5-SS27 du Grand-Saint-Bernard du 15 juin 2026 au 30 juin 2027. Pas une explication politique. Pas une prise de responsabilité. Pas un mot d'excuse envers les milliers d'usagers qui subiront les conséquences de cette décision. Pas le moindre signe laissant penser que quelqu'un ait réellement tenté de défendre les intérêts de la communauté valdôtaine. La Région s'est contentée de jouer le rôle de simple facteur, transmettant une décision prise ailleurs comme si elle n'avait aucun pouvoir, aucune influence et aucune responsabilité.
Pourtant, la Région n'est pas un spectateur extérieur. Elle siège dans les organes de gouvernance de la société concessionnaire. Elle y désigne ses représentants. Elle dispose d'outils politiques, institutionnels et de relations avec l'État. Or, face à une décision qui bouleverse durablement la mobilité de toute la Vallée d'Aoste et compromet l'un des principaux axes internationaux reliant l'Italie à la Suisse, elle a choisi le silence. Ou, pire encore, la résignation. Comme si tout cela était inévitable.
Le plus grave est que cette situation n'a rien d'imprévisible. Depuis 2021, la SAV impose progressivement des restrictions de circulation dans ces tunnels. Chacun savait que des travaux d'ampleur se préparaient. Pendant quatre longues années, les pouvoirs publics disposaient du temps nécessaire pour négocier des solutions, organiser des alternatives crédibles, coordonner les différents chantiers et limiter les conséquences pour les habitants, les entreprises et les touristes. Rien de tout cela n'a été fait.
Au contraire. Alors même que la fermeture de l'autoroute était programmée depuis longtemps, d'autres travaux ont été lancés sur la route nationale conduisant au tunnel du Grand-Saint-Bernard, précisément l'itinéraire qui devra absorber l'essentiel du trafic détourné. Fallait-il vraiment autant d'improvisation pour parvenir à une telle accumulation d'obstacles ? Comment est-il possible que deux infrastructures aussi stratégiques soient perturbées simultanément sans qu'aucune coordination digne de ce nom n'ait été mise en place ? Cette situation n'est pas le fruit de la malchance ; elle est le résultat d'une incapacité manifeste à programmer, à dialoguer et à gouverner.
Les conséquences sont déjà connues avant même le début des travaux : embouteillages quotidiens, temps de parcours imprévisibles, difficultés pour les travailleurs pendulaires, coûts supplémentaires pour les entreprises, préjudice pour le tourisme et affaiblissement d'une liaison internationale essentielle entre la Vallée d'Aoste et la Suisse. Tout cela était prévisible. Tout cela aurait pu être, sinon évité, du moins considérablement atténué.
Mais ce qui laisse véritablement sans voix est le niveau du débat politique. Entendre une maire déclarer avec désinvolture que « les Valdôtains savent trouver des itinéraires pour éviter les bouchons » revient à renoncer à toute responsabilité institutionnelle. Comme si la qualité des infrastructures dépendait de l'habileté des automobilistes à emprunter des routes secondaires plutôt que du devoir des institutions de garantir une mobilité efficace. Une telle remarque ne rassure personne ; elle traduit au contraire une inquiétante banalisation d'un problème qui concerne l'ensemble de la collectivité.
Le rôle de la politique est précisément d'empêcher que l'on en arrive à de telles situations. Elle devrait négocier, anticiper, coordonner, planifier et défendre les intérêts du territoire. Or, ces dernières semaines, une partie de la classe politique semblait davantage préoccupée par les recours électoraux et les polémiques liées au respect des règles électorales que par un dossier destiné à bouleverser la vie quotidienne des Valdôtains pendant deux ans. Pendant que les institutions s'enfermaient dans leurs querelles, la fermeture des tunnels devenait une réalité.
La vérité est plus amère encore. Cette affaire révèle une Région qui renonce progressivement à exercer pleinement son rôle, une autonomie spéciale qui semble incapable de faire entendre sa voix précisément lorsqu'il faudrait démontrer son utilité, une gouvernance qui subit les décisions au lieu de les orienter. À quoi sert de revendiquer des compétences particulières si, face à un enjeu stratégique pour l'économie, les transports et les relations internationales de la Vallée d'Aoste, personne ne parvient à peser sur les choix d'un concessionnaire ?
Pendant que les citoyens passeront des heures dans les embouteillages, certains continueront sans doute à célébrer les excellences valdôtaines, la résilience du territoire ou la qualité de son administration. Pourtant, ici, il n'y a aucune excellence à célébrer. Il y a de l'arrogance administrative, de la médiocrité dans la gestion, une incapacité chronique à programmer, une absence totale de coordination entre les administrations et une superficialité politique devenue presque ordinaire. Surtout, il y a une classe dirigeante qui semble avoir renoncé à gouverner les événements pour se contenter de les annoncer lorsqu'ils sont devenus irréversibles.
La fermeture des tunnels de Sorreley n'est donc pas seulement un immense chantier. Elle est le monument le plus visible de l'impuissance de la politique valdôtaine. Et le plus inquiétant est peut-être ailleurs : plus personne ne paraît réellement s'indigner. Lorsqu'une communauté finit par considérer comme normales l'inefficacité, l'improvisation et la résignation, le problème ne réside plus seulement dans les tunnels fermés. C'est la dignité même de toute une classe dirigeante qui se retrouve exposée, sans appel, au jugement de ses citoyens.




